Edda Cattani

Eternità: un mistero

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Eternità : un mistero

                                                                          

Un’eterna altalena fatta di ricordi

 

 

 

Una deformazione professionale mi porta sovente a parlare con gli esempi che, da giovane mamma ed insegnante, sapevo trovare con i miei bambini. Ricordo che quando morì tragicamente un papà di una mia piccola alunna, dovendo parlare della “morte” raccontai un aneddoto che mi fece avvicinare a loro, senza sconvolgere quelle piccole menti. Si trattava in verità di un articolo scritto da Luca Goldoni che rispondeva ad una madre che aveva perso il suo bambino: “Facciamo conto di trovarci in cima ad un monte e di vedere, giù nella valle, snodarsi una linea ferroviaria. Lontano a sinistra c’è un treno che avanza e che, poi si ferma improvvisamente perché una frana è caduta sui binari ed ha ostruito la linea. A destra, sempre lontano, c’è la gente che aspetta il treno. Noi che siamo in cima al monte, nell’attimo stesso che il treno si ferma davanti alla frana, sappiamo già quello che ignorano i viaggiatori della stazione di arrivo e che, sapranno solo tempo dopo. Perché tutto questo? Perché noi abbiamo la visione delle alte sfere, perchè guardiamo dall’alto e perché in alto siamo più vicini a Dio” . 

 

Oggi vorrei aggiungere che chi sta in alto non ha il limite della concezione spazio-tempo e del prima-dopo. Per quelli giù a valle la causa e l’effetto sono staccati nel tempo e solo più tardi i viaggiatori in attesa conosceranno la causa (la frana che ha fermato il treno) e risentiranno dell’effetto (il ritardo del treno). Ma noi dobbiamo imparare a guardare dall’alto e a considerare le cose nella dimensione dell’eternità.

 

Ricordo ancora, quando ero bambina, che mi fermavo a pensare a questa parola: eternità… e venivo colta dal panico. Nella mia piccola esperienza tutto era circoscritto ed io sapevo misurare le cose solo con il mio “..e poi? … e poi? … e poi?”  Oggi cerco di pensare all’eternità come coloro che, sulla cima del monte, guardano gli uomini nella vallata, che aspettano il treno e… mi metto nelle mani di Dio.

 

 

 

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Il coraggio di credere

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La nostra ricerca infinita

“Sono io mamma quell’angelo…”

Il coraggio di credere

(estratto Convegno A.C.S.S.S. Padova 2014)


Questo titolo può portare a diverse interpretazioni. Per quanto mi riguarda il “credere” è vivere e  “credere” è anche comunicare, spezzare il pane della condivisione. Questa affermazione  non ha la pretesa di proporre quale sia la linea di vita praticabile e nemmeno che la proposta sia di per sé una vita di “valore”.

 L’espressione in sé non dice nulla sul significato della vita che si vuole rappresentare, né, tanto meno, descrive un indice della positività di tale significato.

 Da qualsiasi stato essa provenga non può condurre in maniera logica, consequenziale, al “valore” di un vissuto cui si fa riferimento. 

Per comprendere in maniera sufficientemente adeguata il “valore” di un’esperienza, occorre che il ricevente del messaggio si lasci coinvolgere in ciò che gli offre l’emittente, assumendone i valori. Il che dipende unicamente dalla predisposizione interiore del ricevente, che può essere più o meno favorita dalla forza attrattiva del messaggio e dello stesso emittente… in questo caso io stessa, con la mia storia e la mia condizione.

 

Narra un’antica storia orientale che a un uomo, da anni alla

ricerca del segreto della vita, fu detto che un pozzo possedeva la

risposta a cui egli così ardentemente aspirava.  Trovato il pozzo,

l’uomo pose la domanda e dalla profondità… giunse la risposta: “Vai

al crocicchio del villaggio: là troverai ciò che cerchi”.

Pieno di speranza, l’uomo obbedì, ma al luogo indicato trovò

soltanto tre botteghe: una bottega vendeva fili metallici, un’altra

legno e la terza pezzi di metallo. Nulla e nessuno in quei paraggi

sembrava avere a che fare con la rivelazione del segreto della

vita.

 

Credendo di essere stato ingannato l’uomo continuò le sue

peregrinazioni finché una notte sentì, in lontananza, suonare un

“sitar”. La musica era meravigliosa e l’uomo, affascinato, si

diresse verso il luogo dove era il suonatore e ne vide le mani che

suonavano abilmente uno strumento fatto di fili metallici, pezzi di

metallo e di legno.

 

L’indicazione datagli dal pozzo gli parve chiara: tutti abbiamo gli

elementi necessari per comporre la meravigliosa musica della nostra

vita, ma ogni elemento, ogni evento, ogni circostanza a sé stante é

vuota se viene separata dagli altri elementi.

 

Una melodia è qualcosa di completo perché composta da tante note,

in armonia tra loro. Così la psiche umana, composta di vari

elementi come impulsi, desideri, emozioni, intuizioni e via

dicendo, se non disposti in maniera organica, non possono creare

quella sinergia (nel senso di azione simultanea e coordinata) che é

necessaria per saper vivere.

 

Ecco allora il significato e la figura di sfondo del titolo:  una parola o  un’immagine portano in seno un aspetto di mille altre parole o  immagini. Il nostro linguaggio è una cascata: genera  di volta in volta  evocazioni e collegamenti. Beato chi li scopre e li vive.

 Ognuno comprenda bene dove mira il discorso: a rendere un po’ più manifesto, prima di illustrare il contenuto, a che cosa si riduca la capacità di instaurare mutui richiami fra quelle che ho chiamato «parole, immagini», ma che meglio dovrei definire  «simboli». Sono questi, i grandi unificatori del creato.

Pensavo a queste o a simili cose, il momento in cui mi sono raccolta per elaborare alcune idee circa il  modo di soffermarsi SUL VIVERE E SAPER VIVERE… e sul senso della VITA E SULLA MORTE /.

 Mi sono detta: può intuire e capire meglio IL SENSO DELLA VITA e sull’impulso religioso che essa promana, solo chi è disposto mentalmente a creare contatti tra una parola e l’altra, a instaurare  richiami  fra immagini, a uscire dal suo pragmatismo.

 E’ evidente che su una cosa siamo d’accordo tutti ed è che non

tutti siamo d’accordo, cioè tutti non condividiamo le stesse scelte. Ma

le opinioni diverse sono il risultato di quello che ciascuno di noi

è e vuole essere, cioè ciò che vuole per sé.

Da questa “volontà” di scegliere, siamo arrivati alla parola

chiave: libertà di vivere.

Tutte le religioni ci parlano della divinità, di una qualche divinità, in una maniera o nell’altra. Ma il superamento della morte fisica e il pensare ad una vita eterna per noi, ci può venire solo da un vero Dio, da un Dio nel senso pieno e assoluto, il quale non si limiti a creare un universo per poi lasciarlo a sé, ma veramente vi si incarni.

La vita eterna è molto, molto di più della sopravvivenza.

Profonda vocazione dell’uomo è di conseguire ogni bene, ogni perfezione, ogni pienezza di essere e felicità senza fine. È perseguire la creatività stessa del supremo Artista dell’universo.

 

Solo le visioni delle sfere superiori, quelle che sono state date come dono a rari uomini nella storia, vengono a noi per indicarci che la morte, ogni morte ha un suo significato e non avviene invano. E’ una causa determinante un effetto che non si limita al solo dolore, ma che reca qualcosa di più profondo.

 “CORAGGIO DI CREDERE”, nel mio caso, significa raccogliere

l’eredità di mio figlio, quanto ne è stato dei suoi ideali, delle

sue attese, delle speranze non concluse e farla nostra, perché se

la morte è portatrice di un effetto, essa non può essere solo

sottrazione o “nulla”, intendo il “nulla” nel quale stemperare,

come in un crogiolo, il nostro desiderio di vendetta o il nostro

nichilismo.

Il tempo è un dono che la vita ci fa. Lo è anche quando sembra non esserlo, quando stanchi affrontiamo il domani. Ed ogni anno che passa, ogni compleanno, è una tappa importante, un traguardo, una sorte di resa dei conti. Più gli anni passano e più i conti sballano anche se non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo.

A questa chiamata possiamo non rispondere, possiamo lasciar perdere e piangerci addosso fino alla fine dei nostri giorni terreni, ma se risponderemo dobbiamo farlo con coraggio, con dedizione totale e piena fiducia che saremo ripagati al centuplo.

 

L’uomo d’oggi, impregnato di materialismo ha perduto la capacità di

rapportarsi alla dimensione divina. Nella società del rumore ha

dimenticato i percorsi, non si è preso cura di ascoltare il

richiamo della coscienza e, nel momento dell’ostacolo ha fatto come

colui che, da alpinista alle prime armi, rimane nel crepaccio,

senza darsi da fare ed attende i soccorsi che forse non giungeranno

in tempo.

 

“Cammina” ci dice Gesù “Arrotola la corda intorno ai tuoi fianchi e

guardando su, in alto, dove splende il sole limpido delle alte

vette, risali in cordata. Non occuparti del sangue che via via ti

scarnificherà le mani e i piedi. Guarda avanti, figliolo, e se con

te, vi saranno altri compagni di cordata, aiutali e non dimenticare

che io sono al tuo fianco.”


 

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Nostalgia: l’amore che rimane

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Novità Editoriali

Da qualche parte sopra l’arcobaleno

Nostalgia: l’amore che rimane

Maria Pizzolitto Lui

Un’amica, una madre, una testimone…

…e Vera continua…

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.
     (Ivano Fossati)

 

“Non posso fare a meno di immaginare un posto, un luogo, una dimensione oltre la nostra, dove chi ci ha preceduto dimora, nella pace e nella felicità più assoluta. Mi affascina pensare al prosieguo della vita, a quello che noi saremo, a quando nuovamente ci incontreremo, con coloro che abbiamo amato e che ci aspettano, lassù, da qualche parte, sopra l’arcobaleno. Sull’onda di questi pensieri, ha preso forza il desiderio di continuare a raccontarmi. Da quando Vera non è più fra noi, abbiamo imparato a misurare il tempo in riferimento al prima e al dopo la sua dipartita. Uno spartiacque importante che ha determinato un mutamento radicale delle nostre vite. Tanto dolore, ma anche tanto arricchimento, per il percorso intrapreso. Oggi, a distanza di anni, lo posso affermare. Difficile da comprendere per chi non ci è passato.”

 

 

Come si fa a sapere quando una canzone, un’opera, un quadro, una storia, un racconto, sia finito? Non ci sono regole… te lo senti all’improvviso come un pugno dentro lo stomaco.. e volano fino alla fine del corpo, ti fanno contorcere le membra fino quando qualcosa a cui ti sei dedicato con amore e con passione non sia completato.

Ed ecco Vera che continua libera il suo volo e con la Mamma costruiscono insieme il loro capolavoro, qualcosa che è iniziato proprio nel momento in cui Vera è morta. Inutile addolcire la pillola, la verità è questa; ora siamo a metà tra la fine e l’inizio, tra la vita e la morte… in un mare primordiale di emozioni.

Quando l’ineluttabile giunse improvviso ed imprevisto, sembrò spezzare, in maniera dirompente, l’amplesso fatto di parole e di gesti, di sensazioni e di stati d’animo, di silenziose complicità, di amorevolezza infinita.  

Di fronte a questo accadimento, Mamma Maria cercò risposta alla domanda: “Quale sorte è toccata alla figlia che ho generato…  Dov’è andato quel soffio, quell’energia vitale?”  

Ora le “prove per assenza” aiutano ad apprezzare ciò che c’è, che ancora esiste.  Qualsiasi evento sopraggiunga Vera può dire: “Sono qui, sono viva, sono quello che sono, apprezzo ciò che c’è e metto armonia in ciò che vivo.” 

Ecco cara Mamma Maria, tu e Vera insieme, state costruendo qualcosa di geniale.. di unico, state mostrando al mondo cosa significa abbattere le barriere della morte e attraversarle, renderle superflue.

Con Vera stai superando i confini del tempo.. state costruendo qualcosa di unico.. state trasformando l’ordinario in straordinario.
Il tuo sguardo fiducioso verso la vita ci aiuta a scoprire e a creare senso…

Tutte le parole scritte in questo libro, penetrano nella mente inconscia, fanno compagnia e poi affiorano quando ce n’è bisogno.

Grazie, continuate il vostro volo, una perfetta combinazione di alta ingegneria e queste perfette combinazioni ci consentono di PENSARE e RINGRAZIARE.

Cara Vera, tu sei pittore, il mondo acquista i tuoi colori!

 

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L’eterno fascino del “Dolore”

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L’eterno fascino del “Dolore”

amore

Riflessioni che non si possono omettere sono quelle di come si giunga ad amare per “compassione”. Visto in questa prospettiva l’amore è malato perché recita una parte, è una farsa, un’ambiguità.

“Vorrei spiegare il significato della compassione, che è spesso mal compreso. La vera compassione non si basa sulle nostre proiezioni e aspettative, ma, piuttosto, sui diritti dell’altro: indipendentemente dal fatto che l’altra persona sia un amico intimo o un nemico, nella misura in cui detta persona vuole pace e felicità e vuole evitare la sofferenza, su questa base possiamo sviluppare una genuina preoccupazione per i suoi problemi.

Questa è la vera compassione. Di solito, quando siamo interessati alla sorte di un amico intimo, chiamiamo quest’interesse “compassione”; ma non è compassione, è attaccamento.

Se l’unico legame fra amici intimi è l’attaccamento, allora anche un’inezia può indurre un mutamento delle proiezioni. Non appena le proiezioni cambiano, l’attaccamento scompare, perché quell’attaccamento era basato solo sulle proiezioni e sulle aspettative.

È possibile avere compassione senza attaccamento e, similmente, provare rabbia senza odio. Di conseguenza dobbiamo chiarire le distinzioni fra compassione e attaccamento e fra rabbia e odio.

Tale chiarezza ci è utile nella vita quotidiana e nell’impegno per la pace nel mondo. Ritengo che questi siano i valori spirituali di base per la felicità di tutti gli esseri umani, che siano credenti o meno.” Dalai Lama

libro

Nella storia della letteratura italiana ha un posto di primo piano. E “La cognizione del dolore” di Carlo Emilio Gadda non smette mai di stupire i lettori che ancora non la conoscono.

Pubblicata per la prima volta a puntate sulla rivista “Letteratura” tra il 1938 e il 1941, “La cognizione” gaddiana appare adesso in una nuova, splendida edizione Adelphi (pagg. 381, euro 24). Con una ricca appendice che, oltre alla galleria fotografica, propone anche l’intervista

“Ricordo di mia madre”. Il libro mette a confronto nella villa isolata di Lukones il tormentato don Gonzalo, schiavo del male di vivere, e la malinconica vecchia madre: la Signora. In un minuetto di sentimenti in cui si fondono l’amore, la gelosia, la nevrosi e i sensi di colpa. 

In un minuetto di sentimenti in cui si fondono l’amore, la gelosia, la nevrosi e i sensi di colpa.

 

 

 
 
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Santa Madre Teresa

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Madre Teresa di Calcutta è santa

Vogliamo ricordarla così:

La proclamazione di Papa Francesco:

“Non esiste alternativa alla carità”

teresa di calcutta

 

Il Santo Padre ha letto la formula in latino e subito dopo cʼè stato un applauso da parte dei fedeli. Accanto allʼaltare sono state collocate le reliquie della nuova santa.

papa teresa

Il Pontefice ha esortato i fedeli a seguire l’esempio della santa albanese per attuare “quella rivoluzione della tenerezza iniziata da Gesù Cristo con il suo amore di predilezione ai piccoli”. Nell’omelia della messa di canonizzazione, Papa Francesco ha detto: “Non esiste alternativa alla carità: quanti si pongono al servizio dei fratelli, benché non lo sappiano, sono coloro che amano Dio”.

“La vita cristiana tuttavia, non è un semplice aiuto che viene fornito nel momento del bisogno. Se fosse così sarebbe certo un bel sentimento di umana solidarietà che suscita un beneficio immediato, ma sarebbe sterile perché senza radici. L’impegno che il Signore chiede, al contrario, è quello di una vocazione alla carità con la quale ogni discepolo di Cristo mette al suo servizio la propria vita, per crescere ogni giorno nell’amore”.

 

teresa

“Mise i potenti davanti ai loro crimini di povertà” – Madre Teresa “si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato”, ha proseguito il Papa. “Ha fatto sentire la sua voce ai potenti della Terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini, dinanzi ai crimini, della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il ‘sale’ che dava sapore a ogni sua opera, e la ‘luce’ che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e la loro sofferenza”.

“E’ la santa di un mondo sfiduciato, avido di tenerezza” – “Oggi – ha detto ancora  – consegno questa emblematica figura di donna e di consacrata a tutto il mondo del volontariato: lei sia il vostro modello di santità”. E ancora: “Questa instancabile operatrice di misericordia ci aiuti a capire sempre più che l’unico nostro criterio di azione è l’amore gratuito, libero da ogni ideologia e da ogni vincolo e riversato verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, razza o religione, che porta speranza a umanità sfiduciata”.

“Anche da santa continueremo a chiamarla madre” – “Penso che forse avremo un po’ di difficoltà nel chiamarla santa Teresa, la sua santità è tanto vicina a noi, tanto tenera e feconda che spontaneamente continueremo a dirle ‘madre Teresa’”, ha detto poi il Pontefice, in un inserto a braccio dell’omelia.

Migliaia di fedeli hanno posizionato mazzi di fiori sulla tomba di madre Teresa e hanno intonato canti per celebrare la sua canonizzazione. A Calcutta la cerimonia che si è svolta in Vaticano è stata seguita nella casa della congregazione, meta di un pellegrinaggio continuo sulla tomba dove con i petali sono stati lasciati messaggi dei fedeli.

 

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Camminare, viaggiare, pellegrinare

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Camminare, viaggiare, pellegrinare

(Gabriele Gastaldello)

viaggio-insieme  

Ho ripreso vigore camminando… Quando posso mi concedo una camminata in solitaria tra i campi. Cadenzo l’andatura dei passi con il ritmo dei respiri (tre passi un respiro). Guardo, ascolto, tocco la natura intorno a me. Nella quiete rilassante la mente si riposa. Ho imparato a meditare camminando. Tengo in mente il messaggio del poeta Tagore: viaggiai per vasti mari alti monti e non mi accorsi della goccia di rugiada sulla spiga di grano accanto a casa mia!”.

Lo sguardo ordinario diventa straordinario quando guardi con attenzione.

Diventa consapevole delle gambe che ti trasportano e dei piedi che baciano la terra. Ringrazia i piedi per il servizio che ti fanno continuamente. Camminare è medicina di buona salute! Mediamente fai 15 Km al giorno. Il cammino energico e mirato dà energia ai muscoli, dà ossigeno ai polmoni, dà ritmo al cuore, dà creatività alla mente. Quando sei teso, preoccupato o quando sei annoiato dalla stancante pigrizia casalinga, puoi distenderti ed energizzarti camminando. Non ha importanza arrivare alla meta ma vivere durante il cammino: contempli, racconti, entri in contatto con persone e luoghi che incontri. A volte aspetti secondari diventano principali e viceversa. Camminare si dilata nel viaggiare (“viam agere” = “fare strada”) e nel pellegrinare (“per agros ire”= “andare attraverso campi”).

Il turista si interessa dell’estetica, fotografa, non si lascia coinvolgere.
Il viaggiatore si confronta con le persone, gli eventi, i luoghi che incontra.
Il pellegrino, si lascia coinvolgere dalla spiritualità delle persone e dei luoghi, assorbe le loro energie e si ricarica.
   La strada ti distanzia dalle solite occupazioni, ti educa ad essere aperto accogliente, flessibile e libero. Pace sono i tuoi passi, i tuoi respiri, i tuoi sentimenti, i tuoi sguardi, le illuminazioni, le esperienze di pienezza che la contemplazione ti regala. Puoi viaggiare per conoscere il mondo, ma più ancora più importante è conoscere il mondo intimo.
 

Camminando si apre il cammino, / la strada si fa con l’andare…
Il vero viaggio è interiore / la vera meta non è il viaggio,
ma un nuovo modo di guardare…
” 

Esplori il mondo per esplorare te; sei unico originale irripetibile, sei mistero, cioè una ricchezza così grande che non finirai mai di esplorare. “Per lontano che tu vada non raggiungerai i confini dell’anima, tanto è vasto il suo pensiero” (Eraclito, filosofo greco antico). Cresce l’entusiasmo per i pellegrinaggi eroici… Anche tu con i tuoi amici puoi organizzare mini-pellegrinaggi nei luoghi vicini, per contemplare ed esplorare persone e ambienti. Puoi dare ai piccoli spostamenti quotidiani la qualità del pellegrinaggio; con consapevolezza stai attento alle novità della strada.

 

 

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A fine estate Cattolica

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E si ritorna a Cattolica, come ogni anno!

 

Il programma di Cattolica

 

 

Ecco, cari amici, che avete vissuto storie simili alla mia e voi che da anni fate parte  del Movimento della Speranza, vi presento il nostro programma del Convegno di Cattolica.  Lo trovate in alto, nella pagina CONVEGNI, nella HOME di questo sito. Approntarlo é stato un lavoro lungo e impegnativo in cui l’amica Paola Giovetti ha avuto un ruolo prezioso. Ora il guardare all’alternarsi di tanti relatori e presenze può far pensare ad un grande involucro in cui resterà poco spazio per gli interventi individuali e per le richieste dei singoli. Chi giunge a Cattolica, infatti, è desideroso non solo di apprendere i contenuti delle discipline che ci affascinano, ma di dare risposta agli innumerevoli “perché “ sull’esistenza e sulla morte. Cattolica è spesso meta di disperati, distrutti da un lutto recente, annebbiati da una visione della vita e di un Dio che sembra volerci togliere le persone a noi più care. Questi sentimenti li abbiamo provati tutti, ma se col tempo il dolore non è scomparso, molti di noi hanno accettato un disegno imperscrutabile a cui daremo risposta solo quando saremo liberi dai lacci che avvolgono la nostra materialità terrena.  Il senso della sofferenza non può essere spiegato, ma solo “trovato” cioè vissuto dall’interno ed un aspetto importante della condizione umana è proprio quello di ritrovarsi con altri che hanno vissuto la nostra stessa esperienza per cominciare a pensare, non solo emotivamente.

Movimento della Speranza: comunione e comunicazione.

 

Sperare vuol dire attendere il momento che , opportunamente, arriverà per ciascuno di noi. Sarà un segno di modeste dimensioni, che altri non noteranno, ma che per noi sarà denso di quel contenuto noto a noi soli e che ci abbaglierà come Paolo sulla strada di Damasco. Prepariamoci a questo evento, durante l’estate, e arriviamo a Cattolica non come gente che soffre di una malattia inguaribile, ma con lo spirito che si ritrova nella “Salvifici doloris” di Giovanni Paolo II° del 1984. Arriviamo per volere essere riscattati, con la spiritualità di chi non vuole vivere un  dolore alienante, ma nella prospettiva della salvezza e della risurrezione. Ricordiamo anche che la “comunicazione” con i nostri Cari esige “rispetto” verso coloro che potranno avvicinarci ad essa e verso i fratelli che , come noi, attendono una stilla di acqua benefica. Pensiamo ai nostri amati Figli che non conoscono più invidie, prevaricazioni, miserie e meschinità e chiediamo a loro stessi di venire a noi illuminandoci della loro Luce, abbracciandoci dell’aura benefica che li avvolge, facendosi riconoscere per la loro vicinanza.  Chiediamolo… e attendiamo … con carità e rispetto … per tutti.

 

 

           “Venite a me voi che siete affaticati e stanchi…”

 

Il senso della sofferenza va “trovato” e capito “dall’interno. Cristo ha fatto questo: egli che avrebbe potuto predicare, narrare il dolore e la morte, ha “raccontato” la sua stessa vita. Prima di lui dolore e morte erano segno di un limite, di imperfezione e bagaglio umano creaturale. Con Lui abbiamo la certezza di essere compresi nella nostra angoscia, nello smarrimento, nello sconforto e nella tristezza. Lui le ha provate tutte, come noi, come un qualsiasi uomo, come una qualsiasi madre: l’abbandono, l’incomprensione, la derisione, la nudità. Noi madri, scarnificate, derelitte, offese, abbruttite potremo tornare a vivere e a sorridere perché la vicinanza “dell’uomo dei dolori” ci aiuterà a rivedere tutta la nostra vita, a comprendere la sofferenza degli altri, a dare la giusta importanza alla relatività delle cose. In questa condizione potremo avvicinarci a Cattolica con maggiore serenità e, siatene certi, saremo ascoltati. L’atteggiamento di chi spera è autenticità che richiama un dono ineffabile divino: quello della “provvidenza” che diviene carisma, luce e conforto.

Edda CattaniA fine estate Cattolica
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Dalla terra dei “girasoli”

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BUONE VACANZE!!! 

Dalla prossima settimana inizia per tutti un periodo di necessario riposo e a volte, la ricerca di quel fresco che attenui la calura stagionale. Io riprenderò il percorso della “Romea” la strada dei pellegrini che si recavano alla città di Roma facendola a piedi… Non sarà più come gli anni quando, in piena estate, mi dividevo fra i piccoli al mare e Mentore nel suo avviarsi lentamente e per sempre… Pur con il cuore affaticato sentivo tutta l’armonia e la bellezza di questa terra in cui sono nata, ove immense distese di girasoli troneggiano nei campi coltivati. Li ho rimessi ogni anno nella cappella di Andrea che ancora mi veglierà durante i miei viaggi…ora che è insieme al suo Papà… Gli scorsi anni mi sentii protetta da questa pagina che ripropongo modificata… C’è stato intorno a me tanto affetto e conforto durante quell’estati assolate… vorrei ancora che la mia estate fosse così!

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti

 

Portami il girasole ch’io lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l’ansietà del suo volto giallino.

Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.

Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.


(
Eugenio Montale, Ossi di seppia, 1925)

Da questa poesia parte anche la mia invocazione; è un verso di quelli che si stampano nella memoria: portami il girasole ch’io lo trapianti. C’è tutta la forza di una preghiera e la debolezza di chi, sente la propria anima come un terreno bruciato dal salino, la ferita di una terra dolorosa. Il girasole, pianta magica e dalle foglie gialle, come quei limoni cantati da Montale in altre liriche, più che un uomo è un angelo, che tende verso il cielo azzurro per ansia e bramosia di infinito.

Per questo, in questa stagione porto ad Andrea “il girasole” quasi a volere, in forma poetica  proseguire la mia preghiera che va al di là del dissolvimento: trasparenze e verbi quali vapora fanno capire quanto ci si allontana dalla materialità per giungere all’essenza. Il girasole è  simbolo di un’ebbrezza quasi mistica, che rischiara la visione delle cose, estremo tentativo di una supplica che non è conoscenza, è qualcosa di più, è quello che ai poeti, e anche a me, piace chiamare Illuminazione.

 

 il profumo dei fiori che mi porti giunge fino a me 

…finalmente insieme…

 

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13 Giugno: S.Antonio a Padova

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RICORDI DEGLI ANNI

Oggi festa grande qui a Padova -SANT’ANTONIO – Una visita per voi tutti davanti all’arca del Santo e una visita alla cappella della Madonna Mora.

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Storia: L’attuale cappella della Madonna Mora era in origine una chiesetta indipendente, S. Maria Mater Domini, risalente al XII sec., la quale – dopo che vi fu sepolto sant’Antonio nel 1231 (e vi restò fino al 1263) – fu inglobata nell’attuale basilica. La statua della Madonna Mora si trova sull’altare dal 1396.

antonio-mora

«La Vergine col bambino è una delle tante Madonne che in tutto il mondo sono popolarmente definite “more”, sempre per via dell’annerimento dovuto ai ceri», ha spiegato lo storico dell’arte Leopoldo Saracini del Collegio di Presidenza della Veneranda Arca del Santo. «Il sacello trecentesco oggi rimesso a nuovo, si trova sopra i resti della chiesa di Maria Mater Domini dove Sant’Antonio aveva espressamente chiesto di venir sepolto e che nel 1231 accolse le sue spoglie, lì rimaste per 32 anni prima di finire nell’arca dell’attigua cappella, meta quotidiana di pellegrini di tutto il mondo».

antonio-altare

DISCORSO DEL VESCOVO CIPOLLA AI FEDELI

UN “DUPLICE SEGNO”. Il vescovo ha poi annunciato: “Domenica 18 giugno, celebrando la Solennità del Corpo e Sangue del Signore (Corpus Domini), la Chiesa di Padova porrà un duplice segno. Il primo segno è la riapertura della chiesa del Corpus Domini in via Santa Lucia, danneggiata alcuni anni fa dal terremoto, dove riprenderà l’Adorazione perpetua […]. Il secondo segno riguarda le Cucine Economiche Popolari, istituzione simbolo della carità e del ‘pane’ donato nella nostra città. Esse diventeranno un vero e proprio ‘Cantiere di Carità e Giustizia’, con l’istituzione di una Fondazione canonica”.

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SS.ma Trinità

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Domenica della SS.ma Trinità

Ermes Maria Ronchi

 trinita

I termini che Gesù sceglie per raccontare la Trinità, sono nomi di famiglia, di affetto: Padre e Figlio, nomi che abbracciano, che si abbracciano. Spirito è nome che dice respiro: ogni vita riprende a respirare quando si sa accolta, presa in carico, abbracciata. In principio a tutto è posta una relazione; in principio, il legame. E se noi siamo fatti ‘a sua immagine e somiglianza’, allora il racconto di Dio è al tempo stesso racconto dell’uomo, e il dogma non rimane fredda dottrina, ma mi porta tutta una sapienza del vivere. Cuore di Dio e dell’uomo è la relazione: ecco perché la solitudine mi pesa e mi fa paura, perché è contro la mia natura. Ecco perché quando amo o trovo amicizia sto così bene, perché allora sono di nuovo a immagine della Trinità. Nella Trinità è posto lo specchio del nostro cuore profondo, e del senso ultimo dell’universo. Nel principio e nella fine, origine e vertice dell’umano e del divino, è il legame di comunione. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio…” In queste parole Giovanni racchiude il perché ultimo dell’incarnazione, della croce, della salvezza: ci assicura che Dio in eterno altro non fa che considerare ogni uomo e ogni donna più importanti di se stesso. Dio ha tanto amato… E noi, creati a sua somigliante immagine, “abbiamo bisogno di molto amore per vivere bene” (J. Maritain).
Da dare il suo Figlio: nel vangelo il verbo amare si traduce sempre con un altro verbo concreto, pratico, forte, il verbo dare (non c‘è amore più grande che dare la propria vita…). Amare non è un fatto sentimentale, non equivale a emozionarsi o a intenerirsi, ma a dare, un verbo di mani e di gesti. “Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato”. Salvato dall’unico grande peccato: il disamore. Gesù è il guaritore del disamore (V. Fasser). Quello che spiega tutta la storia di Gesù, quello che giustifica la croce e la pasqua non è il peccato dell’uomo, ma l’amore per l’uomo; non qualcosa da togliere alla nostra vita, ma qualcosa da aggiungere: perché chiunque crede abbia più vita. Dio ha tanto amato il mondo… E non soltanto gli uomini, ma il mondo intero, terra e messi, piante e animali. E se lui lo ha amato, anch’io voglio amarlo, custodirlo e coltivarlo, con tutta la sua ricchezza e bellezza, e lavorare perché la vita fiorisca in tutte le sue forme, e racconti Dio come frammento della sua Parola. Il mondo è il grande giardino di Dio e noi siamo i suoi piccoli “giardinieri planetari”. Davanti alla Trinità, io mi sento piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga l’intero creato e che ha nome amore.

Commento al Vangelo di Ermes Maria Ronchi

 

 

Edda CattaniSS.ma Trinità
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