Edda Cattani

Lasciare al profumo

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Lasciare al profumo di essere profumo

ptofumo
(Luca 7,36-8,3)
XI Tempo Ordinario C

Gesù e la peccatrice

 

Tra le mani un piccolo vasetto di profumo. Magari lei non l’avrebbero lasciata entrare ma il profumo, quello, nessuno può fermarlo. Del suo corpo avrebbero potuto fare quello che volevano, ormai era abituata la gioco maschile del potere che crede di possedere quello che riesce a comprare, ma il profumo di quel vasetto sarebbe passato. Bastava rompere il vaso. E lei avrebbe pianto di gioia, ne era sicura, perché lei si sentiva come quel pugno di terracotta, un profumo trattenuto, aspettava da una vita intera qualcuno capace di infrangere quella scorza dentro cui si sentiva costretta. Soffocata dal giudizio benpensante dovuto a quel mestiere che molti sfruttano e che tutti condannano. Lei, la prostituta, avrebbe voluto urlare che si sentiva come quel piccolo vaso, che si sentiva in grado di profumarla la vita, che aspettava solo qualcuno in grado di rompere le pareti, qualcuno che non avesse paura del suo profumo. Lei, quel giorno, non voleva altro che farsi respirare da Gesù. Non chiedeva altro, rompere le costrizioni della forma per lasciar libera l’essenza. Il fariseo non può capire, la religione, sempre alla ricerca di forme rigide e sicure non può capire, solo Gesù comprende. E la lascia fare. Lascia al profumo di essere profumo. Amare è frantumare la corazza, è abbassare le difese, è lasciare che il profumo si liberi nell’aria, gratuitamente e indistintamente. È non avere paura di perdersi. Perché amare è, in fondo, perdersi. Per l’altro. Amare è rompere le costrizioni della forma rigida e precostituita di un vaso per esprimere l’essenza, per lasciarsi respirare, per assumere la forma di chi si ama. 

La donna poi si mette ai piedi di Gesù. E vede subito, sono piedi bellissimi, sono i piedi di un Dio, sono i piedi di chi ha imparato a camminare le strade della terra senza smarrire il Cielo. Sono i piedi di un Dio che ha scelto di mostrare strade nuove e lei comprende, in un istante, quello che cercava da una vita, quello che mancava a ciò che lei chiamava amore: amare significa camminare. Camminare incontro, comminare accanto, amare significa inventare sentieri nuovi, amare significa che sulla strada della vita non siamo soli. L’amore passa per i piedi. Il fariseo, seduto, non può capire che l’amore non è un concetto ma un percorso, l’amore è un cammino. Non puoi definirlo l’amore, solo seguirlo con umiltà e fiducia nelle sue evoluzioni. L’amore è un cammino, un cambiamento, una danza a due. L’amore passa attraverso i piedi. Dovremmo ricordacene, come Chiesa, di non definire mai l’amore stando seduti al tavolo del fariseo, che non dovremmo mai porre delle condizioni per definire cosa significhi amare ma crearle le condizioni, creare le condizioni perché ognuno possa rimettersi in cammino, qualunque sia il suo passato, qualunque siano i suoi errori, dovremmo guardare i piedi delle persone che incontriamo e vedere strade nuove, percorsi sempre possibili. Da subito. Dovremmo guardare i nostri piedi e chiederci se stiamo camminando. La donna del Vangelo ama, e proprio perché ama può tornare a essere donna libera, e nessun peccato preclude dal pranzo con Gesù, la comunione con Lui è decisa solo dall’Amore.

Poi piange quella donna. Piange di nostalgia, piange come bambina che scopre improvvisamente ciò che ha cercato da sempre senza trovarlo mai. In tanti avevano usato di lei, nessuno le aveva regalato un orizzonte. Amare è questione di piedi in cammino e di lacrime versate per qualcuno. Chi ci chiede di rimanere fermi, di non rischiare, di mantenere la posizione, di accontentarci, semplicemente non ci ama. Chi non raccoglie il nostro dolore, chi non si commuove, chi non piange mai, non ama. E non crede. Il fariseo è seduto a tavola, immobile. La donna piange a ricordare che la verità dell’amore passa sempre da un cuore sensibile. La donna è sensuale, il cuore sensibile… la pagina di oggi ricorda in modo evidente che l’amore non è mai senza un corpo. Dovremmo ricordacene. Di non parlare mai dell’amore se non abbiamo in petto un cuore capace di commuoversi e mani che sanno accarezzare. La donna accarezza, piange e bacia: è viva. Senza vergogna lascia cantare il suo corpo con l’unica grammatica che conosce, quella dell’eros. E Gesù la lascia fare. La lascia essere. Perché fermare l’amore? Perché ostinarsi a ridurre l’amore a un concetto?
Il fariseo in quella liturgia vede solo una peccatrice. Gesù in quella liturgia vede una donna che ama. E questa differenza è abissale. Certo che anche Gesù vede l’errore ma non è questo quello che conta, quello che conta, nella vita, è se ami davvero qualcuno. 

Dovremmo urlarlo dalla mattina alla sera, dovremmo avere il coraggio di liberarci dei nostri sofismi ipocriti, dovremmo solo lasciare libero il vangelo di essere vangelo, buona notizia, dovremmo disincagliare l’amore dalle paludi della paura, dovremmo rompere quelle corazze strette che pretendono di spacciare per Vangelo abitudini culturali. Dovremmo avere il coraggio di chiedere scusa per quando trasformiamo il Vangelo in una morale bigotta e triste. Della vita importa solo quanto abbiamo saputo amare, questo ripete ad ogni istante l’uomo di Nazareth. Mi commuove pensare a questo Dio che, nel giorno Ultimo, non avrà tenuto la triste contabilità dei nostri errori e tradimenti ma ci ringrazierà per tutte le lacrime che abbiamo versato per amore. Certamente avremo accumulato anche errori, perché nell’amore si fa male e ci si fa male, ma la domanda finale di Dio, lo sguardo ultimo sulla vita non riguarderà la “purezza” ma l’amore. Non ci verranno rinfacciati i peccati ma ci sarà chiesto motivo della nostra vita trattenuta e sterile. Peccato mortale è non amare.

Simone non riesce a capire. E Gesù prova con una parabola. Un creditore aveva due debitori… parabola volgare, non puoi spiegare l’amore con il denaro. Solo chi si prostituisce mette prezzo all’amore. Ma Simone comprende solo la grammatica del denaro. E mentre scorre questa parabola non capisci più chi abbia prostituito davvero l’amore: le parti si invertono. Gesù prova a spiegare a Simone cosa significhi amare usando i gesti della prostituta. Usando un corpo. Narra di baci e carezze, narra di lacrime e di profumo…e nella narrazione di Gesù non c’è traccia di ambiguità. I gesti sono gli stessi e noi ci scopriamo a guardarli con gli occhi di Gesù, e scopriamo che ambiguo è il pensiero di Simone, il peccato abita nei suoi occhi. Non sappiamo come si sia conclusa la storia. Non sappiamo della donna e nemmeno di Simone, rimane tutto in sospensione, rimangono però dei gesti d’amore riportati al loro Senso profondo. Rimangono le nostre mani, i nostri occhi, le lacrime che potremmo versare, rimane un corpo, il nostro che può tornare a narrare l’amore. Rimane un corpo, il nostro, che se ricomincia a narrare l’amore può contribuire a portare profumo nuovo nel mondo. Rimane un corpo, il nostro, che amando può tornare a narrare Dio.

(A.Dehò)

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Non gettare la spugna!

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In questo periodo  di grande sofferenza fisica, nella mia condizione di solitudine fisica e morale, mi sento di riproporre questo testo:

 

spugna

 L’autore è anche fondatore dell’organizzazione internazionale Teen Challenge,  a New York, che aiuta i drogati, i delinquenti e gli emarginati.

Wilkerson è un uomo che ha vissuto a stretto contatto con la sofferenza e che ha sentito una profonda spinta a scrivere questo libro per aiutare tutti coloro che soffrono a non gettare la spugna, cioè a non arrendersi, a non gettare via la propria fede, a non rinunciare alla speranza di vedere ancora Dio all’opera.

 
 
Quante Madri mi scrivono disperate dopo lutti inenarrabili… storie comuni che non trovano risposta!
 
 
QUANDO SI SOFFRE

 

In un modo o nell’altro, tutti soffriamo. Tutti siamo nella stessa barca, anche la folla che se ne va ridendo spensieratamente soffre. Le persone cercano di nascondere la loro sofferenza bevendo e scherzando, ma non passa.
Chi soffre? I genitori di un figliolo o di una figliola prodiga. Milioni di genitori sono stati profondamente feriti da figli che hanno rigettato i loro consigli amorevoli ed ora sono nel dolore per gli inganni e la delinquenza di questi figli un tempo teneri e buoni.

 

Le vittime di famiglie smembrate soffrono. Soffre la moglie abbandonata dal marito per un’altra donna; soffre il marito che ha perso l’amore di sua moglie; soffrono i figli che hanno perso il loro senso di sicurezza.
Altri soffrono per malattie: cancro, problemi di cuore e una miriade di altri malanni. Sentirsi dire da un dottore: “Lei ha un cancro e può morire” deve essere terrificante, eppure fra quanti leggono queste righe molti hanno sperimentato questo dolore e questa agonia.

 

Gli innamorati si lasciano calpestando quello che una volta era un bellissimo rapporto e ciò che rimane è il cuore spezzato, ferito.
E che dire dei disoccupati? Degli scoraggiati davanti al crollo dei loro progetti? E i segregati? I prigionieri? Gli omosessuali? Gli alcolizzati?
È vero! In un modo o nell’altro stiamo tutti soffrendo; ogni individuo sulla terra porta il proprio fardello di dolore e di sofferenza.

 

Non esiste una cura fisica


Quando sei colpito in profondità, nessuna persona al mondo può toglierti le intime paure e le angosce più profonde. Il migliore degli amici non può comprendere interamente la battaglia che stai passando o le ferite che ti sono state inflitte.
Solo Dio può chiudere l’accesso alle ondate di depressione e ai sensi di solitudine e fallimento che ti vengono addosso. Solo la fede nell’amore di Dio può trarre in salvo una mente che soffre. I cuori offesi e spezzati che soffrono in silenzio possono essere guariti solo dall’opera soprannaturale dello Spirito Santo, fuori della quale nessun altro intervento funziona realmente.

 

Dio deve intervenire e prendere in mano la situazione. Egli deve intercettare le nostre vite al punto di rottura, deve stendere le sue braccia amorevoli e portare quel corpo e quella mente sofferente sotto la sua cura e protezione. Dio deve farsi avanti come un Padre premuroso e dimostrare che egli è là per volgere le cose al bene. Egli deve dissolvere le nubi tempestose, cacciare via la disperazione e la tristezza, asciugare le lacrime e rimpiazzare l’afflizione con la pace della mente.


Perché proprio io, Signore?


Ciò che fa più male è sapere che il tuo amore per Dio è forte, e ciò nonostante non riesci a capire che cosa sta cercando di fare nella tua vita. Se tu fossi freddo nei confronti del suo amore allora capiresti perché le preghiere non sono state esaudite. Se tu ti stessi allontanando da Dio, probabilmente capiresti il perché delle prove e delle gravi afflizioni che ti sono ripetutamente venute addosso. Se tu fossi un peccatore incallito che ha disprezzato le cose di Dio, potresti arrivare a credere di avere meritato la grossa batosta. Ma tu non ti stai allontanando, non lo stai rigettando assolutamente; anzi, brami di fare la sua perfetta volontà e desideri ardentemente compiacerlo servendolo con tutto te stesso. Ecco perché la tua sofferenza è così debilitante; ti fa sentire come se ci fosse qualcosa di gravemente sbagliato in te e così metti in dubbio la profondità della tua spiritualità e, a volte, perfino la tua salute.

 

Una voce interiore, proveniente chissà da dove, sussurra: “Forse, in un modo o nell’altro, ho dei difetti. Forse sono stato ferito così profondamente perché Dio non può trovare molto di buono in me. Devo proprio essere fuori dalla sua volontà; egli deve disciplinarmi per rendermi obbediente”.


Gli amici fanno il possibile

 

Un cuore abbattuto o spezzato produce il dolore più atroce che l’uomo possa provare. La maggioranza delle altre sofferenze umane sono solo fisiche, ma un cuore ferito deve sopportare un dolore che è sia fisico sia spirituale.
Gli amici e coloro che amano possono aiutare a lenire il dolore fisico di un cuore a pezzi. Quando ci fanno compagnia ridendo, amandoci e interessandosi a noi, il dolore fisico viene alleviato e c’è un provvisorio sollievo. Ma scende la notte e con essa giunge il terrore dell’angoscia spirituale. La sofferenza è sempre maggiore di notte. La solitudine cala come una nube quando il sole scompare. Il dolore esplode quando sei completamente solo e pensi a come affrontare le voci e le paure che ripetutamente si affacciano.

 

I tuoi amici, che non comprendono pienamente che cosa stai passando, ti offrono molteplici soluzioni superficiali. Si mostrano impazienti con te. In queste occasioni sono generalmente allegri e senza preoccupazioni, e non riescono a capire perché non ti riprendi. Insinuano che ti lasci andare all’autocommiserazione, ti ricordano che il mondo è pieno di cuori afflitti, di sofferenti che, pure, sono sopravvissuti. Più spesso vogliono fare una di quelle preghiere-panacea che immediatamente risolvono tutto. Ti dicono di “lasciare agire la tua fede, rivendicare una promessa, dichiarare la guarigione e lasciarti dietro la disperazione”.

 

Tutto ciò è giusto e buono, ma è una predica che di solito viene da parte di cristiani che non hanno mai provato molte sofferenze nella propria vita. Sono come le balie di Giobbe, che conoscevano tutte le risposte, ma non potevano alleviare il suo dolore. Giobbe disse loro: “Siete tutti quanti dei medici da nulla” (Giobbe 13:4). Grazie a Dio per gli amici ben intenzionati, ma se essi potessero sperimentare la tua angoscia, anche solo per un’ora, il loro tono sarebbe ben diverso. Mettili al tuo posto, anche solo una volta, affinché provino ciò che senti tu e sperimentino l’intima sofferenza che ti porti dietro, allora ti diranno: “Ma come fai a resistere? Io non riuscirei a sopportare quello che stai passando tu!”


Il tempo non risolve niente

 

C’è poi la solita vecchia frase fatta: “Il tempo guarisce tutte le ferite”. Ti dicono di resistere, di forzare un sorriso e di attendere che il tempo sintetizzi il tuo dolore. Ma io sospetto che tutte le massime e i proverbi riguardanti la solitudine siano stati coniati da gente felice, senza grossi problemi. Suona bene, ma non è vero: il tempo non guarisce un bel niente, solo Dio guarisce!
Quando sei nella sofferenza il tempo non fa che aumentare il dolore. Trascorrono i giorni e le settimane, e l’angoscia è sempre lì. La sofferenza non se ne vuole andare, anche se lo dice il calendario. Il tempo potrebbe relegare il dolore in un angolo recondito della mente, ma un minimo ricordo può riportarlo a galla.

 

Ad essere sinceri, sapere che altri credenti hanno sofferto prima di te lungo la storia, non aiuta né te né loro. Ti puoi identificare con personaggi della Bibbia che hanno superato il dolore di terribili prove; ma sapere che altri son passati per dure battaglie non basta a calmare la ferita che brucia nel tuo petto.
Quando leggi come sono usciti vittoriosi dalle loro battaglie, e tu ancora no, questo non fa che aumentare la tua pena. Ti fa sentire come se essi ricevessero le risposte alle loro preghiere perché sono molto vicini a Dio. Ti fa sentire indegno del Signore perché il tuo problema ancora si trascina, malgrado tutti i tuoi sforzi spirituali.


Un duplice problema


Raramente si viene feriti solo una volta. Molti di quelli che stanno male possono mostrare anche altre ferite. Dolore si aggiunge a dolore. Un cuore spezzato di solito è tenero, fragile. Viene facilmente ferito perché non è protetto da una corazza resistente. La tenerezza, da chi ha un cuore ben corazzato, è considerata erroneamente vulnerabilità. La calma è giudicata una debolezza. Il fatto di dedicarsi totalmente a un altro è frainteso come l’essere diventati troppo forti. E il cuore che non si vergogna di ammettere il proprio bisogno d’amore è mal giudicato, quasi che fosse troppo tendente alla sessualità.

Ne consegue, quindi, che un cuore sensibile che cerca amore e comprensione è spesso il più facilmente intaccabile. I cuori aperti e fiduciosi sono di solito quelli più frequentemente feriti.

Il mondo è pieno di uomini e donne che hanno respinto l’amore offerto loro da un cuore gentile e dolce nei loro confronti. I cuori forti, corazzati, che non hanno bisogno di nessuno, i cuori che danno pochissimo, quelli che richiedono che l’amore sia loro costantemente manifestato, quelli che fanno sempre calcoli, quelli che manovrano e servono sé stessi, quelli che hanno paura di rischiare, sono cuori che raramente vengono infranti. Non vengono feriti perché non c’è niente da ferire; sono troppo orgogliosi ed egocentrici per permettere a qualcuno di farli soffrire in alcun modo. Vanno in giro ferendo altri cuori e calpestando le fragili anime che li avvicinano e questo semplicemente perché sono così induriti e ottusi di cuore da pensare che tutti dovrebbero essere come loro. I cuori indurti non amano le lacrime; odiano prendere impegni. Si sentono senza parole se chiedete loro di condividere qualcosa che venga dal cuore.


Chi ferisce un cuore non la passa liscia


Una parte del dolore che un cuore afflitto deve patire viene dal pensiero che l’offensore, colui che l’ha ferito, non ne avrà alcuna pena. Il cuore dice: “Io sono stato colpito e ferito, eppure sono quello che ne paga lo scotto. Il colpevole se la cava senza danno, mentre dovrebbe pagare per ciò che ha fatto”. Ecco il problema delle croci: di solito è la persona sbagliata che viene crocifissa. Ma Dio tiene in serbo i libri e, il giorno del Giudizio, tali libri saranno soppesati. Ma anche in questa vita coloro che affliggono e quelli che feriscono pagano un caro prezzo. Indipendentemente da come tentino di giustificare le loro azioni lesive, essi non riusciranno a sottrarsi alle grida di coloro che hanno ferito. Come il sangue di Abele che gridava dalla terra, le grida di un cuore straziato possono penetrare la barriera del tempo e dello spazio e terrorizzare il più duro dei cuori. Le ferite sono spesso causate da menzogne senza fondamento e ogni bugiardo alla fine deve essere condotto dinanzi alla giustizia.

 

Esiste un balsamo per un cuore spezzato? C’è possibilità di guarigione per le ferite profonde, interiori? Si possono rimettere assieme i pezzi e rendere il cuore ancor più saldo? Può la persona che ha conosciuto un tale tremendo dolore e una tale sofferenza risollevarsi dalle ceneri della depressione e trovare un nuovo e più vigoroso sistema di vita? Sì! Assolutamente sì! E se così non fosse la Parola di Dio sarebbe una beffa e Dio stesso sarebbe un bugiardo: e ciò non è possibile!
Permettimi di darti alcuni suggerimenti su come affrontare la tua sofferenza.


Non cercare di esaminare come e perché sei stato ferito. Ciò che ti è capitato è un guaio molto comune fra gli uomini. La tua situazione non è per niente unica: è la condizione tipica della natura umana.
Che tu abbia ragione o torto non significa assolutamente nulla a questo punto. Ciò che importa è la tua buona volontà di camminare in Dio e di avere piena fiducia nella sua azione misteriosa nella tua vita. La Bibbia dice:


“…non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pietro 4:12-13).


Dio non ti ha promesso una vita senza sofferenze: egli ti ha promesso una via d’uscita. Ti ha promesso l’aiuto per sopportare il dolore e la forza per riuscire a rialzarti quando la debolezza ti fa inciampare.
Molto probabilmente tu hai fatto ciò che dovevi fare. Ti sei mosso nella volontà di Dio, seguendo con sincerità l’impulso del tuo cuore. Ci sei finito dentro con un cuore ben disposto, pronto a donarti. Sei stato spinto dall’amore. Non hai abortito dopo un po’ la volontà di Dio; qualcun altro l’ha fatto. Se ciò non fosse vero non saresti proprio tu a stare così male. Sei ferito perché hai cercato di essere sincero.

Non riesci a capire perché le cose ti si siano rivoltate contro, quando sembrava che Dio le stesse guidando. Il tuo cuore si domanda: “Perché Dio ha permesso che mi succedesse, se sapeva che sarebbe finita male? Ma la risposta è evidente. Giuda, per esempio, fu chiamato dal Signore e destinato a diventare un uomo di Dio. Fu scelto direttamente dal Salvatore e avrebbe potuto essere potentemente usato da Dio, ma Giuda respinse il piano di Dio, spezzò il cuore di Gesù. Ciò che era partito come un meraviglioso, perfetto piano di Dio finì in un disastro, poiché Giuda scelse invece di seguire la sua strada. Orgoglio e irrigidimento hanno fatto naufragare il piano di Dio che era in corso.

 

Dunque, metti da parte i tuoi sensi di colpa; piantala di autocondannarti; smettila di ricercare che cosa hai fatto di male. È ciò che pensi in questo momento che ha importanza davanti a Dio. Non hai fatto un errore, molto più probabilmente, hai semplicemente fatto troppo. Devi dire come Paolo: “Se io vi amo tanto, devo essere da voi amato di meno?” (2 Corinzi 12:15).
Ricorda che Dio sa esattamente quanto puoi sopportare e non permetterà che tu raggiunga il punto di rottura. Il nostro caro Padre ha detto:


“Nessuna tentazione vi ha colti che non sia stata umana; però Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via d’uscirne, affinché la possiate sopportare” (1 Corinzi 10:13).

Il peggiore tipo di bestemmia è pensare che sia Dio l’autore del tuo dolore e della tua sofferenza, che sia il Padre Celeste a castigarti, che Dio ritenga tu abbia bisogno di un’altra o più afflizioni prima di essere pronto a ricevere le sue benedizioni. Non è così!

 

È vero che il Signore corregge colui che egli ama, ma questa correzione dura solo per un tempo e non è intesa a farci star male. Non è Dio l’autore della confusione presente nella tua vita, né lo sei tu. È l’insufficienza umana il nemico che semina zizzania nel tuo campo, è l’inganno ricevuto da qualcuno, vicino a te, che ha perso la fede in Dio. Il nemico cerca di farci del male tramite altri esseri umani, proprio come cercava di fare male a Giobbe mediante la moglie incredula.
Il tuo Padre celeste veglia su di te con uno sguardo attento. Ogni mossa è seguita, ogni lacrima è conservata. Egli si immedesima in te in ogni tuo dolore, sente ogni colpo. Egli sa quando sei stato esposto sufficientemente alla molestia del nemico; perciò interviene e dice: “Basta così!” Quando il dolore e la sofferenza non ti portano più ad avvicinarti al Signore e, al contrario, la tua vita spirituale comincia a venir meno, allora Dio interviene. Non permetterà, ad uno dei suoi figli che confidano in lui, di finire a terra a causa di troppo dolore e angoscia nel loro animo. Quando la sofferenza comincia ad agire a tuo discapito, quando essa comincia a frenare la tua crescita, Dio deve operare e tirarti fuori per un po’ dalla battaglia. Non permetterà mai che tu ti consumi in lacrime, non lascerà che il dolore ti faccia perdere la ragione. Egli promette di giungere, giusto in tempo, per asciugare le tue lacrime e darti gioia.

La Parola di Dio afferma: “…il pianto può durare per una notte, ma la mattina viene il giubilo” (Salmo 30:5, traduzione letterale dalla versione inglese KJV).


Quando il tuo dolore è massimo, vai a pregare nella tua cameretta e sfoga in lacrime tutta la tua amarezza. Gesù pianse, Pietro pianse amaramente! Pietro si portò dietro il dolore per avere rinnegato il Figlio di Dio stesso. Egli camminò solo, sui monti, piangendo di dolore e quelle lacrime amare operarono un dolce miracolo in lui: se ne tornò indietro, per attaccare il regno di satana.
Una donna che ha dovuto subire una mastectomia ha scritto un libro intitolato Prima piangi. Quanto è vero! Ho parlato recentemente a un amico che da poco era stato informato di avere un cancro all’ultimo stadio. “La prima cosa da fare”, diceva “è piangere finché non ti restano più lacrime, poi comincia ad accostarti maggiormente a Gesù, finché senti che le sue braccia ti stanno saldamente sostenendo”.

 

Gesù non ignora mai un cuore implorante. Sta scritto: “Tu, Dio non disprezzi un cuore abbattuto e umiliato” (Salmo 51:17). In nessun caso il Signore ti dirà: “Controllati! Rimettiti in piedi e inghiotta la pillola! Stringi i denti ed asciugati le lacrime”. No! Gesù conserva ogni singola lacrima nel suo contenitore eterno.
Stai soffrendo? Molto? Allora vai a farti un bel pianto! E continua a piangere finché hai lacrime da versare. Ma stai attento che quelle lacrime scaturiscono solo dal dolore e non da incredulità o da autocompassione.


Convinciti che sopravviverai, ne uscirai fuori; vivo o morto, tu appartieni al Signore. Saresti sorpreso nel costatare quanto puoi riuscire a sopportare, con l’aiuto di Dio. Felicità non è vivere senza dolori o sofferenze, assolutamente! La vera felicità è imparare a gioire nel Signore, qualsiasi cosa sia successa nel passato.
Ti puoi sentire respinto o abbandonato. La tua fede può essere debole. Puoi sentirti d’essere andato al tappeto. Il dolore, le lacrime, i mali e la sensazione di vuoto a volte possono soffocarti, ma Dio è ancora saldo sul suo trono. Egli è ancora Dio!

Non puoi farcela da solo. Non puoi frenare il dolore e la sofferenza. Ma il nostro benedetto Signore ti verrà incontro, ti raccoglierà con la sua mano amorevole e ti solleverà per farti nuovamente sedere nei “luoghi celesti”. Ti libererà dalla paura di morire e manifesterà il suo infinito amore per te.
Guarda in alto! Rassicurati nel Signore. Quando il buio ti circonda e non vedi alcuna via d’uscita per il tuo problema, abbandonati nelle braccia di Gesù e abbi semplicemente fiducia in lui. Deve fare tutto lui! Egli però vuole la tua fede, la tua fiducia. Vuole che tu proclami a voce alta: “Gesù mi ama! Egli è con me! Non mi abbandonerà! Sta risolvendo tutto, proprio adesso! Non sarò abbattuto! Non sarò sconfitto! Non sarò una vittima di satana! Non perderò la testa, né mi smarrirò! Dio è dalla mia parte! Io lo amo ed egli mi ama!”


La linea di partenza è la fede, e la fede si basa su questo assoluto: “Nessuna arma fabbricata contro di te riuscirà…” (Isaia 54:17).

tratto da: “Non Gettare la Spugna” di David Wilkerson

 

 

Edda CattaniNon gettare la spugna!
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Sta arrivando l’estate!

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Stanotte, alla finestra, ho sentito l’odore dell’estate e, in un attimo, mi sono ricordata del mare, del sole, dell’allegria e della freschezza tipiche di questa stagione!

Mi piace sentire l’odore delle emozioni….

Questi rossi papaveri mi ricordano i campi sterminati della mia Romagna; il rosso rappresenta il sangue del cuore e il verde la speranza che lo alimenta.

” AI  PREAT  LA  BIELE  STELE”

Ai preat la biele stele,  duc’ i sants del paradis. che il Signor fermi la uère, che il mio ben torni al pais…”

“Ho pregato le stelle ed i santi del paradiso perché il Signore fermi la guerra e perché il mio amato bene torni a casa”.  

Con queste parole inizia una dolcissima canzone friulana della tradizione del canto popolare; una vera e propria poesia, accompagnata da una melodia lieve e trepidante, ricca di sfumature melanconiche ma che non inducono alla tristezza, trasmettendo, invece, un senso di pace e serena tranquillità nell’accettare le vicende della vita. La preghiera è affidata alle stelle, perché la portino, là, dove c’è l’amor mio.

Qualche sera fa mi sono trovata a cantare sommessamente in macchina, al ritorno dal mio quotidiano peregrinare dalla Casa “Madre Teresa di Calcutta” dove il mio amato sposo trascorre le giornate, nella  speranza di poterlo vedere con qualche attimo di serenità. Il mio volto si è rigato di lacrime e, nella mia solitaria commozione, mi è tornata alla mente un reminiscenza del mio passato di adolescente. Ero in collegio, con tante mie coetanee ed era una calda serata di maggio. Un gruppetto di noi guardava con malinconia la finestra all’ultimo piano dove una giovane suora, nostra maestra di musica, affetta da un male incurabile, stava concludendo la sua breve esistenza circondata dalle consorelle. All’improvviso, una di noi intonò a bassa voce un canto: “Ai preat la biele stele…” che avevamo imparato insieme e, dopo qualche istante, vedemmo schiudersi le imposte della stanza che lasciarono filtrare la fioca luce di una lampada. Quale commozione nei nostri cuori e quale ringraziamento a Dio per averci permesso di accompagnare gli ultimi istanti di una creatura sofferente, verso la “buona morte”, un momento di enorme valore psicologico, emotivo, spirituale, un momento di passaggio.  Abbiamo capito, in quella circostanza che il rapporto con la morte dipende da quello con il dolore, con se stessi, con i cari e con la propria concezione del divino.

In questi giorni, in cui riaffiorano i ricordi in un’altalena di sentimenti diversi che vorrebbero annullare il tempo, sovrastarlo, riviverlo solo con esperienze positive, mi viene da pensare con la malattia che ha colpito Mentore, alla “morte” ormai alla soglia della nostra vita… basta un attimo…
La cosa più incredibile in questo mondo, a prescindere dalle credenze personali, è che sebbene tutti noi abbiamo visto morire, nel corso della nostra esistenza, i nostri Cari, a volte con un dolore atroce, come quando si perde un figlio,  moltissime altre persone, non pensano spesso che un giorno la stessa cosa accadrà a tutti, senza alcuna distinzione di età, di sesso, di ceto sociale… In fondo anch’io, quando mi sveglio al mattino e mi guardo nello specchio, per un attimo penso di avere i capelli biondi. Ovviamente non è vero, sono quasi tutti bianchi e se ci rifletto con attenzione, ho una coscienza sempre maggiore della morte che si avvicina. Ed allora ci si accorge che vorremmo per noi e per coloro che ci restano, ancora tanto, tanto da vivere e quanto sia difficile allontanarsi da questo pensiero.  

Ricordo ancora una cara amica, sempre una suora che mi aveva educata, che andai a trovare poco prima che mancasse, a novantaquattro anni. Rammento di lei questa espressione: “Vedi Edda, io sono stata la sposa di Cristo per tutto questo tempo… pensa che sono entrata in convento a quattordici anni! Eppure, quando penso a quel momento, a quel passetto che dovrò fare… mi sento sgomenta. Non è facile perciò per tutti pensare alla nostra fine, anche se a volte, a parole ce l’auguriamo, ma quando riflettiamo sul fatto che tutto cambia, tutto scorre, riusciamo a vedere le cose con maggior distacco, e possiamo persino pensare che sia accettabile abbandonare la vita. Per me la riflessione sulla morte e il contatto quotidiano con lei sono stati importantissimi per accettare questo concetto. Pertanto spero che, come me, consideriate il nostro tempo non solo come una cosa utile per aiutare chi soffre e sta morendo, ma anche come una lezione che in futuro potrà essere utilizzata da noi stessi e dagli altri. Parlo di questo tenendo alta l’impronta della mia sofferenza e della morte affinché gli altri si rendano conto della sua esistenza: ma il messaggio di fondo è l’importanza della vita.

Avere cura delle persone che stanno per morire non consiste soltanto nel sedersi accanto al loro letto, la cura del tempo della morte, è un processo di crescita e di trasformazione, la morte è qualcosa di più. E’ qualcosa che riguarda le relazioni: con noi stessi, con coloro che amiamo, con l’immagine che abbiamo di Dio, o di quello che Dio rappresenta per noi. Ma per comprendere a fondo queste relazioni dobbiamo oltrepassare il concetto classico di morte.

Qualche giorno fa, ho visto alla televisione, l’intervista ad una tassista che trasporta i bambini malati di tumore, dall’ospedale a casa, quando sono in terapia. Questa persona ha trasformato il dolore per la perdita del suo compagno in un gioioso peregrinare a fianco dei suoi piccoli malati ed ha trasformato se stessa ed il suo taxi in personaggi da fiaba: pupazzi, fiori, folletti, libri, fiocchi, colori… Lei ripeteva: “Per addormentare il dolore, non bisogna mai sottovalutare l’importanza della presenza umana.”
Credo che dovremmo fare tutto il possibile per creare dei luoghi piacevoli e accoglienti dove le persone possano prepararsi a morire con dignità, rispetto per sé stessi e i propri cari
. Abbiamo inventato dei luoghi meravigliosi come i musei, in cui sono racchiusi i capolavori dell’arte creata dagli uomini, le opere che hanno ispirato e ispirano la nostra vita. E’ arrivato il momento di creare dei luoghi simili per chi sta morendo. La cosa più triste è che la nostra cultura sta perdendo questa opportunità perché non ci permette di sperimentare questa cosa.

La sofferenza e l’avvicinarsi della morte hanno molto da insegnarci, perché aiutano a capire cosa è importante della nostra vita. In un modo o nell’altro ci mettono di fronte a due domande fondamentali: quanto ho amato? E ho amato bene? Tutto il resto è un di più. Ma se queste sono le due vere domande che ci poniamo al termine della vita, perché dobbiamo aspettare la fine per farcele? I luoghi della sofferenza e della morte vedono persone che hanno molto da insegnarci.

In conclusione, non si tratta soltanto di occuparci delle persone che stanno per morire. Ma di imparare da loro come vivere degnamente la nostra vita. Non ha senso attendere la fine per apprendere le lezioni che la vita ha pensato di impartirci. Non tutti, al momento della morte, hanno la forza fisica e la stabilità emotiva per affrontare questa cosa. Ecco perché la pratica Zen insegna: non aspettare!

Edda Cattani


Edda CattaniSta arrivando l’estate!
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Il “disagio” nei nostri ragazzi

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Le riunioni del Gruppo A.C.S.S.S. sono sempre occasione di nuove riflessioni. Della giornata di sabato 12 giugno posso dire che gran parte del tempo è stata occupata dalla testimonianza di una madre che dettagliatamente ha condiviso la sua dolorosa storia vissuta nell’accompagnamento di un figlio colpito da una grave forma di disagio, conclusasi tragicamente. Cosa poter dire in casi tanto terribili in cui per anni, per decenni si ama una propria creatura afflitta da un “male incurabile” eppur tanto compresa della propria condizione da lasciare ricordi indistruttibili… eterni? Non possiamo e non vogliamo intervenire nè per considerare le cause, lo svolgersi, le circostanze che hanno dato luogo a tanta disperata afflizione, ma cerchiamo almeno di capire come gli studiosi affrontano le prime manifestazioni del disagio giovanile, in un’epoca in cui tanti ragazzi sembrano non “voler vivere”.

testi a cura di Ignazio Baldelli e Ugo Vignuzzi

 

 

DISAGIO

sostantivo maschile

LA CITAZIONE

“…. ma prima che la bilancia dei calcoli femminili avesse pesato i disagi a cui poteva andare incontro,…”

Heinrich von Kleist

IL FILM

“IL CAMMINO DELLA SPERANZA”

Pietro Germi

(1950)

 

 

 

 

Il termine italiano disagio è un composto del prefisso dis-, che ha valore negativo (come in molte altre parole del tipo di disamore, disgrazia, disgusto, disoccupato, disordine) e del sostantivo agio cioè comodità, entrato nella nostra lingua nel Medioevo dal francese.

Proprio secondo la formazione della parola, disagio ha in primo luogo il valore opposto a quello di agio, e quindi significa assenza, mancanza di comodità: se qualcuno è a disagio vuol dire che non è a proprio agio, cioè sta almeno scomodo.

Più spesso, però, il termine si riferisce al complesso degli elementi di scomodità di una situazione, e per questo viene adoperato di preferenza al plurale: anche chi è abituato a sopportare o a soffrire i disagi di una vita non troppo comoda può lamentarsi di un lavoro in una sede disagiata, magari perché costretto a subire di frequente i disagi del pendolarismo.

Come si vede, disagio può indicare non soltanto la scomodità in senso concreto, ma più in generale la sensazione di scomodità che una persona prova.

Questa sensazione può essere determinata da fattori psicologici e soggettivi: ci si può sentire a disagio in un luogo perché non si conosce nessuno, ma anche perché ci sembra di non avere l’abito adatto.

In alcuni casi sono invece gli altri a metterci a disagio, magari con discorsi che non ci sentiamo di condividere, che ci imbarazzano o ci danno addirittura fastidio.

Così, spesso, sono le nuove generazioni, in un mondo che cambia sempre più rapidamente, a sentirsi a disagio di fronte ai comportamenti e alle regole della società degli adulti, che a loro paiono incomprensibili.

Il disagio giovanile è tipico di ogni cambio generazionale, ed è reso ancor più vistoso dai mutamenti epocali che caratterizzano questa fine di millennio.

La privazione degli agi, da un punto di vista sociale, e in particolare nelle condizioni di benessere di paesi come il nostro, equivale alla povertà; e gli individui e le classi disagiate sono quelle economicamente più deboli e svantaggiate.

Ma il disagio sociale, anche se spesso strettamente legato alle condizioni materiali, può nella realtà presentarsi sotto molti aspetti e avere radici complesse.

Ciascuno di noi è chiamato a portare il proprio contributo per cercare di ridurlo, se non di eliminarlo.

In questo senso l’esempio del volontariato è illuminante: non si tratta di fare occasionalmente la carità a un povero, ma di proporsi un impegno di vita che ci coinvolga in prima persona, all’insegna di quell’umana solidarietà che prescinde dalle differenze di classe, di razza, e di cultura.

Ciò vuol dire attivarsi per improntare la vita di tutti i giorni non solo al rispetto, ma all’amore verso il prossimo, nella convinzione che occorre fare agli altri ciò che si vorrebbe fosse fatto a noi, soprattutto quando siamo in una condizione di disagio.

 

http://www.educational.rai.it/lemma/testi/solidarieta/disagio.htm

Edda CattaniIl “disagio” nei nostri ragazzi
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Sul fine vita

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Sul fine vita

maggi-libro

 

Per Papa Francesco è “moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito ‘proporzionalità delle cure’…”. Tanti i commenti alle parole di Bergoglio. Frate Alberto Maggi, intervistato da Repubblica, sottolinea: “Il punto è: è sacra la vita o l’uomo? Se è sacra la vita si deve difendere a oltranza anche quando diviene accanimento; se, invece, è sacro l’uomo gli si deve riconoscere la sua dignità e in alcuni casi lo si può anche aiutare ad andarsene serenamente”

Sta inevitabilmente facendo discutere la lettera inviata da Papa Francesco a Monsignor Vincenzo Paglia e ai partecipanti al Meeting Regionale Europeo della World Medical Association, in cui il Pontefice cita, tra l’altro, la Dichiarazione sull’eutanasia del 5 maggio 1980. Per Bergoglio è “moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito ‘proporzionalità delle cure’”. Bergoglio, che con le sue parole si inserisce prepotentemente nel dibattito sul “fine vita”, sottolinea la necessità di “un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”.

 

 

abbandono1

Tra i commenti seguiti all’intervento di Bergoglio, segnaliamo l’intervista a Repubblica del biblista Alberto Maggi, che parte da un episodio personale: “Ero ricoverato in ospedale per dissezione aortica. Non sapevo bene che malattia fosse. Accesi l’iPad e lessi che dava alta possibilità di morte. Parlai coi medici prima dell’operazione chirurgica che di lì a poco dovevo subire. Fui chiaro: se fossi rimasto paraplegico volevo vivere, ma se fossi incorso in danni cerebrali permanenti, come era altamente probabile, no, dovevano lasciarmi morire.Parlai anche col mio confratello Ricardo e gli dissi di far sì che le mie volontà fossero in tutto e per tutto esaudite: ‘Per carità — gli dissi — se succede aiutami a staccare’”.

Nel corso dell’intervista il teologo si sofferma anche sulle parole del Papa: “Dicono della sua passione per l’umanità. Il Papa alla dottrina preferisce l’uomo. Non vuole portare gli uomini verso Dio, sennò ci sarebbe bisogno di leggi, di norme, quanto portare Dio verso gli uomini. E vuole farlo, appunto, non con una dottrina ma con una carezza, un linguaggio insomma che tutti possono capire…”.

(da il libraio.it)

Edda CattaniSul fine vita
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Io e l’aldilà

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Io e l’aldilà

(intervista di L.Vaccari)

 

Vittorio Messori dice che per affrontare l’argomento dell’aldilà un piccolo aneddoto forse può essere utile. Quando faceva il giornalista a Tuttolibri, l’inserto settimanale del quotidiano La Stampa, ha pubblicato Ipotesi su Gesù. Nessuno, neanche l’autore, si aspettava il successo internazionale che ha avuto: traduzioni in tutto il mondo, un milione di copie vendute in Italia. “Gli editori mi sollecitano a scrivere ancora”, ricorda. “Per sei anni taccio”. Vuole fare, come farà, Scommessa sulla morte. Ed ecco il fatterello: “Presento il manoscritto alla Sei e in Casa editrice rimangono interdetti: “No. Non possiamo mettere la parola morte in copertina” “. Esplode addirittura una rivolta della Rete commerciale: “Mi chiedono di cambiare titolo, perché, secondo loro, librai e lettori, leggendo quel vocabolo, si sarebbero toccati i genitali o avrebbero afferrato altri amuleti”. Messori non cede. Il libro esce e vende immediatamente 350 mila copie. “Ho tenuto duro perché  Scommessa sulla morte sostiene che espellere o rimuovere la morte è il percorso migliore per avvelenare la vita”.

Pensa spesso all’ultimo atto, che, “per quanto sia stata bella la commedia”, scrive Blaise Pascal, “è sempre tragico”?

“Come tutti quelli che amano davvero la vita. Il modo per essere davvero necrofilo è cercare di dimenticare o di scacciare la morte: l’unico per dargliela vinta. Se non l’affrontiamo, e non cerchiamo di esorcizzarla, pensandoci, quest’ombra inquietante invade la nostra esistenza e la intossica”, risponde Messori, emiliano di Sassuolo (in provincia di Modena), 61 anni, scrittore di una quindicina di libri (l’ultimo: Conversione racconta il ritorno alla fede di Leonardo Mondadori), collaboratore del Corriere della Sera.

Pensa alla sua morte, in particolare, o anche alla morte dei suoi cari?

“Pensare alla morte per me vuol dire innanzitutto avere il senso della precarietà, della relatività del tutto, dello scorrere del tempo. La morte è una presenza indispensabile. Ma, come per tutti i credenti che non hanno perso la prospettiva cristiana, quale significato avrebbe la fede se non mi assicurasse che la vita terrena non è altro che una preparazione alla Vita: quella che c’è dopo la morte? Una delle ragioni della crisi del Cristianesimo è determinata dal fatto che anche molti credenti hanno rimosso la consapevolezza che ciò che conta è la Vita, alla quale si accede soltanto attraverso la morte”.

Che è comunque un dramma. “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, grida Gesù, disperato, sulla croce, in quanto, essendo uomo, vuole vivere.

“La morte è l’atto più individuale e solitario che esista. Pascal ripete nei suoi Pensieri: “Ciascuno morirà solo”. Sono naturalmente inquieto di fronte alla prospettiva della morte dei miei cari, ma anche cosciente che ciascuno deve rispondere per sé. E quindi ciò a cui penso, in particolare, è la mia morte”.

Quali sentimenti accompagnano i suoi pensieri: abbandono (fiducioso), angoscia, apprensione, disagio, rifiuto, rassegnazione, sgomento, stupore, terrore?

“Come conferma Gesù nel Getzemani, la sera del giovedì: la morte è un’angoscia. Diceva Carl Gustav Jung, lo psicanalista, che chi non senta il dramma della morte va sdraiato sul lettino e curato. L’angoscia è la normalità. Ma, nella prospettiva di fede, si mescola alla speranza. Da un lato vorrei anch’io che la mia morte fosse la più lontana possibile. Dall’altro la fede mi assicura che il passaggio è duro, tuttavia oltre il passaggio c’è un’infinità di gioia, di luce, di piacere. Per cui devo dire che il credente guarda alla morte con un misto di angoscia e di speranza, di rifiuto e di attesa”.

Angoscia e rifiuto, nonostante il sostegno della fede. Perché?

“Per un motivo molto semplice. Io non temo la morte: io temo il giudizio. So che nell’aldilà mi aspetta un giudice. Attenzione: il credente sa che il giudizio di Cristo sarà un misto di giustizia e di misericordia. Se Gesù, come giudice, fosse soltanto giusto credo che non si salverebbe nessuno. Conto naturalmente nella misericordia”.

Ma ne ignora le dimensioni. Quanta ne sarà concessa?

“Eh, appunto. Non si conosce com’è fatto il cocktail. Io so, lo dice il Vangelo, che dovrò rendere conto di ogni mio atto. Allora: c’è, innanzitutto, l’angoscia di affrontare un mondo ignoto. La fede assicura che c’è; non sappiamo com’è: abbiamo soltanto alcune coordinate. Poi, più che l’atto del morire, temo ciò che viene dopo: il giudizio. Da qui anche l’ansietà”.

Oltre la fede nel Vangelo, dove nutre la fiducia  che la fine dell’uomo non sarà assoluta: dopo ci sarà qualcosa che durerà?

“Prima ancora che la fede cristiana, me lo assicura la Storia. L’archeologia è in gran parte uno studio delle tombe. Possiamo risalire fino ai tempi più oscuri della preistoria e sempre troveremo segni di speranza in una vita eterna: non sappiamo quale, comunque tutte le tombe in tutte le civiltà hanno sempre manifestato la loro fede in un aldilà. Soltanto a partire dal Settecento europeo appare qualcuno che, contraddicendo ciò in cui le culture hanno creduto fin’allora, dice: “Non c’è nulla”, “Finiremo nel buio eterno”, “Non esiste un aldilà”. E’ una posizione estremamente recente e ancora oggi minoritaria. C’è un istinto, in tutte le culture, sin dai tempi più remoti, che ha sempre portato a seppellire i propri morti con dei segni che la vita non finiva, ma cominciava”.

Conquistare questa speranza è stato faticoso? Ha avuto crisi di rigetto?

“Faticoso assolutamente no, perché non volevo diventare cristiano. Sono stato costretto. Vengo da un’esperienza fortemente laica, anticlericale, razionalista. Quando sono stato sospinto nella dimensione cristiana, che non conoscevo, e non cercavo, ho recalcitrato. Ho constatato come la fede sia un dono di Dio. Non c’è stata nessuna fatica da parte mia. Crisi di rigetto? Non ho mai dubitato che questo assurdo che è la vita può trovare una spiegazione soltanto nell’esistenza di un aldilà. Anche perché la condizione umana è disperante: quando è il momento per cominciare davvero a vivere, eh, beh, bisogna pensare a fare le valigie e andarsene. La fede a me serve per dare un significato a questo assurdo”.

Come può essere credibile chi predica la libertà in un’altra vita se, dopo il sacrificio di Cristo, e la reincarnazione, gli uomini continuano a essere oppressi, in questa, da egoismi, ingiustzie, sopraffazioni, umiliazioni, violenze?

“Proprio perché qui, nella Storia, non hanno diritto di cittadinanza alla giustizia, alla libertà vera, alla pace, c’è bisogno di un’altra Vita dove questi squilibri siano sanati. Ho sempre pensato che il Vangelo non sia affatto una manuale ideologico per organizzare il mondo migliore, per renderlo perfetto. Tutte le volte che si è cercato di creare il Paradiso in terra si sono creati degli inferni terribili. Pensi alla fine di tutte le ideologie. Il marxismo, a cui guardo con rispetto, era un’utopia che voleva creare in terra il luogo della giustizia e della pace. E la speranza si è rovesciata nel suo esatto contrario: nell’Inferno. Il Vangelo non è un messaggio di organizzazione politico-sociale, ma di speranza per l’aldilà. Non trovo alcuna contraddizione. Al limite: se fosse possibile creare il Paradiso in terra, non avremmo bisogno del Paradiso nell’aldilà”.

E’ possibile pensare un aldilà dove l’uomo sarà liberato, se non abbiamo raggiunto la certezza razionale dell’esistenza di Dio?

“Io so che buona parte di coloro che dicono di non essere credenti, poi non chiedono i funerali laici: chiedono i funerali religiosi. Credo che in ciascuno agisca questa consapevolezza, che ci viene dal nostro Dna umano: non tutto finisce qui, al di là delle porte bronzee della morte non c’è il buio. Questa coscienza esige, anche se non lo si vuole ammettere, di credere in una esistenza che vada al di là dell’umano. Senza Dio non è possibile pensare un aldilà”.

Ma quale aldilà? Come lo immagina?

“Il modo migliore, parlo in una prospettiva cristiana, per immaginare Paradiso, Purgatorio, Inferno, è di non volerlo descrivere. La Divina Commedia è poesia sublime, ma non ha nulla a che fare con la misteriosa realtà dell’aldilà (Dante stesso ne era consapevole). La prospettiva di fede ci assicura che esiste, ma siamo invitati a non pretendere di precisarlo. Il dogma cattolico si limita ad affermare che ci sono  un premio per i buoni, una punizione per i cattivi, uno stato intermedio dove ci si purifica in attesa di accedere a quello che tradizionalmente viene chiamato il Paradiso. Non aggiunge altro. Non ci descrive come sono le cose. Ignoriamo se ci sarà il fuoco, se ci saranno i diavoletti con le corna, il forcone e così via. Io cerco di credere nell’aldilà, non di immaginarlo: perché so che qualunque immaginazione umana verrà sconfitta dalla realtà”.

Qual è l’insegnamento della morte?

 

“Essenziale. Imparare a vivere. Soltanto se recuperiamo la consapevolezza, come dicevo, della precarietà, della relatività di tutto, dello scorrere del tempo, siamo in grado di dare un significato alla vita. In Scommessa sulla morte lo dico chiaro: i necrofili sono gli altri, quelli che non ci vogliono pensare. Io mi sono confrontato con la morte proprio perché amo la vita e vorrei che continuasse in eterno”. 

Edda CattaniIo e l’aldilà
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Questa è la vita!

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Questa è la vita!

 

… e poi  ti capita di trovarti alla sbarra, al limite delle forze e ti accorgi di non essere nulla e che la vita non ha senso se non è inquadrata in un grande disegno in cui qualcun altro tira le fila…

Oggi, nonostante il tanto pane condiviso, mi ritrovo a pezzi…. ed il ritorno dalla terra del sole, mi ha lasciato un’eredità precaria difficilmente curabile…. QUESTA E’ LA VITA!!!!

“Ogni giorno ha il suo affanno” è stato detto, ma quando tu le hai provate tutte cercando di superare il tuo vuoto egoismo, quando hai dato tutto te stesso per superare limiti e apparenti dissensi e ti accorgi che con chi era simile a te, con le persone che avevano condiviso le tue gioie e i tuoi dolori, con coloro che credevi amici non c’è più dialogo, manca la condivisione e addirittura arrivi alle mortificazioni e al biasimo sul tuo operato, allora vale la pena di prendere in mano il Vangelo e provare ad approfondire temi conosciuti da sempre e che Gesù maestro ci ha indicato come lettura del nostro percorso. Vediamo come:

Un modesto fratello, incontrato sulle pagine di FB, presenta in questo modo la “Buona novella” della domenica e così la commenta:

 ‘Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua ..’ (Mc 6,4) La ragione è profonda…mente ‘politica’, con buona pace di coloro che intendono il Vangelo solo come una esortazione moralistica, privata, rituale. Infatti il profeta è sempre un disturbatore della vita ordinaria, quotidiana, dell’omologazione consolidata, e soprattutto della pigrizia del non-vedere, del non-sentire, del ‘si è sempre fatto così’ o del ‘bisogna fare così’. Il profeta apre al futuro, rompe l’oggi e lo riempie di domani, suscita speranze soffiate dal vento e dà luce ai cuori che attendono primavere impazienti. Il profeta chiede che si continui a domandare, a interrogarsi sul giorno e sulla notte, sul senso del tempo, della storia e della vita, portando nel suo cuore innamorato le paure e le attese della città su cui veglia, come ‘una sentinella del mattino’ che scruta i segni della nuova aurora senza cedere al sonno della ragione. Il profeta abita lo spazio ai margini della città dove la visuale è più sgombra e dove ‘le diversità si toccano e imparano a conoscersi’ .. E sa vivere e poi morire, nel disonore, ma soprattutto sa guarire gli occhi che non vedono e le ferite che sanguinano, e dare luce alle buie fessure di solitudine, facendo danzare la vita con passi sognati e ribelli, come crepe di luce di una nuova architettura del mondo ..  (fra Benito)

Dal mio quotidiano divenire

 

Gli scorsi anni, di questi tempi andavo e venivo dalla mia casa di residenza, sotto un sole rovente che rasentava i 40° in autostrada, al ritorno dal mare dove lasciavo i nipotini che accudivo, richiamata dalle condizioni fisiche di mio marito, convinta più che mai della mia condizione che doveva essere, com’é stata al suo fianco fino all’ultimo respiro. Quando si sono condivisi cinquant’anni di vita familiare, tutto diviene ovvio e non pesa la fatica, ma ha tanto sopravvento il dolore. Giungevo alla soglia di Casa Madre Teresa dove il mio Caro alloggiava  da un triennio, e tutto dovevo aspettarmi quale   immagine ormai evidente di una condizione al limite. Ora Mentore ha raggiunto Andrea e mi sovviene il ricordo di lui, ridotto ad uno scheletro che con quegli occhi, i suoi occhi …manifestavano una forza, un’energia, una determinazione non comune. Gli bastava vedermi arrivare stanca, spettinata, sconvolta per farsi capire e comunicarmi che mi aspettava, che voleva guardarmi e leggere nel mio volto non il suo, ma il “mio” sentire. Era lui, in quei brevi movimenti appena accennati che tendeva la mano a me e sembrava dirmi: “Io non ti lascio sola, ci sarò sempre, sarò con te anche quando tutti ti verranno a mancare!” Per dire questo non servivano tante parole… c’era, c’è e ci sarà nella vita e oltre. Questa è la vita… e questa è la vera espressione dell’amore! Ora mi ritrovo sola, ancora più stanca e a volte disarmata a fronte degli impegni sempre assillanti… ma lui c’è sempre… e c’é Andrea, felice di essere…finalmente… con il suo Papà!!!

 

Ora, nel ritorno alla mia abitazione penso a questo ed agli eventi di questi giorni e, nella mia solitudine, rifletto sulle parole di Fra Benito: “ Guarda, sono arrivata a questa età credendo di avere raggiunto un equilibrio e manifesto tanta fragilità! Ancora continuo a non capire e mi scontro con i mulini a vento della mia faticosa quotidianità!”

 

Vediamo un particolare: da tempo scrivo su FB, nelle varie bacheche di persone amiche i miei messaggi di conforto, di condivisione, di speranza… Passo a volo d’uccello, cercando fare sentire che condivido, che mi piace quando altri postano qualcosa di interessante ma alle volte tutto questo non basta. Mi sono imbattuta in una storia di violenza su un bambino e ho perso il controllo. La mia attività di psicologa che ho svolto e continuo a svolgere anche ora, mi porta a sentire come “nervo scoperto” qualunque intervento fatto da persone non qualificate… ed ecco che si rompe un’amicizia, perché non bastano le mie scuse successive, ma, come dice Fra Benito,  “nemo profeta in patria sua”… Fossi stata una persona non preparata mi si  poteva leggere come “caduta di stile” ma fatto da me è sembrato inqualificabile!

 

Ritorno sulle parole del nostro fratello che commenta:

… il profeta è sempre un disturbatore della vita ordinaria, quotidiana, dell’omologazione consolidata, e soprattutto della pigrizia del non-vedere, del non-sentire, del ‘si è sempre fatto così’ o del ‘bisogna fare così’

E penso ad un altro passaggio di questi giorni in cui individuo in una tragedia familiare una possibile causa di conflitto e lo dichiaro. Assumere posizione infrange le “regole” e mi mette fuori campo. Non avrei dovuto parlare, informare, prendere parte… a nulla vale richiamare lo sforzo, la fatica impiegata, la buona fede, i risultati ottenuti… Non c’è margine per la verità. Meglio occultare!

Potrei andare oltre e guardare con attenzione il pieghevole di invito al Convegno del Movimento della Speranza di settembre. Per non far torto a nessuno ho equiparato i partecipanti: la nota psicologa, come il cattedratico, il teologo con il laico medium spiritualista… ma c’è stato chi si è sentito non sufficientemente valorizzato.

 

Tre storie, tre episodi della mia quotidianità in cui una persona provata, attempata, animata da generosità, professionale … non riesce a raggiungere l’animo delle persone e a condividere con loro il pane quotidiano… Le mie parole esposte più volte in questo sito non hanno valore, sono canne al vento. Noi siamo nessuno… c’é chi al di là di noi, tira le fila…

 

Ma fra Benito continua:  Il profeta chiede che si continui a domandare, a interrogarsi sul giorno e sulla notte, sul senso del tempo, della storia e della vita, portando nel suo cuore innamorato le paure e le attese della città su cui veglia, come ‘una sentinella del mattino’ che scruta i segni della nuova aurora senza cedere al sonno della ragione.

E tutto questo mi conforta, perché c’è Mentore che mi richiama e vuol dirmi: “ Ti capisco, vedo la tua amarezza, ma non mollare! Sii te stessa e vai avanti per la tua strada… anche quando ti sentirai sola, affaticata e stanca ci sarà chi ti porgerà una brocca d’acqua al termine del tuo cammino e ne trarrai tanto conforto più di mille parole scritte su fogli sparsi al vento…”

Sì il profeta, ogni profeta, ciascuno di noi: …   sa vivere e poi morire, nel disonore, ma soprattutto sa guarire gli occhi che non vedono e le ferite che sanguinano, e dare luce alle buie fessure di solitudine, facendo danzare la vita con passi sognanti e ribelli, come crepe di luce di una nuova architettura del mondo ..

Grazie Fra Benito!

 

 

 

Edda CattaniQuesta è la vita!
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Giugno: devozione al S.Cuore

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Il sacro Cuore di Gesù

Una delle devozioni più diffuse tra il popolo cristiano è la devozione al sacro Cuore di Gesù. Non si tratta tuttavia di una devozione fra tante, perché è stata rivestita dalla Chiesa di una dignità tutta particolare e si situa al centro della rivelazione cristiana.

Le dodici promesse

1. Darò loro (alle persone devote del mio Cuore) tutte le grazie necessarie al loro stato.
2. Metterò la pace nelle loro famiglie.
3. Le consolerò in tutte le loro afflizioni.
4. Sarò il loro rifugio in vita e soprattutto nella loro morte.
5. Benedirò le loro imprese.
6. I peccatori troveranno misericordia.
7. I tiepidi diventeranno ferventi.
8. I ferventi saliranno presto a grande perfezione.
9. Benedirò il luogo dove l’immagine del mio Cuore sarà esposta e onorata. 10. Darò loro le grazie di toccare i cuori più duri.
11. Le persone che propagano questa devozione avranno il loro nome scritto nel mio Cuore e non sarà mai cancellato.
12. Io prometto nell’eccesso grande di misericordia del mio Cuore che il suo amore onnipotente accorderà a tutti coloro che si comunicheranno il primo venerdì del mese, per nove mesi consecutivi, la grazia della penitenza finale e non morranno in mia disgrazia né senza ricevere i sacramenti e il mio Cuore sarà per essi un asilo sicuro negli ultimi momenti.

 

Il documento guida in materia è certamente l’enciclica di Pio XII, Haurietis aquas (Attingerete alle acque) del 15 maggio 1956, testo che andrebbe letto e meditato per intero. Questa devozione – contenuta in germe nella Sacra Scrittura, approfondita dai santi Padri, dai Dottori della Chiesa e dai grandi mistici medioevali – ha avuto un particolare incremento e la sua configurazione odierna in seguito alle apparizioni di Gesù Cristo a santa Margherita Maria Alacoque, nel monastero di Paray-le-Monial, a partire dal 27 dicembre 1673.
Da allora, superate numerose difficoltà teologiche e liturgiche, si è diffusa rapidamente fra tutte le categorie del popolo cristiano, mentre la Chiesa la ha elevata alla dignità liturgica di «solennità». In effetti essa rappresenta il centro della spiritualità cristiana e la chiave di comprensione insieme più semplice e più profonda di tutta quanta la storia della salvezza.
Non è un caso che le apparizioni a santa Margherita Maria si situino nel momento cruciale di affermazione del mondo moderno e che il simbolo del sacro Cuore sia apparso sempre come il più caratteristico in tutti i movimenti di resistenza alle correnti anticristiane della modernità.
Pio XII sottolinea che – nonostante l’importanza di Paray-le-Monial per il suo sviluppo – l’origine della devozione è nella Scrittura. E’ lo stesso Gesù che per primo presenta il suo Cuore come fonte di ristoro e di pace: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,28-30).
In san Giovanni si legge come venne trafitto il Cuore di Cristo, l’uscita da esso del sangue e dell’acqua e il particolarissimo significato simbolico che il quarto evangelista attribuisce al fatto (Gv 19,33-37). Anche nell’Apocalisse Gesù è presentato come un Agnello «ucciso», cioè «trafitto» (cfr. Apoc 5,6; 1,7).
Detto questo le apparizioni a santa Margherita Maria conservano un’importanza eccezionale. Si dovrebbe anzi dire che nella storia della Chiesa nessun’altra comunicazione divina – al di fuori della Bibbia – ha ricevuto tante approvazioni e incoraggiamenti dal magistero della Chiesa come le rivelazioni del Cuore di Cristo a Paray-le-Monial.
In esse sono particolarmente famose «le dodici promesse». Come nella Bibbia, Dio lega il suo intervento a delle «promesse». Se l’Alleanza in Gesù Cristo si è fatta definitiva, essa è tuttavia ancora aperta nella storia, perché continuamente offerta alla libertà dell’uomo, finché dura il tempo in cui si può meritare. Al «vero devoto» del sacro Cuore, cioè a chi è ben convinto di essere, con i propri peccati, colui che ha «trafitto» il Cuore di Gesù e, consapevole del suo amore immenso, vive la propria vita nella prospettiva della riparazione, queste promesse sono di nuovo offerte. E «Dio è fedele» (1 Cor 10,13). Eccole, secondo la prima antica lettura:

 

Ricevo dalla Cara Amica Daniela (v. link) questi bellissimi pdf:

DEVOZIONE AL SACRO CAPO DI GESU’

il sacro cuore

Edda CattaniGiugno: devozione al S.Cuore
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Ognissanti: una mistica d’oggi

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NATUZZA EVOLO : una mistica dei nostri giorni

1° Novembre: Anniversario

       

La mistica di Paravati verso la gloria degli altari. Al via la causa di canonizzazione di Natuzza Evolo

Natuzza Evolo verso la gloria degli altari. I vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, mons. Luigi Renzo, darà l’avvio alla causa di canonizzazione con la scelta del Postulatore, la cui nomina sarà ufficializzata domattina durante la messa che sarà celebrata a Paravati, in provincia di Vibo Valentia. Dopo aver ottenuto il nulla osta dalla Conferenza episcopale calabra, al quinto anniversario dalla morte di Natuzza (1 novembre 2009), come prescritto dal Diritto canonico, mons. Renzo nominerà infatti don Enzo Gabrieli, presbitero dell’arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, Postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione della Serva di Dio, Natuzza Evolo, la mistica di Paravati, frazione del comune di Mileto, dando il via alla fase preliminare dell’inchiesta diocesana.

”Esprimo la mia gratitudine a monsignor Renzo -spiega all’Adnkronos don Enzo Gabrieli- perché mi ha chiamato a questo delicatissimo compito, spero di servire al meglio la Chiesa e i tanti devoti di Natuzza che attendono di vederla additata come testimone. La santità è una delle vie che San Giovanni Paolo II ci ha additato per la pastorale della nuova evangelizzazione”.

‘Mamma Natuzza’, come la chiamava chi la conosceva, prosegue il sacerdote, ”laica e mamma di famiglia, ci indica la via dell’umiltà e ci spalanca le porte del cielo. Interceda lei per il nostro lavoro. Come soleva dire Natuzza: Io non conto nulla. Non cercate me, cercate Gesù e la Madonna”.

 

 

A Natuzza Evolo

  Riceviamo da  Domenico Caruso da S. Martino di Taurianova (Reggio Cal.)

 

 Volgi su noi lo sguardo, mamma cara,

che pur vermi di terra ci sentiamo,

la vita è sempre un’esperienza amara

se nel Signore non ci confidiamo.

 

 Serva di Dio tu sei e fonte chiara

di bene, di preghiera, di richiamo:

Natuzza, ora dal Cielo ci aspettiamo

la grazia della pace così rara.

 

 Felice con la Vergine Maria

e con Gesù da te sofferto e amato

or ti vediamo in sì beato loco.

 

 Mostra a noi tutti la diritta via

che ci preservi da grave peccato

e il cor c’infiammi del divino fuoco.

                       

 

La mistica calabrese Natuzza Evolo, morta in concetto di santità il primo novembre 2009, era particolarmente legata agli spiriti celesti. Anzi riguardo a  tutto il suo apostolato esterno di soccorso alle tantissime persone che si rivolgevano a lei per consigli ed aiuto, si può certamente dire che esso si basava soprattutto sul dono di Dio di poter vedere costantemente oltre il proprio angelo custode anche gli spiriti celesti di coloro che si rivolgevano a lei, Natuzza ha sempre affermato che la profondità delle sue risposte e dei suoi consigli provenivano non dalle proprie capacità ma dall’essere in contatto con gli angeli di Dio. La signora Luciana Paparatti di Rosarno dichiara: “Tempo fa mio zio Livio, il farmacista, stava facendo una cura contro il colesterolo. Un giorno, andando da Natuzza, portai con me zia Pina, la moglie di zio Livio. Quando fummo ricevute, la zia le disse: “Sono venuta per mio marito, vorrei sapere …

… se le medicine sono giuste, se ci siamo affidati ad un buon medico…”. Natuzza la interruppe, dicendo: “Signora, ve ne state preoccupando troppo. C’è solo un po’ di colesterolo!”. Mia zia diventò tutta rossa e Natuzza, come per scusarsi, le disse: “L’angioletto me lo sta dicendo!”. La zia non le aveva parlato di colesterolo, aveva solo chiesto se la terapia era giusta e il medico bravo”.
Il professor Valerio Marinelli, docente universitario di ingegneria, da tutti riconosciuto come il maggior biografo della mistica calabrese dichiara: “In numerosissime occasioni ho personalmente constatato come Natuzza, dopo che le si è posto un quesito, attenda qualche attimo prima di rispondere, fissando spesso lo sguardo non sulla persona che le parla, ma su un punto vicino ad essa, ma soprattutto ho riscontrato come davvero ella è capace di dare immediatamente risposte illuminanti su questioni complesse e difficili sulle quali chi la interoga spesso non sa nulla, ed alle quali sarebbe arduo rispondere anche dopo lunghe riflessioni. Natuzza centra immeditamanet il problema e ne suggerisce la soluzione, quando vi è una soluzione; moltissime volte ho potuto poi verificare, certe volte non subito ma dopo un intervallo più o meno lungo di tempo, come davvero lei aveva ragione ed aveva risposto ottimamente. Questa velocità di giudizio su problemi di cui lei, obiettivamente, non possiede, dal punto di vista umano, gli elementi di giudizio, l’acutezza, l’intelligenza, la sinteticità e semplicità delle sue risposte, sono, a mio parere,  del tutto eccezionali e superumane, tanto che credo esse possano costituire una valida prova della sua reale capacità di colloquiare con gli angeli, spiriti puri ai quali sempre i Dottori della Chiesa hanno attribuito intelligenza superiore, potenza e santità”.

 

 

 

“Sono rimasto impressionato dalla profonda spiritualità di questa donna. Quello che mi ha sempre attratto in lei è stata la sua semplicità e il suo senso dell’obbedienza all’autorità ecclesiastica. Natuzza non ha mai fatto niente che potesse mettere in difficoltà la Chiesa. (…) I fenomeni che lei avvertiva durante la Settimana Santa sono il segno del dono che Dio stesso le ha fatto. Natuzza, con la sua forza spirituale, è riuscita a comunicare con tutti.” Monsignor Luigi Renzo, Vescovo di Mileto.
Natuzza è una parola di Dio, come lo sono io e come lo siete voi. Però la parola di Dio deve esser saputa leggere; il guaio è che Natuzza spesso non è saputa leggere!…Natuzza è una donna di fede, è una donna di speranza, è una donna di carità. Il Vescovo vi può dire che è una donna intanto molto umile..(Monsignor Domenico Cortese)

Don Marcello Stanzione è l’autore di questi due libri, dell’edizione “Segno” molto facili da leggere, sulla storia di Natuzza Evolo, una mistica dei nostri giorni.

Edda CattaniOgnissanti: una mistica d’oggi
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Afghanistan come Nassirya

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 Afghanistan, come Nassirya

per non dimenticare

TRIBUTO

In questo giorno in cui si celebra un anniversario di libertà e di pace, non possiamo dimenticare coloro che hanno dato la vita per difendere entrambe.

 

Questa pagina vuole essere un tributo ai soldati italiani in servizio all’Italia e a quelli caduti, per non dimenticare chi ogni giorno si alza e indossa una divisa per proteggere il prossimo e non sa se a casa tornerà vivo o morto…

E’ dedicata a tutti i soldati che ogni giorno combattono per la giustizia e per la libertà, che rischiano la vita per noi in ogni luogo e che credono in un ideale.

Quando mio figlio è mancato, ormai prossimo a partire per il Kossowo, ho trovato nel taschino della sua giacca un’immaginetta gualcita ove era stampata la preghiera che recitava ogni giorno:

Preghiera del Soldato

Signore Iddio, che hai costituito di molti popoli l’ umana famiglia,

da Te creata e redenta, guarda benigno noi,

che abbiamo lasciato le nostre case per servire l’ Italia.

Aiutaci, Signore, affinché, con la forza della Tua fede,

siamo capaci di affrontare fatiche e pericoli

in generosa fraternità d’ intenti,

offrendo alla Patria la nostra pronta obbedienza,

la nostra serena dedizione.
Fa che sentiamo ogni giorno,

nella voce del dovere che ci guida,

l’ eco della Tua voce;

fa che siamo d’ esempio a tutti i cittadini

nella fedeltà ai Tuoi comandamenti,

alla Tua Chiesa

e nell’ osservanza delle leggi dello Stato.
Dona, o Signore, il riposo eterno ai nostri morti

ed ai caduti di tutte le guerre.

Concedi ai popoli la pace nella giustizia e nella libertà

e che l’ Italia nostra, stimata ed amata nel mondo,

meriti la protezione Tua e la materna custodia di Maria

anche in virtù della concordia operosa dei suoi figli.
Amen.

 

 

Edda CattaniAfghanistan come Nassirya
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