Edda Cattani

Il funambolo

No comments

Sul filo

funambolo Dehò

(Matteo 4,12-23)
III^ Tempo Ordinario 

Neanche un versetto e tutta la storia di Giovanni Battista si arresta, si ferma. Il grande profeta è ridotto a notizia che arriva a Gesù, un filo commosso di voce: Giovanni è stato arrestato. Giovanni è stato consegnato al potere, alla banalità del male, alla stupidità degli esseri umani. Il deserto è chiuso in gabbia, la voce zittita, il fiume non scorre più. Gesù non dice nulla, ascolta e cammina, disegna sulla mappa una curva inaspettata e decide di raccogliere definitivamente l’eredità. Secondo qualcuno questo è il momento in cui lo stile della predicazione cambia, la durezza di Giovanni lascia il posto alla misericordia del Messia. Probabilmente è vero ma io credo che ci sia anche, nel silenzio commosso di Gesù, la coscienza di essere chiamato a raccogliere una fedeltà alla vita che Gesù riconosce al profeta. Perché Giovanni ha accettato di perdere tutto, perché Giovanni morirà per giochi perversi di potere, perché Giovanni è spogliato e solo. Perché Giovanni è consegnato e sceglie di andare fino in fondo. Perché è quando non hai più niente che puoi dare tutto. Quando sei davvero povero, quando non sei più il profeta acclamato, o il rivoluzionario temuto, quando hai perso è allora che puoi dare la vita. Gesù vede e si riconosce e decide.

Gesù raccoglie questa vita consegnata e inizia a consegnare definitivamente la sua. Cominciando da lontano, dalla Galilea, luogo di frontiera, regione dove le fedi e le culture si intrecciano, dove la religione è libera dalla sterilità camuffata da perfezione del Tempio. Luogo sporcato dalla vita, luogo che espone a tutte le incomprensioni possibili, luogo vivo e fertile, luogo complesso e difficile da decifrare, luogo ventre di tutte le fami del mondo, luogo incoerente e immaturo, regione in cui si è minoranza tra le minoranze: Gesù parte da lì. E a me commuove che la Galilea sia molto simile a questo nostro mondo postmoderno che come comunità cristiana continuiamo a criticare.

Gesù sceglie il confine e nella terra di confine decide di camminare la soglia: tra terra e mare, come a seguire un filo teso sopra l’Abisso, come a dire che la vita la assumi esponendoti al rischio di perderti: tra terra e mare, luce e tenebre, vita e morte. Cammina Gesù, funambolo dell’Infinito, e da quella nuova prospettiva fa scivolare verso l’umanità il suo sguardo profondo. Sguardo di chi conosce le tenebre del cuore e non le condanna, sguardo di chi è abitato dalla Luce ma non la impone. Forse i primi discepoli si sono fidati di Gesù perché in quello sguardo hanno sentito Gesù camminare anche dentro le loro di storie, da funambolo, con leggerezza e grazia. Perché ogni uomo è terra di confine: luce e tenebre, vita e morte, Gesù camminando con grazia e leggerezza ha guardato con amore dentro le tenebre dell’uomo e ha saputo proporre una fune tesa da iniziare a camminare. Stavano gettando le reti Simone e Andrea e sempre le avrebbero lanciate, giorno dopo giorno, di sopravvivenza in sopravvivenza ma quel senso di vita che non basta, quel senso di vuoto che nausea, quel bisogno di dare un senso ultimo alla propria storia, quello le reti non lo scalfiscono. La pesca permette alla vita di sporgersi un giorno ancora sul tempo ma il senso di tutto questo? E quando ti fermi a riparare le tue reti, quelle che portano addosso le ferite inevitabili del quotidiano quando, come Giacomo e Giovanni, ti ritrovi a tenere insieme una vita che continuamente ha solo bisogno di essere riparata e anche questo, lo sai, in una ripetizione senza fine… se incroci uno sguardo che ti accompagna a scendere dentro l’abisso che ti porti dentro tu le reti le lasci e anche il padre e le barche. Non perché vuoi fuggire ma perché hai sentito distintamente la possibilità di poter cominciare a desiderare la vita. Quello che ti porta a camminare in equilibrio tra la vita e la morte, quello che ti espone al rischio di perderti o a quello di trovarti è la scoperta di una promessa nascosta dentro lo spazio e il tempo che ti è stato chiesto di abitare. Gesù, funambolo della vita, con uno sguardo, ha promesso ai suoi un cammino per uscire dalle tenebre che ognuno si porta dentro. Cammino dal prezzo altissimo, cammino di tutto o niente: perdere la vita per trovarla. Si inizia lasciando le reti e si finisce lasciando la vita: solo ed esclusivamente per trovarsi. Per arrivare finalmente a guardarsi come Dio ci guarda. Gli occhi di Gesù sono inizio e compimento.

Camminano dietro di lui i discepoli, su quel filo teso tra vita e morte, tra mare e deserto, profumo di Esodo e libertà. Dietro di lui, pronti a cadere per lasciarsi rialzare. Nessuna preparazione previa, nessuna annunciazione, nessuna nascita verginale, nessun angelo per loro a schiodarli dal quotidiano: solo un uomo che ha guardato le tenebre del cuore con grazia e senza condanna.

Un uomo che parlava di conversione e di un Regno vicino. La conversione erano quegli occhi profondi e misericordiosi, se lo seguivi era perché quegli occhi ti avevano incantato, che il desiderio di vita si risveglia solo se occhi luminosi ti toccano le corde del cuore, se senti misericordia invaderti, se ti senti amato, il resto viene dopo. Conversione è cambiare lo sguardo, il proprio sguardo sui fratelli. E in quegli occhi sentire che il Regno è presente, adesso. Non un paradiso terreste lasciato alle spalle e nemmeno un paradiso celeste appeso alla speranza, no, se ti senti guardato da Lui tu senti che quello è lo sguardo di Dio, che Dio ti ama così, adesso, e le tenebre del cuore non spariscono però non ti fanno più così paura. Quantomeno smetti di nasconderle. Dentro uno sguardo così potevi perfino piangere. Per questo lo seguirono.

“Pescatori di uomini”, non era chiara quella promessa. Si intuiva che non erano chiamati a diventare altro, che dovevano continuare a essere loro stessi, pescatori, che la storia non si cancella ma si prende tutta, per quello che è e per quello che è stata solo c’era urgenza di una nuova attenzione all’uomo. Dovevano imparare quello sguardo. Quello sguardo che li aveva conquistati e sedotti sarebbe dovuto entrare anche nei loro occhi. Gesù stava pescando uomini, stava pescando loro. Stava trascinando fuori dalle acque ferme e tenebrose della vita un gruppo di uomini perché anche loro, un giorno, fossero capaci di sguardi luminosi e profondi, di cammini funambolici sopra l’abisso, di consegna totale di sé. Il Vangelo di oggi è la descrizione dei primi passi sulla fune tesa che porta alla vita. La pagina di oggi è pagina da rileggere ogni volta che cadiamo e perdiamo il desiderio. Ogni volta che i nostri occhi si spengono e diventano increduli e si accontentano di riparare reti. Ogni volta che ci dimentichiamo come ci guarda Dio.

 

Edda CattaniIl funambolo
Leggi Tutto

Ho conosciuto il dolore

No comments

Ho conosciuto il dolore

Ho conosciuto il dolore(di persona, s’intende)e lui mi ha conosciuto:siamo amici da sempre,io non l’ho mai perduto;lui tanto meno,che anzi si sente come finito se per un giorno solo,non mi vede o mi sente. Ho conosciuto il dolore e mi è sembrato ridicolo,quando gli dò di gomito,quando gli dico in faccia:”Ma a chi vuoi far paura?”Ho conosciuto il dolore:era il figlio malato,la ragazza perduta all’orizzonte,il sogno svanito,la miseria dopo l’avventura;era il brigante all’angolo che mi chiedeva la vita;era il presuntuoso tumore che mi porto dentro da una cellula impazzita;era Dio, che non c’era e giurava, ah se giurava, di esserci; la sconfitta patita,l’indifferenza del mondo alla fame,alla povertà, alla fatica; l’ho conosciuto e l’ho preso a colpi di canzoni e parole da farlo tremare,da farlo impallidire,da farlo tornare all’angolo,pieno di botte,che nemmeno il suo secondo sapeva più come farlo di nuovo salire sul ring,continuare a boxare.E, un giorno, l’ho fermato in un bar,che neanche lo conosceva la gente;l’ho fermato per dirgli:“Con me non puoi niente!”Ho conosciuto il dolore ed ho avuto pietà di lui,della sua solitudine,di questo cavolo di suo mestiere;l’ho guardato negli occhi,che sono voragini e strappi di sogni infranti:“Ti vuoi fermare un momento?”, gli ho chiesto,”Ti vuoi sedere?Vieni con me,andiamo insieme a bere. Hai fatto di tutto per disarmarmi la vita e non sai, non puoi sapere che mi passi come un’ombra sottile sfiorente,appena-appena toccante,e non hai vie d’uscita perché, nel cuore appreso,in questo attendere anche in un solo attimo,l’emozione di amici che partono,figli che nascono,sogni che corrono nel mio presente,io sono vivo e tu, mio dolore, non conti un cazzo di niente”

(Roberto Vecchioni)

 

Edda CattaniHo conosciuto il dolore
Leggi Tutto

30 novembre : Sant’Andrea

No comments

30 novembre : Sant’Andrea

L’avevamo chiamato “Andrea”…

L’avevamo chiamato Andrea perché questo avevano voluto le sorelle. Non c’era stato alcun dubbio, fin dall’inizio dell’attesa. A quel tempo non c’era l’ecografia che dava notizia del sesso del nascituro, ma c’era una certezza: sarebbe stato Andrea in ogni caso. Ricordo con tanta commozione quello che fu uno dei più bei momenti della mia vita, quando l’ostetrica lo sollevò tenendo per i piedini quel bambolotto urlante e disse: “E’ un bel maschione!” L’avevo desiderato fin dall’inizio un figlio maschio che supportasse la nostra famiglia in crescita e che potesse sostituire un giorno anche suo padre nella guida della famiglia. C’era chi mi diceva: “…quelli che si chiamano “Andrea” sono tutti bambini tremendi…” In verità Andrea era dolcissimo, ma chi l’avrebbe mai tenuto fermo? Ricordo quando con una mano mangiava il panino sfogliando il Topolino, mentre aveva il quaderno dei compiti e seguiva la televisione e ascoltava musica dallo stereo… Ci chiedevamo come facesse… eppure riusciva a fare tutto… Per lui non esistevano barriere, traguardi, sponde invalicabili… raggiungere l’obiettivo che si era prefisso era una meta obbligatoria. Quando chiedeva qualcosa (mai nulla di costoso o non lecito) ti tormentava finchè non l’avevi accontentato….Non ricordo, nemmeno da neonato di averlo mai sentito piangere… Non conosceva farmaci, era allergico agli antibiotici, non aveva un difetto fisico, non un foruncolo… gli era stata risparmiata anche l’eruzione cutanea della barba, propria degli adolescenti… Vestiva semplicemente: jeans, maglietta bianca e scarpe da tennis. Non chiedeva nulla di particolare e guardava con indulgenza le sorelle quando si provavano i vestiti. Quella macchina potente l’aveva presa usata, a rate che ogni mese versava puntualmente a suo padre e a me (eravamo noi i creditori) eppure non è mancato su quel bolide… ma da trasportato sulla macchina di un collega.

Quel 30 novembre del 1991 avevo deciso di fargli un regalo fuori dell’ordinario. Ormai aveva compiuto 22 anni, era ufficiale dell’esercito, iscritto a giurisprudenza, caposcuola guida della “Scuola Trasporti e Materiali” alla Caserma di Prato della Valle… non poteva più andare in giro con i giubbini logori quando cambiava l’uniforme… Uscii presto da scuola quella mattina e mi recai a Vicenza in un negozio di alta moda e comprai quello che doveva essere il suo primo soprabito. Era blue, un Berbery che con le sue larghe spalle e la sue altezza di m.1.92 l’avrebbero valorizzato ancor più… Mi batteva il cuore al pensiero che l’avrei visto finalmente con un abito “elegante”. Tornai a casa e lo distesi sul letto, mentre aspettavo la sua uscita dalla caserma e il suo ritorno a casa… ma quella sera tardava… ma perché tardava tanto!?! Arrivò oltre l’orario previsto… da qualche giorno non rispettava i tempi ed aveva uno sguardo velato, quasi perso nel vuoto… Mi abbracciò commosso quando vide la “sorpresa” quasi intenerito…”Vedi, così a capodanno potrai andare al ballo degli ufficiali ben vestito! Cerca una bella ragazza che ti accompagni!”  “Non so neanche se ci sarò a capodanno…! Non so cosa sia mamma, ma quando ci penso non mi sembra di dovere fare programmi!” ”Possibile? Ma non preoccuparmi con questi pensieri, hai tutta la vita davanti! Piuttosto mettilo stasera per uscire con i tuoi amici… è la tua festa!”  Non rispose… Fece la doccia e dopo poco lo sentii allontanarsi come aveva programmato per una “pizzata” con gli amici. Il mattino dopo mi disse: “Sai mamma… non potevo mettere quel cappotto ieri sera; tu non sai come veste Roby… ha uno spolverino leggero e scolorito… non ha soldi per comprarsene un altro…!” Avevo capito… al solito se avesse potuto avrebbe regalato all’amico il suo soprabito… Così era fatto Andrea e dovevo rassegnarmi all’idea che non l’avrei distolto dalla sua estrema generosità. Misi nell’armadio il capo e pensai che ormai erano prossime le feste e avrebbe avuto altre occasioni per indossarlo. Ma cinque giorni più avanti, non fece ritorno a casa dopo l’uscita in cui volle accontentare un amico giunto da Milano che gli mostrò la sua nuova auto… Tre ragazzi drogati, poveri ragazzi come tanti che viaggiano per le strade, li rincorsero e la macchina sbandando, centrò una grande quercia… Solo Andrea prese il colpo in testa… lui, vestito come sempre… se ne andò senza aver rinnovato il suo primo cappotto importante, senza che io abbia mai potuto vederlo vestito da “uomo”. Ragazzo sempre, il mio Ragazzo di Luce… con la sua maglietta bianca e i suoi jeans che portava a coprire tanta scultorea bellezza… ! “Come sei adesso Figlio mio… eri tanto bello!!!” gli dissi in una registrazione…”Di più, di più di prima… tanto! “ …fu la risposta!

rosa

I vostri figli
I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.
Kahlil Gibran (Gibran Khalil Gibran)

Edda Cattani30 novembre : Sant’Andrea
Leggi Tutto

ARRIVEDERCI CATTOLICA 2024

No comments

Ed ecco le immagini più significative che hanno fatto del nostro evento una manifestazione straordinaria!

Siamo tornati alle nostre case con bei ricordi e tanta speranza!
Grazie a tutti!
La HERMES ha prenotato il Centro Congressi Waldorf per l’ultimo week end di settembre 2022 e questo è già un riscontro al successo che l’evento ha ottenuto.
Condivido uno dei tanti commenti positivi :
“Sto tornando a casa e mi sento più ricca dentro dopo aver incontrato, ascoltato tanti genitori e ottimi relatori che probabilmente ci hanno aperto nuove strade nella consapevolezza della vita oltre la vita terrena. Prendo atto che bisogna lavorare molto su di noi per diventare migliori e vivere nella “benevolenza” (come ogni tanto diceva Edda Cattani), vivere come pellegrini del/nel mondo rispettando il creato e abbracciando ognuno il proprio dolore, di cui probabilmente avremmo fatto a meno, ma che ci ha resi più pensanti. GRAZIE a tutti.”

 

 

Edda CattaniARRIVEDERCI CATTOLICA 2024
Leggi Tutto

Noi Genitori di Tutti

No comments

Esperienze da Cattolica

Noi Genitori di Tutti!

Questo il nome dell’Associazione e queste le Mamme Coraggio come Tina Zaccaria che ha fatto parte dell’iniziativa:  

Quando le Istituzioni non parlano c’è chi denuncia:

È una vergogna immensa. Uno scandalo senza fine. La situazione ambientale nella nostra zona sembra essere un pozzo di melma senza fondo. Ultime notizie. Per adesso. Solo per adesso. “ Veleni dagli scarichi ospedalieri” titola il quotidiano “ Avvenire”. E il caro Tony Mira inizia l’ articolo con queste parole: « Scarichi ospedalieri direttamente in fogna. Rifiuti ospedalieri sanitari pericolosi a rischio infettivo ammassati in modo irregolare, siringhe e garze usate, in mezzo ai rifiuti solidi urbani. Emissioni in atmosfera non autorizzate” Dove? Ad Aversa e a Marcianise. E pensare che ad Acerra, sabato, qualcuno ha tentato, ancora una volta, di gettare la colpa sui cittadini colpevoli di “ lanciare i sacchetti dai finestrini delle macchine”. Padre Maurizio Patriciello

Le Mamme della terra dei Fuochi

e “GLI ANGELI GUERRIERI”

…e la Mamma di Dalia Tina Zaccaria scrive:

Leggo le affermazioni della Lorenzin e una lama entra in una piaga mai rimarginata.Quando ho saputo del linfoma di mia fglia Dalia,per mesi ho spulciato tra le nostre abitudini e stili di vita alla ricerca d una causa che potesse averla fatta ammalare,mentre cio’ che accadeva da anni nella nostra terra era chiaro a tutti,tranne a noi cittadini.Come madre da vittima ora quelle parole circa stili di vita scorretti che portano un aumento di cancro nella nostra terra,mi spingono a sentirmi carnefice.Dalia uno stile di vita non ha fatto in tempo a sceglierlo,aveva solo 12 anni.E le mamme campane spero godano della stessa fiducia di tutte le altre madri che con amore allevano i loro figli,scegliendo per loro solo il meglio.Impossibile pensare che tutti i bimbi che hanno avuto la tua stessa sorte fossero alimentati con salsicce e soffritti tra una sigaretta e un’altra.Signora ministro,la prego,non ci appioppi pure il bollo di madri matrigne!Non lo meritiamo. Molte etichette attribuite alla mia gente,portano il marchio di uno stato assente e colluso,visto come nemico,sentito come ostile,certo!Se queste sono le prese di coscienza istituzionali ogni volta,sfido chiunque a no vedervi ostili. Certo a mia figlia non ho potuto evitare gli aereosol alla diossina che dal 2005 ad oggi hanno appestato l’aria che arrivava fin dentro casa o nell’abitacolo della mia auto mentre percorrevamo le strade provinciali. E non so cosa sia arrivato sulla mia tavola,non ne conosco la provenienza ne’ la sicurezza e genuinità. E non lo so perché non e’ mai stata e non e’ ancora vostra premura rendere tracciabili i prodotti in modo da tutelare la nostra salute e la nostra economia. So che nelle nostre campagne e’ stato sversato di tutto e non erano certo scarti prodotti dai nostri stili di vita. E so che oggi mentre le scrivo,su terreni interdetti all’agricoltura,ancora si coltiva e i prodotti entrano nella nostra catena alimentare e non possiamo scegliere se mangiarli o meno perché non li possiamo identificare. Capisce ministro queste cose?Andiamo,ha una licenza liceale,non dovrebbe esserle difficile,non bisogna essere scienziati per comprendere che la popolazione nostra e’ esposta a rischi seri di contrarre il cancro sia se fuma per scelta sia se respira l’aria ricca di diossina e veleno,sia se mangia fritti e soffritti sia se mangia verdure alimentate da fanghi e scorie…possibile che sia così complicato il discorso?La verità  e’ che il suo personale stile di vita e quello della politica di questi 30 anni non ci piace perché ci ha condannati a morte facendo credere al mondo intero che lo abbiamo scelto noi. Ma io non ci sto!io la verità la conosco e continuerò a gridarla. Dovstoieski afferma che la bellezza salverà il mondo e la foto di mia figlia insieme ai volti di troppi angeli per sempre bambini morti di cancro in questa terra più di mille parole spero la spingano ad un pentimento, prenda esempio dai camorristi….avrà pure il suo momento di gloria. Ma più che in un suo pentimento, spero che questo post induca tutte le madri a svegliarsi, a unirsi, ad indignarsi,a lottare per quel futuro che hanno promesso di dare ai loro figli e che qui da noi è ormai precario e incerto e per scelte vostre che non ci appartengono…..

 

 

Edda CattaniNoi Genitori di Tutti
Leggi Tutto

Il suono del mare

No comments

IL SUONO DEL  MARE

( L’ acquario di Cattolica)

Ogni anno raggiungiamo il nostro albergo Centro Congressi che é vicino all’Acquario di Cattolica!

Il mare è da sempre il principale protagonista all’Acquario di Cattolica e non poteva certo mancare un aspetto molto importante legato alla conoscenza del mondo marino attraverso “le case” di alcune specie marine. Molte persone sono attratte dalle forme e dai colori delle conchiglie, alcuni le collezionano, ma pochi conoscono l’aspetto degli esseri viventi che le “costruiscono” e che vivono al loro interno.

In fondo le conchiglie non sono altro che costruzioni di carbonato di calcio che proteggono alcune specie marine di invertebrati, diventando guscio al momento della difesa o sostegno alcune di loro. Hanno forme e colori diversissimi a seconda delle specie che li producono e dei mari in cui si trovano.

L’Acquario di Cattolica ha voluto rendere omaggio a queste speciali conchiglie dedicando loro una area  nel percorso “I suoni del mare”, realizzata in  collaborazione con la S.I.M. (Società Italiana di Malacologia),l’ Acquario Civico di Milano (il cui direttore, Dott. Mauro Mariani è anche Vice Presidente della S.I.M.) e con il prezioso supporto di 3 esperti e appassionati di questa scienza: Alberto Cecalupo, Angelo Baraggia e Gianpietro Gariani.

I tre ricercatori nel giro di pochi giorni hanno allestito nel percorso dedicato ai “Suoni, del Mare” (uno dei 4 percorsi dell’ Acquario, un’ interessante e curiosa area espositiva ricca di oltre 500 esemplari provenienti dai mari tropicali e dal Mediterraneo, dai piccolissimi esemplari di pochi cm. a una delle più curiose, considerata tra le più grandi del mondo, la Charonia tritonis del Madagascar che arriva a misurare circa 50 cm.

Tutta la nuova collezione esposta in teche con pannelli fotografici che ne descrivono la provenienza e l’origine è visitabile in orari compatibili e il parco è aperto fino a notte.

Ben arrivati a Cattolica!

 

 

 

Edda CattaniIl suono del mare
Leggi Tutto

Giornata del Migrante

No comments

3 Ottobre

GIORNATA NAZIONALE DEL MIGRANTE

 

fame-in-africa
Siamo stati tutti migranti… lo siamo ancora sempre in cerca di un bene, di una serenità, della pace nostra e altrui…

Un giorno per ricordare una delle peggiori stragi mai accadute sulle cose italiane. L’aula del Senato ha approvato in via definitiva la proposta di legge per l’istituzione, il 3 ottobre, della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione.“La scelta del 3 ottobre – si legge nella relazione illustrativa – nasce dall’esigenza di preservare nella memoria collettiva del Paese il ricordo del naufragio avvenuto al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013, nel quale morirono 366 migranti“.

 

In occasione della Giornata nazionale saranno organizzati in tutto il territorio nazionale cerimonie, iniziative e incontri per “sensibilizzare l’opinione pubblica alla solidarietà civile nei confronti dei migranti, al rispetto della dignità umana e del valore della vita di ciascun individuo, all’integrazione e all’accoglienza”. Previste anche iniziative nelle scuole, “anche in coordinamento con le associazioni e con gli organismi operanti nel settore”. Il testo dovrà ora essere firmato dal presidente della Repubblica.

 

migrante

Signore ti affidiamo i migranti e le loro famiglie: tutti coloro che sono costretti a lasciare la propria terra, i propri beni e i loro cari. In particolare ti affidiamo coloro che muoiono nel nostro mare, le donne e i bambini.
Noi ti preghiamo
Signore ti preghiamo “affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre” (Papa Francesco)
Noi ti preghiamo

Edda CattaniGiornata del Migrante
Leggi Tutto

Medianità e Transcomunicazione

No comments

L’esperienza di Marcello Bacci morto il 15 lug 2019 – GROSSETO –il più noto metafonista italiano.

Lo ricevemmo a Cattolica al nostro Convegno il 21 settembre 2017

Siamo lieti di proporvi un documento eccezionale, che va letto e studiato con attenzione. Il Dr. Felice Masi è stato uno dei più esperti studiosi nel campo della registrazione delle voci, della TR, e di tutti i fenomeni di medianità.

Personalmente sono lieta di poter confermare che tutto ciò che mio marito ed io abbiamo sperimentato ed ottenuto lo dobbiamo alla sua ricerca e ai suoi insegnamenti. (E.C.)

Il Dr.Felice Masi cura un sito dove propone gran parte del suo vasto materiale di ricerca : http://www.ricercapsichica.it

FENOMENI MEDIANICI E

TRANSCOMUNICAZIONE STRUMENTALE A CONFRONTO

 di

Felice Masi

(Estratto da La Ricerca psichica, anno 1° n. 1, maggio 1994)

 1234425_530244410402830_1623521438_n

Marcello Bacci a Cattolica con le metafoniste di FB

Negli ultimi cinquanta anni si sono molto sviluppati, come nuovo modo di comunicazione con l’Altra Dimensione, i fenomeni cosiddetti della transcomunicazione strumentale (TCS) a fronte di quelli tradizionali medianici (FM), che tuttavia conservano ancora tutta la loro importanza. Prescindiamo da quella parte dei fenomeni medianici, sia di percezione extrasensoriale (ESP) che psicocinetici (PK), che provengono sicuramente dalla mente del vivente. La caratteristica essenziale che contraddistingue sia la residua parte dei fenomeni medianici (quelli spiritici, FMS) che quelli nuovi della TCS appare essere le seguente: costituiscono entrambi delle modalità con cui, a prima apparenza, si entra in contatto con individualità che affermano di essere state già persone viventi sulla terra come noi, che sono passate attraverso la crisi di morte e che ora esistono in un’altra dimensione esistenziale (quella del post mortem). Attraverso entrambe queste due categorie fenomeniche, tali individualità si manifestano a noi e ci inviano dei messaggi. Precisiamo subito, nell’affrontare questo spinoso argomento, che qui non si vuole entrare nella annosa e dibattuta problematica spiritica e della realtà di tali contatti oltremondani ed effettiva provenienza di questi fenomeni e messaggi da persone defunte o da altri esseri o Spiriti disincarnati o non umani. Prendiamo questi fenomeni così come si presentano e intendiamo esaminarli e capirli sotto l’aspetto teorico della differenza che intercorre tra le due categorie fenomeniche suddette della TCS e delle FMS. Essi infatti – a parte quella loro comunanza, come provenienza e finalità apparenti – sono diversissimi tra loro ed è dunque della massima importanza metterli a confronto tra loro per vederne il rispettivo fondamento, modo di funzionamento e come si producono.

·        Nei FMS la comunicazione tra “loro” ( i sé dicenti morti) e noi viventi avviene per il tramite di un medium, cioè attraverso le capacità telepatiche di una persona dotata di tali capacità. Questa, trovandosi in quel particolare stato modificato di coscienza che è chiamato “trance”, recepisce nella mente le comunicazioni e i messaggi telepatici inviati dall’altra dimensione e da quelle individualità e li riporta gli altri presenti, dopo averli tradotti in linguaggio per loro comprensibile (parole, scrittura).

Il colloquio avviene dunque attraverso un contatto diretto tra la mente del presunto defunto e quella del medium, che entrano in sintonia o risonanza (psicobiorisonanza) tra loro e così possono comunicarsi pensieri, sensazioni, emozioni, sentimenti; quelli del primo si travasano nella mente dell’altro (del medium). Si tratta dunque di un contatto e di un colloquio diretto tra mente e mente e il fenomeno è un fenomeno ESP (fenomeno di percezione extrasensoriale).

Nella TCS invece il fenomeno avviene non attraverso un medium ma attraverso un apparecchio elettronico, che può essere il più diverso: un registratore sonoro (magnetofono), un radioregistratore, una radio, un televisore, un computer, un telefono e così via. Abbiamo così, in rapporto ai vari apparecchi, i diversi tipi di fenomeni TCS: la psicofonia, le voci dirette alla radio, la psicovisione, i messaggi al computer, le telefonate dall’aldilà ecc.

Nella TCS il fenomeno non è ESP ma è PK, psicocinetico, cioè vi è una azione diretta (anche qui si tratta di una risonanza) della mente (del defunto) sulla materia fisica. Questa azione-risonanza consiste in un influenzamento esercitato dal disincarnato col pensiero sul campo elettromagnetico. Tale campo  è quello prodotto da uno dei suddetti apparecchi elettronici o formatosi ed esistente attorno ad esso (“onde elettromagnetiche”). L’azione svolta su di esso consiste nel modificarne la modulazione. Vediamo meglio come tutto ciò avviene.Sappiamo tutti come funziona una trasmissione radio, televisiva o anche telefonica, digitale di computer e simili. Il sistema è composto da un apparecchio trasmittente e da un apparecchio ricevente. Il primo è situato a monte e trasmette voce, parole, immagini, comandi, dopo averli trasformati in onde elettromagnetiche modulate, o meglio in una modulazione del campo elettromagnetico. L’apparecchio ricevente è situato a valle e compie l’operazione esattamente opposta: riceve le onde modulate e le ritrasforma in parole immagini, voce e altri segnali comprensibili (umanamente percepibili). La voce.(onde sonore dell’aria) e le immagini (assorbimento di onde luminose da un corpo opaco) non possono andare oltre una certa distanza. Per comunicare con luoghi lontani (fuori della loro portata) bisogna far uso di un mezzo che superi qualunque distanza. Questo mezzo è il campo elettromagnetico; l’apparecchio trasmittente trasforma (“modula”) la voce, l’immagine ecc. in una determinata modulazione di tale campo; questa specifica modulazione (“onda portante” o “portante elettromagnetica”) incorpora dunque in sé, porta con sé il segnale di quella voce, immagine ecc. Al punto di arrivo l’apparecchio ricevente riceve la modulazione e compie l’operazione inversa: demodula il segnale ricevuto e lo ritrasforma in voce che possa essere sentita e capita, in immagine che possa essere vista, ecc.. Ogni data modulazione corrisponde a una specifica voce o parola, a una specifica immagine o figura, ecc. (“codificazione”). Attraverso questa modulazione e sotto forma di questa modulazione (“così codificate”) le voci, le immagini, i comandi percorrono lo spazio e la distanza fino alla stazione ricevente. E’ chiaro che, in questo modo e attraverso queste codificazioni (modulazione e demodulazione specifiche)  l’apparecchio ricevente fa sentire e vedere le stesse parole e le stesse immagini che vi erano in partenza; ovvero in informatica e con l’elaborazione informatica, il computer e la sua stampante danno il risultato informatico che si voleva ottenere attraverso il comando digitato. Fin qui tutto chiaro, si ricevono le stesse cose, gli stessi messaggi che erano stati trasmessi, ma proprio perché questo era lo scopo della trasmissione (normale) a distanza e di tutta quella complessa operazione di trasformazione/modulazione e ritrasformazione/demodulazione, codificazione e decodificazione. Ora però immaginiamo che un misterioso “agente X” strada facendo, ovvero vicino alla trasmittente ovvero, più verosimilmente, vicino all’apparecchio ricevente faccia la birichinata di cambiare la modulazione (della portante) e di codificarvi un testo diverso. E’ chiaro che l’apparecchio ricevente, facendo come sempre il suo onesto e neutro lavoro di demodulazione, farà udire o farà vedere o darà risultati informatici non più conformi a quelli che erano stati trasmessi ma conformi al cambiamento introdotto, conformi alla nuova codificazione. Si udirà così (oh meraviglia!) una voce diversa, si vedrà così un’immagine diversa da quelle trasmesse, si leggerà un testo diverso da quello digitato.

 

Le figure qui unite danno una rappresentazione più immediata e comprensibile di tutto quello e della tante parole

che sono state dette.

 

Nella prima figura (trasmissione radio normale) la donna speaker dice, davanti al microfono della radio trasmittente, “cari amici, buongiorno” e a queste parole corrisponde una data, specifica modulazione (determinate onde) del campo elettromagnetico, che va, sempre uguale, fino all’altoparlante della radioricevente. Questo ritrasforma (demodula) le onde in voce e poiché le onde (la modulazione, la codificazione) sono rimaste le stesse che erano in partenza, l’altoparlante emette, e l’uomo che ascolta sente, le stesse parole “cari amici buon giorno”.

Ammettiamo invece  come nella figura 2 – che, strada facendo, “qualcuno”, un misterioso agente X modifiche la modulazione e gli dia, ad esempio, quella delle parole “sono sempre vivo”. E’ chiaro che l’apparecchio ricevente, ricevendo questa nuova modulazione (invece di quella iniziale inviata) e facendo sempre, come detto, il suo onesto lavoro di trasformare le onde ricevute in voce, farà udire, da esso si sentiranno uscire (oh meraviglia!) queste nuove, misteriose parole “sono sempre vivo”.

Accade, insomma, come se io, intercettassi una lettera diretta dal sig. A al sig. B e cambiassi il foglio dentro la busta con un altro. E’ evidente che il sig. B, aprendo la lettera, leggerà quello che gli ho scritto io e non quello che gli aveva scritto l’amico A; e, non sapendo nulla dell’intercettazione fatta, si meraviglierà moltissimo di quello che legge – che non corrisponde a quello che si aspettava da A – e non capirà e si chiederà come ciò sia possibile e come possa essere avvenuto.

 

Nella figura 3 è invece rappresentato – per mostrarne la diversità – un FMS: le persone sono raccolte attorno al tavolo; la donna medium (M) riceve mentalmente (per ESP, per telepatia) dall’agente X il messaggio “Sono sempre vivo”; così ricevutolo, lo esprime e lo porta a conoscenza degli altri presenti con la sua voce e con le stesse parole. 

Dunque, per i fenomeni della medianità non occorre un apparecchio elettronico ma è necessario, ed è sufficiente, un medium (la mente di un medium) cioè una persona con capacità di andare nello stato modificato di coscienza della trance. I fenomeni medianici sono fenomeni “da mente a mente in modo diretto”; sono fenomeni ESP, di percezione extrasensoriale. Nei fenomeni della TCS, invece, occorre assolutamente un apparecchio elettronico (perché bisogna agire sulla modulazione del campo elettromagnetico che arriva ad esso o che gli esiste attorno) e non occorrono capacità medianiche. O meglio, ne bastano pochissime. Il fenomeno. infatti, è un po’ più complesso (figura 4). La pratica ha mostrato che le voci psicofoniche si sentono sempre meglio e se ne sentono sempre di più quanto più si ascolta; e che altrettanto avviene per le immagini nella psicovisione, si vedono sempre meglio e se ne vedono anche altre quanto più si fissa l’immagine. Inoltre voci e immagini ambigue, poco chiare, incomplete si precisano in voci e immagini formate e complete, aventi un senso. Interviene dunque, accanto al fattore principale PK di modifica della modulazione del campo (delle onde) elettromagnetiche, anche un fattore di percezione mentale ESP. Come detto, nella TCS bastano poche forze medianiche, di livello minimo; per questo tale fenomenologia riesce pressoché a tutti e non occorre un vero medium. Questo perché si tratta di agire (di spostare, di muovere) non a livello macroscopico e su corpi pesanti, come è nella telecinesi normale (nei fenomeni psicocinetici medianici) ma soltanto sul campo elettromagnetico, cioè a livello subatomico e quantico.
.


Nella figura 5, infine, abbiamo la schematizzazione di un fenomeno TCS di psicovisione. In alto abbiamo, a sinistra, la trasmittente (spenta, non trasmette) e a destra il televisore (ricevente) composto di tubo catodico e schermo fosforescente.

Al centro la trasmittente è in fase trasmissione. Da essa escono le onde elettromagnetiche modulate che, ricevute dal tubo catodico, sono trasformate da questo nel fascetto elettronico che eccita la fosforescenza dello schermo e da’ le immagini. Immagini normali come alla trasmissione (un uomo e una donna) perché l’onda elettromagnetica non è stata modificata.

In basso un agente X ha modificato la modulazione dell’onda (o nel campo tra trasmittente e ricevente o nel fascetto elettronico). Perciò il fascetto elettronico sarà modificato (rispetto alla trasmissione effettiva), ecciterà in modo diverso la fosforescenza dello schermo e così su questo, accanto all’uomo e alla donna normali, compare una figura “extra” (come si dice), la donna più alta che nella trasmissione normale non c’era.


Sulla base di questo modello e di queste spiegazioni possiamo darci anche una spiegazione delle cosiddette “telefonate dall’aldilà”, studiate soprattutto da alcuni psicologi e parapsicologi americani, come Scott Rogo e Raymond Bayless.

Vediamo prima cosa sono queste misteriose telefonate. Accade (è realmente accaduto e i casi sono stati riferiti e studiati) che squilla il telefono, andiamo a rispondere e, dall’altra parte sentiamo una voce, un interlocutore che si qualifica o che riconosciamo come una persona morta. Oppure accade che noi telefoniamo a qualcuno e ci risponde invece non la persona chiamata ma una persona che sappiamo che è morta. Ci si domanda se è un fenomeno medianico o una transcomunicazione strumentale.

Per la verità può trattarsi, di volta in volta, dell’un caso o dell’altro. Il punto di partenza è che, appartenendo la TCS alla categoria dei fenomeni psicocinetici, per aversi un fatto di TCS occorre che vi sia un effetto PK.

Nelle telefonate, la componente fisica è la corrente elettrica (gli impulsi elettrici) che corrono lungo il filo telefonico, dal microfono dell’apparecchio che chiama (e dove si trova la persona che parla) fino alla cornetta dell’apparecchio che riceve (dove si trova chi ascolta). Perché la telefonata dell’aldilà sia un fatto di TCS occorre che vi sia (che sia stata fatta) una effettiva azione su tali impulsi elettrici (ovvero sul campo elettromagnetico della cornetta o delle trasmissioni satellitari)) intesa a cambiarne, come si è visto, la modulazione. Cioè per aversi TCS devono essere stati modificati tali impulsi elettrici che trasportano la telefonata e che corrono lungo i cavi e fili telefonici. Ciò potrebbe essere accertato facendo il grafico (attraverso una rappresentazione grafica) di tali impulsi e dei relativi fonogrammi. In tal caso, tutti coloro che sentono la telefonata, la sentirebbero nel senso “dell’aldilà” e, se venisse registrata, ad esempio con una segreteria telefonica, si registrerebbe sempre in tale senso. Se invece non vi è una tale modificazione della modulazione degli impulsi elettrici né essa risulta dal loro grafico – se non vi è stata, cioè, una azione PK perturbatrice della telefonata normale – allora, se sento che dalla cornetta mi parla la voce non di un vivente (che ho chiamato o che mi ha chiamato) ma quella di un disincarnato, ciò vuol dire che si tratta di una allucinazione telepatica, cioè di un fatto ESP, di un fenomeno medianico. Attenzione però! Allucinazione non vuol dire illusione. L’allucinazione, al contrario dell’illusione, ha una sua realtà. Ha una realtà soggettiva, una realtà mentale per chi la sente. Ciò vuol dire che, percepito mentalmente, è stata ricevuto effettivamente il messaggio di un disincarnato, un messaggio dall’aldilà – ma è stato ricevuto per telepatia, per ESP. Comunicazione (diretta) da mente a mente e influenzamento (diretto) della mente (per ESP) ovvero azione (PK) su un apparecchio e su un campo elettromagnetico: questa è la discriminante fra le due categorie fenomeniche, pur provenienti da una medesima fonte e dimensione, che passa tra i fenomeni medianici (spiritici) e quelli della transcomunicazione strumentale.

Bibliografia

 V.  Colaciuri – E. Foresti, E.A.P. Voci paranormali al registratore, Gala­tea ed., Catania, 1973.

Autori Vari, Voci dall’invisibile, Armenia, Milano 1978.

H.  Schaefer, Voci da un altro mondo, MEB, Padova 1992.

D.  Scott Rogo – R. Bayless, Phone Calls from the Dead, Prentice Hall, USA 1979.

V.  Nestler, La telepatia, Mediterranee, Roma 1974.

W. Carington, Telepatia: Fatti, Teoria, Deduzioni, Astrolabio, Roma 1948.

J.B. Rhine, I poteri dello Spirito, Astrolabio, Roma, 1975.

Summary

 Mediumistic phenomena and trans-communication

The article compares classical mediumistic phenomena — where a contact with the dead is presumed — and the new phenomena of “trans-communication”. In the former, communication occurs through telepathy by the medium: in an altered state of consciousness, the trance, he/her is able to receive telepathic mes­sages from other dimensions and to transiate them in everyday language. In the lattcr there is a direct (psychokinetic) influence by a non-material agency on an electromagnetic device, with a field probably modulatcd by that transmitter. A receiving device, as a tape-recorder, radio or television, picks up in fact a messa­ge from a foreign agency, rather than that naturally transmitted on the frequen­cy. Mediumistic phenomena, also, require a medium; trans-communication requires an electronic device, that can vary in accordance to the customer’s uses. No me­diumistic skill is needed. By addressing these remarks to the so-calied “phone calls from the dead” phenomenon (studied some years ago by Scott Rogo and Raymond Bayless), we can retain that a physical occurreuce takes piace, with a real telephone call. The trans-communicating phenomenon seems to modify the modulation of the electric pulses through which the communication does proceed. Sometimes, ho­wever, things are not so. If the modulation doesn’t occur, then the “voice” heard is of hallucinatory type. This wouid be a not trans-communication, but a mediu­mistic phenomenon: the phone “voice” is indeed created through a mental im­pression, telepathically perceived.

 

Edda CattaniMedianità e Transcomunicazione
Leggi Tutto

Figli del Perdono Originale

No comments

Figli del Perdono Originale

(Matteo 18,21-35)

(Alessandro Dehò)

 deho1

“Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore se le porta dentro” e se te le porti dentro vuol dire che te le porti dappertutto. E questo è inferno. Il vero inferno, quello da cui non riusciamo più a liberarci perché è in noi, è dentro il modo di guardare il mondo, di giudicarlo, di disprezzarlo. Rancore e ira come segni bestiali di una vita ferita e non riconciliata. Secondo Siracide sono segno del nostro essere peccatori, quando ci portiamo dentro le ossa ira e rancore, quando veniamo mangiati dall’interno da una bestialità che scegliamo di non ridurre noi siamo abitati dal peccato. Il peccato cessa così di essere una regola infranta da un decalogo imposto dal dio del controllo e inizia a mostrarsi per quello che è: il peccato è quando permetto al rancore e all’ira di mangiarmi dall’interno, di svuotarmi gli occhi, di inacidirmi la parola, di giustificare doppiezze, di godere delle tragedie del nemico…

“Ricordati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte”, dirigiti verso la fine dei giorni, spingi fino al limite della morte la tua esistenza terrena e poi guardati alle spalle… cosa è rimasto di una vita consumata dall’odio? Lo vedi l’inferno? E quella scia di dissoluzione, e quella morte con cui hai avvelenato le sorgenti della vita, la vedi? Ne valeva la pena?

Siracide mette ci mette in guardia da noi stessi, dall’inferno che possiamo costruire ogni giorno e dilatare. Un inferno così quotidiano da essere irriconoscibile, perché rancore e ira sono cose orribili se non le giustifichi, se non ci illudiamo che siano risposte legittime a vere o presunte ingiustizie. Siracide non chiede di perdersi nella giustificazione del rancore, lo guarda in faccia, lo teme e lo denuncia. Se hai rancore e ira sei nel peccato, ti sei porti l’inferno dentro ed è meglio per te e per i tuoi fratelli che ne esci, adesso, che sei ancora in tempo, che la vita non è ancora giunta alla fine, che dall’inferno ci si può liberare.

Siracide è uno sguardo di amico sincero e saggio, è parola buona e vera sulle nostre vite che spesso spingiamo al limite della disumanità, Siracide è l’amico che si siede accanto a noi e, senza condannarci, ci avverte di un possibile pericolo, indica la possibilità che la morte ci stia masticando da dentro. Come un tumore, metastasi di svuotamenti interiori.

Serve qualcuno. Serve di sentirsi appartenenti a qualcuno: “nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso”. San Paolo nella seconda lettura è come se intuisse un legame tra rancore/ira e solitudine. Non solo perché il rancore scava attorno a noi distanze che si autoalimentano fino a giustificare i nostri isolamenti ma perché è proprio la solitudine a concedere spazi di inferno. Il peccato nasce nel non sentirsi di nessuno, dal non vivere per nessuno. E si comprende l’insistenza di Gesù sul concetto di paternità divina. Il peccato diventa quindi la rottura dei legami e non l’asettica infrazione della regola. Di chi siamo? A chi apparteniamo? Ciò che apre la possibilità di una fuga dall’inferno è il riconoscimento di una relazione affidabile. Il paradiso è la gioia di stare dentro la bellezza di una relazione buona, concretamente buona, ricca di parole, gesti, sorrisi, attenzioni. Ancora una volta il divino è visibile solo nelle trame di una vita buona capace di stringere legami sospesi sugli abissi dell’abbandono.

Ma non basta essere solo figli, essere solo uomini e donne raggiunti da un amore, credo che maturità vera sia diventare costruttori di umanità. E l’umano buono si costruisce diventando padri e madri. Non sostare solo sulla domanda “di chi siamo? A chi apparteniamo?” ma avere il coraggio di assumere lo sguardo divino e iniziare a chiedersi “chi custodisco io? Chi si sente raggiunto nella sua solitudine dalla concretezza della mia vita?”. Figli orfani e spesso risentiti di padri assenti siamo chiamati a non consumarci nell’ira/rancore a causa dei nostri subìti abbandoni, pur riconoscendoci orfani di paternità affidabili a causa di generazioni troppo intente ad ucciderli i padri ora siamo chiamati ad assumerci la responsabilità dei legami. Per chi batte il nostro cuore? Per chi piango, rido, spero, sogno? Per chi sto consumando la vita? Per chi conservo parole non usurate dall’abitudine? Per chi arde il mio cuore? Dall’inferno non si esce se non con un gesto di rivoluzionaria libertà: l’assunzione della fraternità umana. Nostra e dei fratelli. Dall’uccisione del padre a una nuova consapevole paternità.

Scrollarsi di dosso ira e rancore permette una torsione vitale a monte del nostro vivere. Alle origini. La tradizione ci vuole figli del peccato originale, in una lettura semplicistica e superficiale questo è diventato come l’ombra lunga gettata sulle nostre storie. Figli di un peccato nato nel cuore delle relazioni tra uomo e donna, tra fratelli, tra uomo e Dio. E noi ad arrancare in questo peccato più grande di noi, più antico di noi, più eterno di noi. Ma il Vangelo sposta l’attenzione. Pietro avvicina Gesù e chiede un limite, un confine al perdono. Come se cedesse ad una vocazione arcaica: perdonare è splendido, sembra dire, ma la natura dell’uomo, alla fine, chiede un risarcimento. Posso perdonare fino a sette volte ma poi posso tornare a essere uomo? Posso impegnarmi in questa santità del perdono fino a sette volte ma poi posso rientrare nella natura umana, nella logica di un peccato da riparare, nel consueto recinto della giustizia/vendetta?

Gesù racconta una parabola che mi sembra abbia, cuore incandescente, uno sguardo totalmente altro sull’uomo e sul Padre. In Gesù non c’è solo la follia di chi vuole sfondare il limite dell’eroicità del perdono, settanta volte sette, ma in lui si costruisce la narrazione di un Padre che ci precede e che non si impegna a dilatare vendetta al peccato originale ma che dilata misericordia. La nostra origine non è il peccato originale ma il perdono originale, questo dice Gesù. Questo significa che il perdono è atto costitutivo della natura dell’uomo, ed è in perfetta continuità con Siracide, a Pietro Gesù dice che nel momento in cui smetterà di perdonare lui smetterà di essere uomo. L’ira e il rancore, ma anche la soddisfazione perversa di smettere di perdonare il fratello, distrugge la nostra identità. L’essenza di Dio e dell’Uomo è identica, e si chiama misericordia. Uscirne è negarsi, uscirne è consegnarsi alla solitudine e al rancore e all’ira. Uscire dalla misericordia è inferno. Ma noi siamo del Padre e in lui c’è un settanta volte sette di vita, una eternità di vita. Questo l’unico profilo della Speranza.

 

Edda CattaniFigli del Perdono Originale
Leggi Tutto

Un Guerriero di Luce

No comments

PER NON DIMENTICARE

UN GUERRIERO DI LUCE NELL’INFERNO DELL’11 SETTEMBRE

 

WELLES REMY CROWTHER

Nyack 17 Maggio 1977 –  New York 11 Settembre 2001

 

           

 

 

Questa che sto per raccontarvi è la storia di un guerriero di luce, nell’inferno dell’11 settembre 2001. Welles Crowther, mio nipote, un giovane di 24 anni, vittima e martire, come tanti, nella tragedia delle Due Torri di New York.

 

Ma è anche la risposta, che lo spirito dell’umanità vuole dare, grazie ad esseri speciali come Welles, alla domanda impressa, a chiare lettere, nel capolavoro di Gaugain: “Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?

 

Nella vita di ogni giorno Welles era un bravo figliolo, rispettoso dei genitori, Alison e Jefferson e delle due sorelline, Honor e Paige. Era un ragazzo molto riflessivo ma adorava gli scherzi e le battute intelligenti. Curiosissimo di tutto, viaggiava per conoscere le tradizioni dei vari popoli. Quando venne da me, in Toscana, si innamorò talmente della cultura etrusca, che ne sapeva più lui di un etruscologo.Si divertiva un mondo a visitare i paesini dove d’estate si poteva mangiare e brindare per le strade, assieme ai contadini, per la festa della mietitura. Era molto goloso della buona cucina e soprattutto, della pasta fatta in casa con il ragù alla toscana, come mi ha insegnato la mia nonna Concetta!

 

Welles era un bravissimo studente e si laureò con il massimo dei voti e con lode in Economia, all’Università di Boston in Massachussetts. Lì si distinse anche per il suo  talento sportivo. Era un vero fuoriclasse, un leader innato in ogni sport! Per lui competere voleva dire soltanto mettersi alla prova e perdere non era un fallimento ma una possibilità per imparare ed essere migliore. Divenne campione nazionale di Lacrosse e di Hockey sul ghiaccio, portando sulla maglietta sempre lo stesso numero: Il numero 19, il suo  portafortuna!

 

Dopo la laurea seguì il consiglio del padre che era un banchiere e andò a lavorare, come Equity Trader, a Wall Street, per la compagnia O’Neill, al 104mo piano della seconda torre. Era molto bravo in quel lavoro ma l’atmosfera di Wall Street,  improntata al solo profitto, da un nugolo di giovani rampanti tesi a sbranarsi l’un contro l’altro come hot-dogs, in nome del “dio dollaro”, era in totale conflitto con il suo credo e con i suoi valori. Pochi mesi prima della tragedia, espresse il desiderio di lasciare quel lavoro per entrare ufficialmente, come Vigile del Fuoco, nel Corpo delle Guardie Forestali di NY. La sua applicazione fu trovata dai genitori, dopo la sua morte, nel suo appartamentino di  Manhattan.

 

All’Università di Boston è abitudine che gli studenti prima di essere ammessi, scrivano un saggio su se stessi e sulle loro aspirazioni. Nella sua richiesta di ammissione, Welles parlò con entusiasmo dell’esperienza di volontariato che stava facendo, come vigile del fuoco, a Nyack, sua città natale. 

 

Anche in questo aveva seguito l’esempio del padre, che pur facendo ogni giorno il pendolare per il suo lavoro tra New York City e Nyack, era anche un membro dei Vigili del Fuoco e spesso era svegliato in piena notte per correre a spengere gli incendi. Welles, affascinato da tanta dedizione, all’età di 16 anni diventò il più giovane volontario vigile del fuoco, affrontando un severissismo e rigorosissimo training.

 

Altro esempio di coraggio e altruismo lo diede a Welles il suo nonno, Bosley Crowther, il più famoso critico del cinema del New York Times, temuto e conosciuto da tutti come “l’incorruttibile e il grande uomo”. Fu lui a far conoscere il nostro neoralismo in tutto il mondo, dando l’Oscar a De Sica per La Ciociara ed esaltando film come “Ladri di Biciclette”, “Paisà”, “Miracolo a Milano” etc.. Bastava una sua critica perchè un film fosse un successo o un fallimento. Bosley Crowther avrebbe potuto essere l’uomo più ricco di Hollywood ma nessuno poteva comprarlo:non erano questi i suoi valori..tutt’altro!Quando nel 1950 il Senatore McCarthy lanciò la sua odiosa caccia alle streghe rovinando gli artisti, gli intellettuali e gli spiriti liberi d’America..la voce del grande Bosley Crowther si levò, alta e solitaria, a denunciare quei misfatti, a rischio della sua vita e della sua carriera. 

 

Welles concluse il suo saggio all’Università scrivendo che, se un giorno  fosse stato chiamato a donare la sua vita per gli altri, l’avrebbe fatto senza esitazione e con tutto se stesso. Sembrava la sparata di un giovane visionario, ma quando per lui arrivò il momento di mettersi alla prova, dimostrò che la sua profezia altro non era che la ferma volontà di un essere umano dal cuore d’oro. La vita e la morte di Welles ci dimostrano che gli angeli camminano tra noi, ogni giorno, ma non ce ne accorgiamo, fino al momento in cui, qualche tragico evento, li costringe a rivelarsi con atti di eroismo. Il momento di Welles arrivò l’11 Settembre, un giorno come gli altri, trasformato, in un istante, in un diabolico inferno che avrebbe lacerato per sempre la coscienza dell’umanità intera.

 

 

 

 

 

La breve vita di Welles è piena di aneddoti che rivelano la sua simpatia  e generosità. Un ragazzo che giocava nel suo team di hockey sul ghiaccio, stava per essere espulso dal coach per la sua incapacità a fare goal. Welles allora, che era il campione del Team, prese il ragazzo da parte e gli disse:” stammi vicino, apriti al momento del goal, così io ti passerò la palla e tu farai il punto. E così avvenne…Il coach chiese scusa al ragazzo e lo riammise nella squadra di hockey.

 

Fin da piccolo, Welles portava sempre con sè qualche monetina o qualche dollaro spicciolo, per poterli dare ai senza tetto che incontrava per le strade di N. Y. Mentre la gente li insultava e li accusava di appestare e rendere invivibile la città, Welles, che aveva profonda compassione per la sofferenza di questi poveracci, li difendeva e cercava di aiutarli come meglio poteva.

 

Da quando lavorava a Wall Street, Welles aveva preso un appartamentino a Manhattan ma andava dai suoi genitori ogni weekend. L’ultima visita fu prima dell’11 Settembre. Alison, sua madre, aveva notato che per la prima volta suo figlio non era il ragazzo allegro e giocherellone di sempre ma che era invece distante, pensieroso, molto assorto. Prima che tornasse a NY, la mamma gli chiese se andava tutto bene o se ci fosse qualcosa che lo turbava.”Oh no, no mamma” rispose Welles,”Io sto benissimo, ma è che sento che devo fare parte di qualcosa che è più grande di me…e io non so che cosa sia.” Qualsiasi cosa Welles abbia percepito non lo rallegrò, ma non lo rattristò nemmeno. Quella sera, comprese qual’era il suo destino: essere al servizio degli altri, con tutta la sua anima, la sua fede e con umiltà. Quando quel momento arrivò, Welles avrebbe potuto fuggire, come tanti, invece scelse di tornare indietro, più e più volte, portando in salvo tante persone, finchè la seconda torre gli crollò addosso.

 

Quale evidenza potrebbe essere più chiara dell’esistenza dello spirito che ci chiama, ci guida e ci informa?

 

La mattina dell’11 Settembre, puntuale come sempre, Welles era alla sua scrivania al 104mo piano della seconda torre. La prima terrificante notizia l’ebbe dall’altoparlante interno che informava che un aereo si era abbattuto sulla prima torre.  Nessuno sapeva che un altro aereo stava già volando, minaccioso, contro di loro. Tutti quelli che lavoravano nella seconda torre, erano stati invitati a rimanere fermi ai loro posti per essere più sicuri!!!

 

 

 

Dal suo ufficio Welles cercò di intravedere cos’era accaduto e decise di correre subito ad aiutare i vigili del fuoco. Prese di corsa le scale dal 104mo piano perchè gli ascensori erano troppo lenti. Telefonò a casa dal suo cellulare ma nessuno rispose e allora lasciò il messaggio:

“Mamma, papà, non preoccupatevi, qui è successa una terribile disgrazia ma io sto bene, state tranquilli. Ci vediamo stasera!Vi voglio tanto bene!”Sarebbe stato l’ultimo messaggio registrato con la sua voce.

 

Welles raggiunse la Sky Lobby, al 78mo piano, per prendere gli ascensori più veloci, quando il volo N.175, della United Airlines, si schiantò contro la seconda torre, con un’esplosione che in un attimo distrusse tutto, vomitando ferro, fuoco e fiamme ovunque.

L’inferno, con tutto il suo orrore, era diventato realtà.

 

In pochi istanti la tragedia delle 2 Torri fu al centro delle principali notizie internazionali. La Seconda Torre, dov’era Welles, fu la prima a crollare. Gli occhi del mondo intero rimasero sconvolti dall’orrore. Le famiglie delle persone che lavoravano nelle due torri potevano solo pregare, in attesa di conoscere la sorte dei lori cari. Qualcuno riuscì a scappare, altri furono visti, in immagini di terrore, gettarsi nel vuoto dai piani più alti, nel vano tentativo di sfuggire a quell’inferno.

 

Durante le ore e i giorni che seguirono si sarebbe conosciuta la loro sorte. Per molti, le notizie furono di sollievo e per altr strazianti, come per la famiglia e per gli amici di Welles che continuavano ad andare di ospedale in ospedale sperando, contro ogni speranza, di trovarlo tra i feriti o tra coloro che avevano perso la memoria. Purtroppo non fu così.

 

Con il passare dei giorni diventava sempre più certezza il fatto che Welles se ne era andato per sempre. Fu terribile per i genitori e le sorelline dover abbandonare ogni speranza ed entrare in un mondo di indicibile angoscia e sofferenza.. ma non permisero che questa tragedia li distruggesse e decisero, tutti insieme, che una luce doveva nascere dal buio più profondo creando, così,  il Welles Crowther Memorial Fund, per aiutare i giovani con borse di studio e programmi sportivi.

 

Il corpo di Welles non era più stato ritrovato e l’unica cosa in possesso dei genitori era una pesante croce, fatta con il metallo fuso delle due torri, donata loro dai vigili del fuoco in memoria del figlio. Quella croce fu donata a me, da mia cognata Alison, quando il corpo di Welles venne ritrovato, 6 mesi dopo, alla base della seconda torre, sprofondata centinaia di metri sottoterra.

 

 

Welles era l’unico corpo di un civile tra le vittime dei vigili del fuoco ed il suo corpo, miracolosamente intatto, fu ritrovato a Marzo, in un giorno davvero speciale: il 19 Marzo!

Finalmente i genitori poterono dare sepoltura al loro figliolo e un po’ di pace ai loro cuori!

 

Si suppose, allora, che Welles era riuscito a raggiungere la base della seconda Torre per portare il suo aiuto ai Vigili del Fuoco! Ma il 25 maggio successivo, il New York Times pubblicava un lungo articolo di due pagine, molto dettagliato, con notizie ancora sconosciute e rivelate da quelli che sopravvissero alla tragedia.

 

Il padre di Welles preferì non leggere l’articolo..sarebbe stato troppo doloroso per lui rivivere quei momenti, ma Alison, la mamma, lo lesse e fu colpita da un racconto di un gruppo di sopravvissuti della Seconda Torre che si trovavano al 78mo piano, proprio mentre l’aereo si abbatteva sull’edificio.

Una signora cinese, Lyn Young, che ho conosciuto e che continua a farsi trapianti di pelle, raccontò di essere stata avvolta completamente dal fuoco e di aver perso i sensi e qualsiasi orientamento, soffocata dal fumo e dalle fiamme. Quando all’improvviso, ripresasi un po’,vide apparire da tutto quel fumo, un “misterioso giovane con un estintore in mano e con il volto coperto da una bandana rossa”.

 

Fin da ragazzino Welles portava sempre una bandana rossa  emulando il padre, il suo eroe, che ne portava una blu.”Nel taschino della giacca”diceva suo padre”si deve portare un fazzolettino bianco per bellezza e la bandana, nella tasca dietro i pantaloni, per proteggersi dal fumo, oppure”, scherzava il padre,”per soffiarsi il naso”.

I sopravvissuti riferirono che il giovane con la bandana rossa aveva preso in mano la situazione con una incredibile, straordinaria abilità ed enorme esperienza.

 

 Al leggere queste parole, la mamma di Welles alzò gli occhi sul marito e gli disse:”Jeff, abbiamo trovato il nostro Welles!”. La bandana rossa, il training da vigile del fuoco, chi altri poteva essere se non il loro figliolo? Grazie al New York Times, Alison potè contattare le persone salvate dal “misterioso uomo con la bandana rossa”. Mostrò le foto del figlio e tutti confermarono che era proprio lui, il giovane eroe al quale dovevano la loro vita! Finalmente si  potevano mettere insieme gli ultimi istanti vissuti dal nostro Welles!

 

 

 

Welles era riuscito, quindi, a trovare un passaggio tra le fiamme fino allo Sky Lobby, dove si trovavano ormai tanti morti e molti in fin di vita, carbonizzati, mutilati e agonizzanti nel terrore. Trovò un estintore, riuscì a spengere un po’ delle  fiamme e cominciò a chiamare a gran voce i sopravvissuti, “Ho trovato le scale” urlava il giovane con la bandana rossa,”Seguitemi e aiutate chi non lo può fare. Io conosco la via…seguitemi!” Una donna paralizzata dal terrore non risciva a muoversi e Welles se la caricò sulle spalle guidando il folto gruppo al di là del denso fumo, acre e soffocante, fino al corridoio che portava alle scale. Al 61mo piano il  fumo si fece più rarefatto e Welles, affidando loro la persona ch aveva sulle spalle, potè mandare il suo gruppo, da solo, verso l’uscita e la salvezza.  Lui, invece, doveva assolutamente tornare indietro e risalire i 17 piani fino allo Sky Lobby per aiutare tutti gli altri, rimasti intrappolati dal fumo e dal fuoco.

 

Dopo aver portato in salvo anche il secondo gruppo, Welles tornò su per una terza volta e vide che molti ormai stavano agonizzando, imprigionati com’erano dalle lamiere, dal fuoco e dai detriti. Si precipitò allora fino al piano terra, dai  suoi vigili del fuoco, per prendere le “tenaglie della vita” lo strumento che si usa quando la gente resta intrappolata dalle lamiere negli incidenti di macchina ma, prima che potesse ritornare al 78mo piano, la seconda torre gli crollò addosso, implodendo su stessa in 8 secondi e mezzo!

 

E’ chiaro che Welles avrebbe avuto tutte le possibilità per salvarsi ma, se lo avesse fatto, non sarebbe stato fedele a se stesso! Fino a che c’erano persone da aiutare, Welles non pensò un istante alla sua vita. Una giornalista scrisse:”A volte bisogna attraversare l’inferno per trovare un Angelo”ed un’altra: “Non basterebbero 100 vite per arrivare alla compassione umana di Welles Crowther”.

 

Welles vive e cammina con noi ogni giorno, ci protegge, ci dà sempre una mano e con il suo numero 19, continua ad apparire in momenti di grande significato.

Suo padre che, paralizzato dal dolore, per due anni non era più riuscito a parlare, si è tatuato il N.19 sul cuore. Jeff è un vero credente ma molto scettico sul fatto che uno spirito possa continuare a vivere o a mettersi in contatto con noi. Adesso, invece, è convinto!

 

Poco tempo fa, in un meeting all’ultimo piano di un grattacielo di New York, colpito da una gigantografia delle Due Torri che un dirigente aveva dietro la scrivania, Jeff gli chiese il motivo di quella foto. L’uomo rispose che era stata scattata dal suocero morto in quella tragedia e chiese poi a Jeff, se conoscesse anche lui qualche vittima.

Jeff gli raccontò la drammatica storia di suo figlio e, finita la riunione, lasciò l’ufficio per prendere l’ascensore. Era da solo e spinse il bottone per il piano terra ma, inaspettatamente, l’ascensore si femò al 19mo piano! Jeff attese che qualcuno entrasse ma niente..sbirciò allora sul pianerottolo, a destra..a sinistra, ma non c’era nessuno. Rientrato nell’ascensore, le porte si richiusero dolcemente fino all’uscita. Welles, dopo tanti anni, aveva trovato il momento ed il modo giusto per mettersi in contatto con suo padre e fargli sentire la sua presenza e il suo amore.

 

Ecco, è questa, la risposta alla nostra domanda:”Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, come ci evolviamo”?

 

C’è tanto da imparare da una storia come questa di Welles. Fin dall’alba dei tempi, anche i primitivi intuirono che nella razza umana coesistono due nature, una buona ed una cattiva, in perenne conflitto l’una contro l’altra: l’eterna battaglia tra il Bene e il Male. Ci sono gli avidi, i meschini e poi ci sono gli Angeli, come Welles, che vivono per essere al servizio degli altri, perchè è giusto farlo, perchè in questo gesto vive una forza straordinaria, un accumulatore di energia e di potere che può e deve essere offerto allo spirito umano per la sua evoluzione.

 

In poco tempo l’umanità, dalla parola, è arrivata a costruire grandi città, a raggiungere il fondo degli oceani, a camminare sulla luna, ad esplorare galassie. Ora è il tempo di fare un grande passo in avanti a livello spirituale, fino a quando gli esseri umani capiranno che è un dovere aiutarsi l’un l’altro e che è l’unico modo per costruire un mondo senza fame, senza guerre, nè armi letali.

 

 Il futuro dell’umanità dipende da persone di buona volontà come Welles, i cui semi sbocceranno alla rivoluzione dello spirito umano. La speranza per la specie umana dipende da questo. E’ questa la lezione ed è questa l’eredità che Welles Crowther ci ha lasciato.

I genitori ed i nonni gli hanno indicato i sentieri per scalare le montagne, Welles, da solo, ha conquistato la cima.

Sulla lapide, ad Albany, in memoria dei Vigili del Fuoco che hanno dato la vita in servizio, primeggia il nome del Vigile del Fuoco di New York, l’eroe e martire: Welles Crowther!

 

La sua richiesta, per diventare Vigile del Fuoco,  è stata ufficialmente accettata!

 

Carla Romanelli Crowther 

Cattolica, 21 Settembre 2013 – Convegno Internazionale della Speranza

Edda CattaniUn Guerriero di Luce
Leggi Tutto