Edda Cattani

Natale pagano?

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Natale: fr. Semeraro (monaco benedettino), oggi c’è “un’atmosfera parallela”

 

M.Michela Nicolais

natale

Da una parte, i cristiani come “piccolo resto”. Dall’altra, un Natale “ri-paganizzato”. Fratel MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino, ci spiega perché la festa cristiana per eccellenza può essere l’occasione per valorizzare “un’atmosfera parallela”. Con rispetto, e senza pregiudizi.

Il Natale rimane una festa cristiana, ma solo per “un piccolo resto”. Per chi non condivide la nostra fede, si è “ri-paganizzato”. Parola di fratel MichaelDavide Semeraro, monaco benedettino, che esorta ad andare oltre le polemiche che ogni anno risorgono valorizzando questa “atmosfera parallela”, in cui credenti e non credenti possono convivere tramite il rispetto. Anche quando non è reciproco. Il segreto? Imparare la differenza tra un Natale “ostentato” e un Natale “invitato”.

Michael Davide Semeraro

Se pensiamo al Natale di quando eravamo bambini, tutti noi ci ricordiamo la particolare atmosfera che ci circondava. Secondo lei si respira ancora, quell’aria di Natale, o se ne è perso il sapore?
L’atmosfera del Natale è cresciuta con noi e si è trasformata con le persone e con la storia. Sicuramente il Natale è cambiato, sono cambiati i luoghi e le abitudini con cui la gente vive le feste. Il Natale, allora come oggi, è anche una festa legata alla famiglia, all’intimità dei luoghi. Attualmente, è cambiato per l’aspetto commerciale e soprattutto perché

il Natale ha recuperato la sua origine pagana.

Noi non conosciamo il giorno in cui il Signore è nato, e abbiamo scelto la data del “sol invictus”, quando le giornate con il solstizio d’inverno ricominciano a crescere. Si trattava, dunque, di una festa nata per salutare l’accrescere della luce che poi i cristiani hanno trasformato nel Natale di Gesù. Oggi questo meccanismo si è invertito:

il Natale rimane una festa cristiana, ma soprattutto da quelli che non frequentano i nostri circuiti viene ripreso, rilanciato, anzi ancora più amplificato l’aspetto pagano.

Un fenomeno, questo, che però non va visto in senso negativo: gli umani hanno bisogno di riti, e anche la nostra civiltà secolarizzata e desacralizzata in realtà si “ri-sacralizza”, anche se a livello commerciale e mediatico.

Vuole dire che ci sono due modi di vivere il Natale?
Direi che siamo in presenza di un’atmosfera parallela: da una parte ci sono coloro che celebrano il mistero dell’incarnazione e i riti liturgici, dall’altra c’è una “ri-paganizzazione” della festa del solstizio d’inverno, come nell’antichità. Un fenomeno, questo, che va registrato con semplicità, senza pregiudizio o spavento. La nostra non è più, ormai da diversi decenni, una civiltà cristiana: è un dato di fatto che bisogna saper registrare e accogliere, comprendendo che il Natale è ridiventato pagano per molti, che lo vivono come una pausa durante l’inverno per ritrovarsi in famiglia o andare a sciare. I cristiani, come nei primi secoli, sono oggi un piccolo resto, che in questo contesto di ripaganizzazione della società continuano a celebrare la festa dell’incarnazione del Signore.

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Mentre prima il senso del Natale cristiano era diffuso, ora respiriamo un’atmosfera parallela

che chiama alla coesistenza, alla capacità d’integrarsi con grande semplicità e senza alcun giudizio negativo. Del resto, chi non condivide la nostra fede non può condividere il Natale cristiano. Anche i nostri padri celebravano la festa del “sol invictus”: noi, a nostra volta, possiamo partecipare o invitare alla festa del Natale, sapendo che l’elemento liturgico rituale continua ad appartenere a un piccolo resto.

È recente la provocazione del filosofo Massimo Cacciari per cui “sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale”. Si è smarrito il senso della “differenza” cristiana?
Ogni anno sorge una polemica sul Natale. Dobbiamo saper gestire sapientemente la possibilità di manifestare i segni della nostra fede, da una parte, ma anche la libertà di sapercene privare, quando viene fuori l’esigenza del rispetto della libertà altrui. Per noi cristiani il rispetto è sempre unilaterale, non ci aspettiamo niente in cambio. Se c’è una cosa che Gesù ci ha regalato, è la libertà davanti ai nostri usi religiosi: questa è la “differenza” evangelica, in confronto alle altre religioni.

Bisogna, di anno in anno, reimparare a riappropriarsi della differenza tra un Natale “ostentato” e un Natale “invitato”.

Eravamo abituati, nella nostra civiltà cristiana, a ostentare i nostri simboli cristiani: oggi la comunità cristiana dovrebbe invitare nella propria intimità gli amici, sapendo che nei luoghi pubblici sarà sempre più impossibile farlo. Ciò produrrà senza dubbio un guadagno, in termini di convinzione, perché ci aiuterà ad essere il soggetto delle nostre feste liturgiche: prima ci pensava la cultura e la società, oggi bisogna impegnarsi in prima persona con la nostra testimonianza. È una bella sfida.

Papa Francesco parla spesso del Natale associandolo alla speranza cristiana. È l’incarnazione di Gesù che, ancora oggi, dà senso alla storia, nonostante lo scenario plumbeo che incombe su di noi?
Il fatto che Dio si è incarnato, si è fatto uno di noi assumendo le nostre fragilità, dovrebbe darci la speranza che possiamo diventare un po’ più umani, se vogliamo e ce la mettiamo tutta. Se Dio si è incarnato, possiamo pensare a un’umanità sempre più affidabile e portatrice di speranza.

Gesù ci ha insegnato che tutto ciò che è umano non ci è estraneo, per questo i cristiani non rinunciano a essere lievito di umanità in qualunque situazione, anche in quelle più disumane.

È la fiducia che Dio ci ha dato, tramite l’incarnazione di suo figlio, che ci permette di sperare l’impossibile.

 

Edda CattaniNatale pagano?
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Tanta Luce nel presepe!

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Tanta luce anche nel mio presepe!

 

… e con dicembre si ripresentano tutte le ricorrenze … Anch’io e la mia famiglia le viviamo intensamente: ha appena girato l’angolo S.Andrea … eppure sembra ieri… poi il 5 dicembre, una data impressa nella mente e nel cuore con l’abbandono all’Immacolata, la Mamma Celeste che accoglie, protegge, impegna tutti i nostri Figli di Luce e il Convegno di Padova.

Fuori le Luminarie. Abano è un tripudio di colori, di profumi, di armonia… E’ ancora un piccolo centro questo, una cittadina a misura d’uomo; i bambini possono passeggiare tranquillamente, i vecchi guardano con occhi incantati, la gente cammina, non corre e ammira …  L’Ente Parco dei Colli Euganei ha posteggiato le sue casette di legno e troviamo prodotti naturali, commestibili, oggetti fatti a mano. Il “tutto a un euro” è ormai una prassi… c’è tanta crisi e non si può spendere, solo un simbolo per sentire l’armonia, la dolce delicatezza del Natale.

Ripropongo aggiornandolo il Natale “povero” che non possiamo fare mancare ai nostri Cari che ci guardano intorno a Gesù che nasce anche quest’anno per rinnovare i nostri cuori e donarci la sua innocenza, quella propria dei bimbi.

 

Ecco la Madonnina che ho messo sull’altarino con la natività nella cappellina del mio tenente “per sempre” che mi regala ancora boccioli di rosa in questi giorni freddi dell’inverno. Ho fatto anche l’alberello con la renna come lo scorso anno e uno ne ho posto nel portico della mia casa. Andrea è abbracciato al suo Papà quest’anno e tutti insieme aspetteremo la nascita del bambinello. Questo, Figlio mio, è il Natale del cuore e penso, che tante persone senza lavoro, senza salute, senza pane di cui vivere, la pensino come me. Proteggeteci Angeli tutti!

Anche Andrea ha il suo Natale!  

                                      

       Ora c’è anche lui, il suo Papà!

 

 

Andrea ha la foto sopra un altarino nella piccola cappella dove abbiamo riposto le sue bellissime membra. Dietro lui c’è un mosaico che è simile al simbolo del gagliardetto del suo Corpo nell’esercito: AQUILE.  La straordinarietà è nel fatto che  mostra un’aquila che infrange una stella… una sorta di premonizione!  Come dicevo, a destra della foto ho messo la Natività e in terra l’albero con la renna di Babbo Natale e un angioletto. Anche per Andrea… Natale è “presepe”!  Oggi c’è Papà… San Giuseppe “!

    Luci nel Presepe

 

 

Questo presepe porta la data del Natale 1995. Lo fece Mentore la sera della vigilia com’era nostra consuetudine e lo fografò. Guardate quante Luci! Quanti angioletti vennero a confortarci!

Fin da piccolo Andrea aveva molto amato l’arrivo del Natale anche per la costruzione del “suo” presepe. Papà gli aveva comperato le statuine essenziali e lui, con spirito artistico aveva ricavato e dipinto da sé, casette, torri, il castello di Erode, ricavandoli da materiale povero, quali rotoli di carta, sughero, compensato ritagliato al traforo… La notte di Natale ci si metteva d’impegno e voleva terminarlo prima che fosse mezzanotte. Mentore aveva continuato a ripetergli ogni anno: “Andrea, ormai sei grande… basta l’albero senza che non causi tutto questo ingombro!” Ma lui, testardamente ripeteva che senza il presepe non avrebbe sentito il Natale. Ecco allora che, anche dopo la sua dipartita, (era il 5 dicembre, con un Natale alle porte) Mentore continuò a costruire l’alberello sul terrazzino della mansarda “…vicino al cielo, così Andrea lo vedrà brillare…” e il “presepe di Andrea” con le sue casette sempre più fragili e le statuette di gesso. Un presepe in un “Natale da poveri” ci disse Andrea nel suo primo messaggio. Poi, qualche anno dopo, fotografando il presepe vennero fuori tutte queste lucine, di tanti colori, quasi una festa per tutti gli Angeli di Luce che avranno voluto manifestare la loro presenza con una testimonianza di conforto ai loro genitori.

Non dimentichiamo, anche in questo S.Natale, i nostri Cari ci vedono e gradiscono queste piccole cose e canteranno con tutti noi: “Hosanna, nell’alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà!”

                    

Natale ricordi del 2010

Quest’anno il mio Natale è molto diverso; vivo la solitudine nella casa ormai vuota, perchè Mentore non mi è più vicino e le sue condizioni sono di tale gravità che prego solo perchè possa raggiungere Andrea, al più presto, come del resto egli desidera ardentemente. Non vengo meno però alle abitudini consolidate in oltre 40 anni di convivenza ed allora, ieri sera, come ogni notte di Natale, ho ricostruito il “nostro presepe”. E’ lo stesso, con le vecchie statuine e le casette fatte da Andrea. L’ho fotografato. Guardate un po’:

     

E’ un piccolo presepe con le lucette minuscole, gli angioletti nel cielo di carta bianca e le casette fatte da Andrea… “un presepe da poveri” ma che contiene una storia… la storia della nostra vita.  Poi guardate la seconda foto: 

è un  primo piano della capannuccia con le stesse lucette piccolissime che non dovrebbero illuminare nulla, eppure…

 

  

QUANTA LUCE E QUANTI VOLTI NEL MIO PRESEPE!

       

   

Anche la mia cara amica EDY ha fatto il presepe:

ogni sasso ha il nome di un Angelo!

 6 Gennaio 2010: Epifania del Signore

Anche nel mio presepe sono arrivati i Re Magi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniTanta Luce nel presepe!
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Non si spenga mai la speranza

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 Non si spenga mai la speranza nei nostri cuori

 









Come potremo riaccendere le altre candele se non crediamo nell’amore di Dio?

 

La speranza

Qual è la sorgente della speranza cristiana?

In un tempo in cui spesso si fatica a trovare delle ragioni per sperare, coloro che mettono la propria fiducia nel Dio della Bibbia hanno più che mai il dovere di «rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in loro» (1 Pietro 3,15). Spetta a loro cogliere ciò che la speranza della fede contiene di specifico, per poter viverlo.

Ora, anche se per definizione la speranza guarda al futuro, per la Bibbia essa si radica nell’oggi di Dio. Nella Lettera 2003, frère Roger lo ricorda: «[La sorgente della speranza] è in Dio, che non può che amare e che instancabilmente ci cerca».

Nelle Scritture ebraiche, questa Sorgente misteriosa della vita che noi chiamiamo Dio si fa conoscere perché chiama gli esseri umani a entrare in una relazione con lui: stabilisce un’alleanza con loro. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell’alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet (per es. Esodo 34,6; Salmi 25,10; 40,11-12; 85,11). Generalmente, si traducono con «amore» e «fedeltà». Dapprima ci dicono che Dio è bontà e benevolenza senza limiti e si prende cura dei suoi, e in secondo luogo, che Dio non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione.

Ecco la sorgente della speranza biblica. Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà – se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione – per i credenti non è una situazione definitiva. Nella loro fede in Dio, i credenti attingono l’attesa di un mondo secondo la volontà di Dio o, in altre parole, secondo il suo amore.

Nella Bibbia, questa speranza è spesso espressa con la nozione di promessa. Quando Dio entra in relazione con gli esseri umani, in generale questo va di pari passo con la promessa di una vita più grande. Ciò inizia già con la storia di Abramo: «Ti benedirò, disse Dio ad Abramo. E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra» (Genesi 12,2-3).

Una promessa è una realtà dinamica che opera delle possibilità nuove nella vita umana. Questa promessa guarda verso l’avvenire, ma si radica in una relazione con Dio che mi parla qui e ora, che mi chiama a fare delle scelte concrete nella mia vita. I semi del futuro si trovano in una relazione presente con Dio.

Questo radicamento nel presente diventa ancora più forte con la venuta di Gesù Cristo. In lui, dice san Paolo, tutte le promesse di Dio sono già una realtà (2 Corinzi 1,20). Certo, ciò non si riferisce unicamente a un uomo che è vissuto in Palestina 2000 anni fa. Per i cristiani, Gesù è il Risorto che è con noi nel nostro oggi. «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del tempo» (Matteo 28,20).

Un altro testo di san Paolo è ancora più chiaro. «La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Romani 5,5). Lungi dall’essere un semplice augurio per l’avvenire senza garanzia di realizzazione, la speranza cristiana è la presenza dell’amore divino in persona, lo Spirito Santo, fiume di vita che ci porta verso il mare di una piena comunione.

Come vivere della speranza cristiana?

 

La speranza biblica e cristiana non significa una vita nelle nuvole, il sogno di un mondo migliore. Non è una semplice proiezione di quello che vorremmo essere o fare. Essa ci porta a vedere i semi di questo mondo nuovo già presente oggi, grazie all’identità del nostro Dio che si manifesta nella vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo. Questa speranza è inoltre una sorgente di forza per vivere in un altro modo, per non seguire i valori di una società fondata sul desiderio di possesso e sulla competizione.

Nella Bibbia, la promessa divina non ci chiede di sederci e attendere passivamente che si realizzi, come per magia. Prima di parlare ad Abramo di una vita in pienezza che gli è offerta, Dio gli disse: «Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1). Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio.

Così pure, la buona novella della risurrezione non è un modo per distoglierci dai compiti di quaggiù, ma una chiamata a metterci in cammino. «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? … Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura… Voi mi sarete testimoni… fino agli estremi confini della terra» (Atti 1,11; Marco 16,15; Atti 1,8).

Sotto l’impulso dello Spirito del Cristo, i credenti vivono una solidarietà profonda con l’umanità priva dalle sue radici in Dio. Scrivendo ai Romani, san Paolo evoca le sofferenze della creazione in attesa, paragonandole alle doglie del parto. Poi continua: «Anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente» (Romani 8,18-23). La nostra fede non ci fa dei privilegiati fuori dal mondo, noi «gemiamo» con il mondo, condividendo il suo dolore, ma viviamo questa situazione nella speranza, sapendo che, nel Cristo, «le tenebre stanno diradandosi e la vera luce già risplende» (1 Giovanni 2,8).

Sperare, è dunque scoprire dapprima nelle profondità del nostro oggi una Vita che va oltre e che niente può fermare. Ancora, è accogliere questa Vita con un sì di tutto il nostro essere. Gettandoci in questa Vita, siamo portati a porre, qui e ora, in mezzo ai rischi del nostro stare in società, dei segni di un altro avvenire, dei semi di un mondo rinnovato che, al momento opportuno, porteranno il loro frutto.

Per i primi cristiani, il segno più chiaro di questo mondo rinnovato era l’esistenza di comunità composte da persone di provenienze e lingue diverse. A causa di Cristo, quelle piccole comunità sorgevano ovunque nel mondo mediterraneo. Superando divisioni di ogni tipo che li tenevano lontani gli uni dagli altri, quegli uomini e quelle donne vivevano come fratelli e sorelle, come famiglia di Dio, pregando insieme e condividendo i loro beni secondo il bisogno di ciascuno (cfr. Atti 2,42-47). Si sforzavano ad avere «un solo spirito, uno stesso amore, i medesimi sentimenti» (Filippesi 2,2). Così brillavano nel mondo come dei punti di luce (cfr. Filippesi 2,15). Sin dagli inizi, la speranza cristiana ha acceso un fuoco sulla terra.

Lettera da Taizé: 2003/3

 

 

 

 
 
 


 


 

Edda CattaniNon si spenga mai la speranza
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Continuando l’Avvento

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(  Da Crocetta con Alessandro Dehò  )

IV Domenica diAvvento

Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio».
Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Nomi

(Luca 1,26-38)

IV Avvento anno B 2020

GABRIELE=forza di Dio “L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea”.

E se avesse bussato? Gabriele dico, l’angelo nel cui nome è raccontata la “forza di Dio”, se avesse camminato fino alla casa di Maria, se avesse sollevato la polvere come fosse polline di primavera, se fosse arrivato col cuore in gola e con la paura di non essere ricevuto? Non sarebbe questa vera potenza divina? Troppo semplice affidarsi a voli, che nel Vangelo non sono descritti, troppo facile entrare leggeri come colombe quando poi il Figlio renderà sacra la mano del pescatore e preghiera il pianto della prostituta.

E se avesse bussato? La mano dell’angelo sospesa a due centimetri dalla tavola levigata da Giuseppe. Se avesse chiesto “permesso?” e accettato un bicchiere d’acqua, se le sue parole avessero detto esattamente le cose riportate dall’Evangelista Luca, ci mancherebbe, una alla volta, ma con un po’ meno di enfasi? Magari senza citazione così smaccata di antichi canti biblici? Un po’ più feriale insomma. Se si fosse seduto, Gabriele, la potenza di Dio, semplicemente ad aspettare. Ad aspettare l’uomo. Ad aspettare i tempi di maturazione della consapevolezza umana, come fanno i padri e le madri, i contadini e gli innamorati.

Io il mio Signore lo immagino così, e me lo vedo, a bussarmi, con gli occhi umidi che cercano calore. E io che non capisco e sto, come sospeso, spesso incapace di vedere. Incapace di riconoscere Gabriele nella fragilità di chi cerca un incontro. Incapace di aprire. Impaurito. E la sua potenza? E’ l’attesa.

Io il mio Signore lo immagino così, mentre verso un bicchiere di vino da offrire all’ospite, mentre taglio una fetta di formaggio, mentre dentro di me mastico la domanda quotidiana sul mio essere al mondo, “che senso ha tutto questo?”, e Gabriele, la potenza di Dio, beve calmo e mi guarda e aspetta. Non temere, dice, senza parole. Non temere, la potenza di Dio è nell’attesa, è in questa sua ubriacante decisione di chiedere permesso all’uomo, permesso di entrare, di fare casa.

E non se ne va, nemmeno quando non lo vedo più, nemmeno dopo i saluti, che la forza è la perseveranza degli amanti. Non se ne va. Nonostante le mie incertezze e il dilatarsi di questa annunciazione che non finisce mai. Non se ne va, c’è, e bussa.

Davide=amato, Giuseppe=Dio aggiunge un uomo della casa di Davide di nome Giuseppe”.

La casa è quella di Davide, che significa “amato” e l’uomo è Giuseppe “Dio aggiunge”. Tutto è scritto nei nomi. Il senso profondo della vita è in questa capacità di abitare una casa e che questa casa sia il più possibile dimora dell’amato. Non tanto di chi ama ma di chi si lascia amare. Cosa chiedere di più alla vita? Come arrivare alla fine dei giorni senza la paura di aver fallito? Forse basta essere più Davide e più Giuseppe, lasciare che Dio aumenti la profondità con il suo amore. Sono contento di abitare in una casa, vera.

Io il mio Signore lo immagino così, un compagno di vita, occhi commossi, mani tenere, il calore di una carezza ogni volta che riesco a elemosinare un po’ d’amore.

Desidero arrivare alla fine e aver imparato a farmi amare. Anzi, di più, voglio imparare a chiederlo l’amore, con tutta l’umiltà e la verità che mi mancano. Chiedere l’amore per diventare sempre più Davide, amato, e sempre più Giuseppe, spazio di una Vita aggiunta alla vita.

MARIA=amarezza (dice qualcuno) e donna del mare (e altre ipotesi) “La vergine si chiamava Maria”

Ci sono nomi che sono anche sapori, che quando li pronunci lasciano sulla lingua un gusto che rimane, come la memoria di un bacio. Maria è dolce, è vero. Ma mi affascina che qualcuno, tra le ipotesi sull’etimologia del nome, le affianchi anche l’amarezza e il gusto salato del mare. Perché così Maria la sento più vicina a me. E non ho più paura di sedermi tra lei e Gabriele, tra la potenza dell’attesa e il coraggio di una vita che comprende tutto, amarezze comprese, che non ha paura di testimoniare che spesso la vita è una traversata di un mare che entra negli occhi e fa lacrimare salato. Io il Signore me lo immagino così, vero, imbarcato con me, legato alla mia storia, incarnato nelle inevitabili amarezze e nelle benedette lacrime di mare. Io lo immagino così, perché poi la storia è sempre buona, ogni cosa lascia dietro di sé rinnovate consapevolezze. Che l’inferno, l’inferno vero, quello che sperimentiamo su questa terra, anche se ci costa ammetterlo, è vivere senza percepire il vento contrario e le burrasche pericolose. Una vita senza dolore, una vita sempre dolce, una vita che non prevede lacrime per me è l’inferno. Nessuna fiamma immagino nel cuore del male, nel cuore della vita senza senso immagino invece nessuna lacrima e nessuno struggimento per amarezza. E un mare così calmo che non ti viene voglia di imbarcarti.

GESU’=Dio salva “…e lo chiamerai Gesù”

Salvami Signore, solo tu puoi,

salvami dai miei deliri di potenza e di onnipotenza,

salvami dalla pretesa e dalla superficialità. Salvami dalla fretta. Aiutami ad aspettarmi.

Salvami Signore dalla frenesia di voler amare,

dai sensi di colpa di non saperlo fare. Salvami dall’orgoglio che non mi permette di chiedere amore.

Salvami Signore, aggiungi tu alla mia vita quello che desideri, aiutami a non confondere la libertà con l’illusione di avere tutto sotto controllo, di essere il capitano unico e definitivo del mistero.

Salvami Signore da me stesso, dalla mia eccessiva tranquillità, dalla paura di solcare i mari dell’incontro, dalla paura di non essere all’altezza del dolore degli altri.

Salvami Signore, salvami da me stesso.

 

Edda CattaniContinuando l’Avvento
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Esiste la morte?

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Desidero riproporre, in questi giorni anche per me molto particolari la bella intervista al nostro caro Don Sergio, presenza assidua a tutti i nostri Convegni. Vi invito anche a leggere clickkando il link la sua vita e il suo percorso. Ci aiuterà ne sono certa! 

“Senza rancori, senza rimpianti, senza rimorsi…”

Intervento di Don Sergio Messina della Comunità L’accoglienza di Torino al seminario “Vivere il morire: un diritto fondamentale di ogni uomo” che si è svolto a Torino l’11/12/98. Quella che pubblichiamo è solo la prima parte.

Chi è Don Sergio Messina? Intervista (click!)

http://www.accoglienza.it/intervista.html

 

 

Perché temiamo ciò che non conosciamo?

Temere la morte non è che credere di essere saggi senza esserlo, di sapere ciò che non si sa. Infatti, nessuno sa che cosa sia la morte, se per l’uomo il più grande dei beni, eppure tutti la temono come se fossero sicuri che essa è il più grande dei mali. E non è forse la più riprovevole ignoranza, questa, di credere di sapere ciò che non si sa. E in questo, forse, ateniesi, io mi sento diverso dagli altri; e se dovessi credere di essere più sapiente di qualche altro sarebbe per il fatto che, non conoscendo nulla dell’aldilà, non presumo di saperlo. (1)

Perché temiamo ciò che non conosciamo? Mi faccio tante volte questa domanda girando tra i letti d’ospedale dove da diciotto anni passo la maggior parte del mio tempo. Spesso incontro persone che non hanno paura di parlare dell’aldilà perché hanno letto dei libri e si sono fatti una cultura che li aiuta ad affrontare queste realtà ultime con un certo distacco. E così sento esprimere sensazioni provate a leggere certe riviste specializzate oppure seguo le divagazioni di chi, parlando di queste cose, fa uno zibaldone di ricordi familiari legati a riti o credenze religiose, di spezzoni di film sui fantasmi o sugli zombi e di goliardici racconti di interrogazioni sui miti dell’Antico Egitto o sulla Divina Commedia.
Soprattutto però mi pare di captare quasi sempre una richiesta implicita. “Va bene – mi sembra che dicano i miei interlocutori – giochiamo pure a parlare del dopo, tanto tutte le opinioni sono ‘vere’, come lo è altrettanto il loro contrario. Ma per favore, non tocchiamo l’argomento morte”.
Oggi siamo qui invece per toccare questo argomento che noi, come i contemporanei di Socrate, “per riprovevole ignoranza, pensiamo di sapere”.
Pensiamo di conoscerlo, di tenerlo in pugno, ma in realtà lo aborriamo, non vogliamo sentirne parlare e di fatto lo etichettiamo, lo banalizziamo, lo svuotiamo del suo profondo significato. Non conoscendolo, diamo per scontato che “sia il più grande dei mali” e così togliamo alla nostra vita una delle sue esperienze fondamentali, cioè lo espropriamo alla nostra vita.
Sarebbe vita la nostra se ci espropriassero la libertà, la possibilità di autonomia, il bisogno di dare e ricevere affetto? Non sarebbero criminali coloro che ci impedissero di esercitare queste nostre “esperienze umane fondamentali”, solo perché sono dolorose e difficili?
Allora perché fin da piccoli non veniamo messi nell’occasione di “conoscere questa esperienza vitale” e chi ci educa dà per scontato che è certamente meglio lasciare al silenzio e al destino l’incontro con la morte e i morenti?
Attorno a me vedo tanto interesse per ciò che va al di là della nostra comprensione e di cui possiamo solo tacere. Tanto interesse per parole vuote e alienanti. Mi pare davvero perdita di tempo approfondire questioni che sono sottratte alla nostra reale possibilità di comprendere, di possedere pienamente, essendo per loro natura inesprimibili. Mentre il tempo guadagnato è il tempo dato a guardare in faccia la realtà e soprattutto il tempo dato a fare chiarezza dentro di sé per scandagliare e interrogarsi. Per confrontare i diversi modi di agire che la antropologia ci permette di conoscere e per utilizzare le esperienze di vita di chi ci ha preceduto per affrontare con successo le situazioni difficili dell’oggi.
Non è alienazione preoccuparsi di cosa faremo nell’aldilà, mentre così poco interesse viene dato ad accompagnare chi, nell’al di qua, sta progettando un viaggio (cioè il proprio morire) senza bussola e senza “nutrimento”?

Tragicità e assurdità

Faccio una premessa doverosa e indispensabile. La realtà del morire resta e resterà sempre realtà che mette a nudo i nodi irrisolti della nostra vita. Questo, a mio parere, è la sua tragicità e la sua assurdità.
Una tragicità che nasce dal fatto che esplodono tutte insieme le contraddizioni che non si sono volute risolvere nella propria esistenza. O non si è potuto, per educazione familiare e religiosa, ad esempio. O per troppa paura, per limiti caratteriali.
Se infatti non si è stati capaci di metabolizzare correttamente i segni della vita, che sempre ci parlano di inizio e di termine, di crescita e di perdita, di nascita e di morte, diventa certamente tragico affrontare in modo affrettato e sofferto tutta una serie di problematiche che si sarebbero dovute interpretare a tempo debito, confrontandosi, ad esempio, con il pensiero e la prassi di qualche ‘maestro’ del morire oppure impegnandosi a individuare per tempo, quando il morire sembra ancora tanto lontano, compagni di strada che siano per noi sostegno sincero e solido e non ci lascino soli al nostro destino.
Se non siamo mai riusciti a passare serenamente del tempo accanto a un morente, se non abbiamo mai veramente accompagnato chi lascia la vita e non abbiamo mai voluto pensare all’importanza e al dovere di instaurare con lui comunicazioni fondate sulla sincerità, ‘penseremo’ inevitabilmente al nostro morire come a una lunga serie di mesi di tragedia, ritmati dalla sofferenza e dalla solitudine, dall’angoscia e dalla incomunicabilità.
E la paura inquinerà la nostra vita perché tenteremo sempre di rimuovere questo pensiero. E non è già una tragedia questo? Quando poi verrà il momento di vivere ciò che per tanto tempo abbiamo paventato, come farà a non esplodere l’angoscia? Perché dovremo dare risposta adeguata a domande che abbiamo accantonato, a problemi che ora dobbiamo guardare in faccia, dobbiamo gestire. E coi quali dobbiamo necessariamente imparare a convivere. Forse viviamo nella speranza o pretendiamo che alla fine arrivi un deus ex machina che ci tolga il fardello del morire. Ma ciò significa comportarsi da irresponsabili. Una irresponsabilità che coltiva tragedie e sfocia in tragedie.

Una assurdità perché il peso da portare alla fine della vita è certamente eccessivo. Pensiamo alla sofferenza che non sempre riesce a tenere sotto controllo e che soprattutto in Italia non viene combattuta dalla classe medica con tutte le risorse disponibili. Pensiamo al disfacimento di tutta una serie di realtà che fanno perdere al morente, a volte in brevissimo tempo, ruoli e identità lentamente costruite nel tempo. Pensiamo alla delega quasi sempre totale che colui che si sente morire deve dare a apparati sanitari, familiari, istituzionali, religiosi che spesso non brillano per ‘scienza e coscienza’. Gli ‘apparati’ tendono a nascondere le problematiche legate alla fine della vita e si adeguano facilmente al ruolo di spettatori dell’evento-morte e del resto l’amore dei parenti, la competenza degli operatori, l’impegno dei volontari, la disponibilità dei religiosi di fatto risponde spesso in modo assai poco adeguato ai reali bisogni dei morenti. Forse perché non si può dare ciò che non si è o che non si è riusciti a diventare. Chi non ha fatto i conti con il proprio vivere a termine, chi ha omesso di rispondere alle domande che l’ineluttabilità della morte pone, chi ha tralasciato di dare tempo alla riflessione, al dibattito su questi argomenti non può che ritrarsi spaventato davanti al pensiero della morte e davanti al morire concreto di un uomo, perché sarà uno sperare ancora una volta di essere esonerato dal cominciare a vivere il proprio morire. E tutto questo da una parte rende assurdo il vivere che è continua apprensione per la catastrofe che può accadere travolgendoci improvvisamente e lasciandoci in balia del nostro nulla e delle nostre paure irrisolte e dall’altra renderà ai morenti ancora più assurda l’esperienza che stanno vivendo nella solitudine e nell’abbandono.


Il Paese delle Lacrime è così misterioso (Saint-Exupery)

Saint-Exupery esprime la difficoltà che il Piccolo Principe ha nell’entrare nel Paese delle Lacrime “Non sapevo bene cosa dirgli. Mi sentivo maldestro. Non sapevo come toccarlo, come raggiungerlo” (2). Sì, il Paese delle Lacrime è dolorosamente misterioso perché mette a nudo chi siamo e dove andiamo con realistica brutalità. Che infrange in mille pezzi il nostro narcisismo e la nostra presunzione. Che radica il nostro esistere nell’impotenza e nella vanità, secondo la felice espressione del Qoelet (3).
Nessuno questo lo dimentica. Il morire sarà sempre accompagnato dallo strappo degli affetti, dei progetti e delle speranze. Sarà sempre doloroso, sempre alternativo alla nostra mania di onnipotenza che non vorrebbe mai lasciare ciò su cui abbiamo costruito la nostra storia personale e relazionale, ciò che abbiamo conquistato, ciò per cui abbiamo faticato. Sarà sempre rompere tutta una serie di legami che noi abbiamo annodato con persone e con cose, con avvenimenti storici e costruzioni mentali che se da una parte ci hanno immerso e legato alla vita dall’altra ci hanno ‘assicurato’ contro la paura del ‘nulla eterno’ e hanno rimandato
al ‘poi’ una presa di coscienza della realtà del nostro ‘limite’. Il Paese delle Lacrime è misterioso, ma misterioso non significa impenetrabile, né inaccessibile.

Una Storia vera

E’ il 27 gennaio di quest’anno. C’è un signore che mi cerca in portineria. Ha letto il mio libro e ha pensato di contattarmi per narrarmi una storia, una esperienza di vita, un cammino che lo ha portato, dopo una lunga e faticosa escursione, alla cime di una montagna sacra dove ha esperimentato la gioia di toccare l’infinito. Lo ascolto con attenzione. Mi narra di un padre e di una madre morti di cancro, accompagnati nella loro malattia dall’affetto sincero dei figli.
Ricordi segnati dalla certezza di aver seguito con tenera attenzione i genitori morenti, ma anche nel dispiacere di non essere riusciti a trovare nel proprio cuore la forza di riempire di verità i giorni dolorosi e unici del distacco annunciato. Una amarezza che però si tramuta, dopo la morte dei genitori, in un impegno fecondo preso con la sorella più grande di dirsi la verità, nel caso un tumore avesse albergato in futuro nella loro vita.
Dopo quattordici anni l’ospite temuto si presenta e si insedia nell’esistenza della sorella, invitandola alla danza di coloro che ballano nella verità. E allora l’impegno preso anni prima diventa per questo uomo certezza morale di dover abbracciare con sincerità la sorella sussurrando parole non vuote, né mistificatorie. Parole che aiutano l’ammalata a dare un nome preciso a quei dolori, a quei farmaci, a quei silenzi imbarazzati. Parole dure, ma che trasformano i tre mesi della malattia. Essi diventano… giorni riempiti di tutto ciò che è autentico, è vivo, è spirituale. E ora i ricordi di quei tre mesi sono rievocati come segni, come impronte dello Spirito che riesce a scaldare la vita anche nei giorni più gelidi perché la comunicazione sincera è figlia di Dio ed è veicolo del Suo calore d’amore.
A settembre una ecografia rivela che un rene di quest’uomo è invaso dalla stessa malattia. Il tecnico che esegue l’esame se ne rende conto, ma non sa come dirglielo. Tergiversa e non trova nulla di meglio che domandargli a più riprese se ha dei parenti. Lui capisce che la domanda è una implicita richiesta da parte del tecnico di permettergli di giocare con la verità e di affidarla caso mai, solo ai consanguinei. Lui si sente condannato a morte, ma non solo dalla malattia. E decide di non fare lo spettatore. Insiste subito che il giudice gli legga la sentenza e vuole conoscere tutti i dettagli, i passi, le eventualità che lo attendono prima della sua esecuzione. Oggi vuole ascoltare il giudice con lo stesso sofferto coraggio con cui domani guarderà in faccia il carnefice.
Viene operato. L’operazione sembra tramutare la condanna a morte in una condanna all’ergastolo. Domani forse verrà la grazia, più bella perché non attesa.
Sente in questi giorni la necessità di parlare con qualcuno che capisca la sua ricerca, che incoraggi la sua sete di sincerità, che sostenga il suo passo su questo sentiero così poco battuto.
“Mi sento – dice – come un giocatore di calcio che ha visto l’arbitro estrarre il cartellino e ha subito pensato che fosse un cartellino rosso. Era invece un cartellino giallo. Ho ancora un po’ da giocare, ma ho preso coscienza che basta una minima infrazione e… non sarò più della partita.” Salutandolo e ringraziandolo ho pensato che quest’uomo aveva già vinto la sua partita, perché la morte per lui era diventata solo un avversario con cui giocare nel bellissimo gioco della vita.

Il principio di autonomia

Tutti i discorsi che a mio parere, vengono fatti in questo convegno hanno senso solo se noi crediamo al dovere di vivere il nostro morire. Solo se noi consideriamo il nostro morire un bene intangibile e indisponibile. Un bene cioè che cade sotto il principio fondamentale dell’etica: quello dell’autonomia. Compete essenzialmente a noi la piena e completa decisione su come gestire questa fase della vita. Qualsiasi atteggiamento noi ci proponiamo di tenere al termine dell’esistenza deve essere da noi scelto per tempo e deve essere da noi per tempo comunicato a coloro che noi pensiamo capaci di sostenerci nel nostro ‘morire’ e disponibili a ‘comprendere’, a prendere con sé il fardello di accompagnarci fino alla fine. Dobbiamo rassicurarci: non porta male. Serve solo a non essere poi trattati male da coloro che altrimenti vivranno con noi questa esperienza così dolorosa senza punti di riferimento e con poche possibilità di rompere il muro di impenetrabilità che l’angoscia di morte quasi inevitabilmente pone tra viventi e morenti. Non possiamo sperare che le cose prendano da sole una piega favorevole. Non possiamo comportarci da vili. Perché “fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza” (4)
Una virtù e una conoscenza che non può esimerci dal guardare in faccia la propria morte e decidere con quali interlocutori appropriati comunicare e con quali accompagnatori qualificati percorrere questo segmento di esistenza. Qui per me sta la soluzione al nodo più angoscioso, ma anche più nostro della vita. Il primo che deve salvaguardare il principio di autonomia sono io per me. Perché se non lo faccio io, nessuno può a me sostituirsi.
Nella fase terminale basterebbe che ciascuno si impegnasse a essere se stesso e a non delegare a nessuno la propria autonomia per ridimensionare, almeno in parte, tutto un carico di incomprensioni, di sofferenze, di solitudini. Basterebbe assumersi l’impegno di non lasciare alla casualità o al destino questo ‘suo pezzo’ di vita così importante.
Per vivere il proprio morire però è necessario credere. Perché credere significa fare chiarezza dentro di sé in modo che ciò che deciderò di compiere diventi veramente ‘mio’, frutto di una riflessione in cui io ho messo in discussione valori e comportamenti. Credere vuol dire scegliere su cosa giocare il vivere e il morire non accettando interferenze esterne e neppure dando deleghe in bianco ad altri. Credere comporta dare tempo alla riflessione, allo studio, all’analisi dei condizionamenti che hanno segnato il nostro percorso formativo e poi imboccare la propria strada senza tentennamenti. Autonomamente senza rancori, senza rimpianti, senza rimorsi. Non perché si è convinti di essere sempre nel giusto tout-court, ma perché ogni scelta fatta con coscienza da me è mia e nessuno mi può espropriare questo compito gravoso ed esaltante. Nessuno potrà mai decidere per noi, a meno che noi non abbiamo delegato coscientemente questa nostra prerogativa. Ma la delega l’ha data la nostra coscienza. Il che significa che siamo stati noi a decidere, cioè abbiamo salvaguardato il principio della autonomia.

Il principio di beneficialità

Nessuno può interferire, senza il nostro permesso, in questo nostro ambito, neanche in nome di una presunta beneficialità. Se il malato stesso non prende in mano il proprio morire correrà il rischio che il suo entourage si sostituirà a lui nelle decisioni che lo riguardano. Sembra infatti che tutti sappiano ciò che è bene per il malato. Sembra che non ci sia bisogno di dibattito etico su questa terra di nessuno, perché tutti paiono aver deciso per tempo quali sono i valori, le scelte da fare, gli atteggiamenti da tenere. Si dà per scontato che il silenzio del malato è la scelta di chi non vuole fare domande, che gli scatti d’ira sono dovuti solo al male fisico e che il non volersi più nutrire è solo causato dalla stanchezza o dalla poca volontà di collaborazione. La famiglia difficilmente ripensa in un’ottica di ascolto ai piccoli segnali inviati dal malato, né si sforza di immedesimarsi nello status di un morente.
Anzi ci si vanta di tenere tutto sotto controllo e di riuscire a interpretare sempre correttamente i bisogni del malato. E’ chiaro che se il morente per primo non ha mai espresso opinioni in proposito, significa implicitamente che ha delegato ad altri questo compito. Ma la delega deve essere chiara e precisa, oserei dire firmata e consacrata dalla presenza di testimoni. E non certamente in senso giuridico, ma etico. E’ il malato che deve esplicitare cosa lo aiuta a vivere in pienezza, cosa lo conforta, cosa lo assilla. E non è lecito a nessuno dettare legge o peggio dare interpretazioni personali sul senso che il malato ha voluto dare alla sua vita e sul valore delle sue scelte, indirizzandole magari verso mete consacrate dall’uso culturale o religioso. Le interpretazioni personali possono essere molto gratificanti per chi ne fa uso, ma sono certamente fuori dalla verità.
E poi non scegliere molte volte può significare lasciare tante cose incompiute, arruffate, confuse. Pensiamo, per esempio, alla mancanza dei testamenti scritti che chiudono le famiglie in spirali di odio e di ripicche per intere generazioni. Oppure ai sensi di colpa che devastano l’intimo di persone che, ancora a distanza di anni, si domandano che cosa sarebbe stato meglio fare. Perché la fase terminale è momento unico e occasione
irripetibile che non tornerà più, ‘talento’ da far fruttare se non si vuol vivere da “servo malvagio e infingardo”. (5)
Troppo spesso, mi pare, noi tendiamo a giustificare atteggiamenti presi dalle équipes mediche o dai parenti nei confronti dei morenti perché riconosciamo loro una certa buona fede o, tutt’al più, una mancanza di coraggio. La mia esperienza mi porta invece a riconoscere in questi atteggiamenti quasi sempre la paura che attanaglia malati e sani in una spirale di ‘morte’ che paralizza ogni moto di sincerità in nome di un presunto bene o beneficio dell’altro.
E’ il suo bene, si sente dire e tutti accorrono ad abbeverarsi a questo principio, a questa oasi che lenisce la sete di chi da tempo cammina in una landa assolata e desolata. Ma forse ci si potrebbe trovare in un’altra terra, magari rigogliosa e ricca di acque. Basterebbe forse essere riusciti a coinvolgere il malato, a interpretare le sue parole e i suoi silenzi, le sue bestemmie e le sue preghiere. Lo so che non è facile. Non per nulla ho definito “landa assolata e desolata” il tempo dell’accompagnamento dei morenti. Ma forse si possono ipotizzare altri percorsi, altri sussidi, altre comunicazioni.
E ancora una volta il responsabile principale di questa fase deve essere il malato, perché compete a lui, come dovere cui non può eticamente sottrarsi, chiedere rispetto per sé, per le sue paure e le sue speranze, le sue decisioni e le sue aspettative di vita. Ha ben sintetizzato questo pensiero la Kübler-Ross:
“Se quando vai a trovarlo, il paziente ti dice: ‘So di avere un cancro. Non uscirò mai più da questo ospedale’, allora tu lo sentirai, lo aiuterai, perché ti rende le cose facili. E’ lui a dare inizio alla comunicazione a dire pane al pane e vino al vino… I pazienti terminali che sanno parlare chiaro della loro malattia mortale sono quelli che hanno già superato la loro peggior paura, la paura della morte. In realtà sono loro che aiutano te, non il contrario. Sono loro i tuoi terapeuti, sono loro che ti fanno un regalo”. (6)
Non è facile guardare in faccia la propria morte. Forse molti non ci riusciranno mai perché non è proprio facile improvvisare al termine della vita atteggiamenti e comportamenti. Ma non possiamo dare per scontato che di questa fase della vita nessuno sia veramente e assolutamente responsabile. Da sempre è stato individuato l’attore principale che può dare senso e significato al lasciare la vita: è il malato che non deve svendere, almeno alla fine, il suo essere persona. Deve decidere, appena ne prende coscienza, e impegnarsi a salvaguardare la capacità di riflettere su se stesso e sul proprio agire, di prendere decisioni autonome e libere, di inventare come essere e come agire nella fase terminale della vita senza aspettarsi dagli altri niente altro che essere ascoltato, accompagnato, supportato, per tutto ciò che è il suo benessere.
Ogni persona, per quanto condizionata da un programma biologico e culturale, infatti ha sempre la possibilità di scegliere, almeno parzialmente ed ha sempre una libertà interiore che lo porta a pronunciare sì o no, a progettare, a decidere autonomamente cosa è giusto e cosa è sbagliato. Perché è l’unica creatura che fa etica.
Fare etica, giocarsi la vita sulla salvaguardia di ciò che abbiamo di più intimo e invendibile: la nostra coscienza. Sensibilizzarsi per tempo per sapere affrontare con umiltà e determinazione la sfida centrale della nostra esistenza. Illuminarsi la strada per decidersi e sapere dove andare, equipaggiarsi per evitare sorprese e proporsi un progetto di vita che valorizzi e giustifichi, definisca i confini e gli orizzonti dei valori e dei comportamenti che identificheranno autonomamente il nostro morire.
Fare etica per non lasciarsi irretire dai falsi profeti che senza chiederci il permesso, si introducono nella nostra visione della vita e della morte per irridere la verità, preoccupati come sono solo delle loro paure. Persino con Francesco d’Assisi, alla fine della vita, per il suo bene, hanno tentato di barare.
“In questi giorni un medico di Arezzo, di nome Bongiovanni, molto amico di Francesco, venne a visitarlo nel palazzo vescovile di Assisi. Il santo lo interrogò. ‘Che ti sembra Benvegnate, della mia idropsia?’ Il medico rispose: ‘Fratello,con l’aiuto del Signore starai meglio’. Francesco insistette: ‘Dimmi la verità. Qual è il tuo parere? Non aver paura a dirmelo, poiché con la grazia di Dio non sono un pusillanime che teme la morte; per dono dello Spirito Santo sono così unito al mio Signore da essere ugualmente felice sia di vivere che di morire’.
Allora Bongiovanni parlò senza reticenze: ‘Padre, secondo la nostra scienza la tua malattia è evidentemente incurabile. Penso che per la fine di settembre o ai primi di ottobre tu morirai’.
Allora Francesco, steso sul letto, levò le mani verso il Signore con grande fervore e riconoscenza e pieno di gioia d’anima e corpo esclamò: ‘Sii la benvenuta, sorella mia Morte'”.(7)

La morte non vuole gli stupidi (Cecov)

Un detto sufi che mi è molto caro afferma: “La cosa di cui parliamo non si potrà mai trovare cercandola, eppure, solo coloro che la cercano la trovano”. Un detto che esprime la inadeguatezza di tutti i nostri strumenti per infrangere il velo dell’impenetrabile, ma nello stesso tempo lo stimolo a rendere carne e sangue, cioè vivibile, ciò che in ogni caso ci appartiene.
Sì, la morte ci appartiene, come ci appartiene il morire. La morte è vivibile come è vivibile l’accompagnamento al morire dei nostri cari. Basta, l’ho scritto sul manifesto del progetto hospice della nostra associazione, “rompere lo schema che accomuna fase terminale con incomunicabilità e con insincerità e che squalifica a priori tentativi nuovi di rendere tutti più consapevoli e coinvolti nell’accompagnamento dei morenti”.
Dobbiamo guardare in faccia la morte, perché essa è parte integrante della vita come la libertà, la sessualità e la ricerca sincera e appassionata di conoscere il volto autentico di Dio. Per fare questo occorre smantellare ciò che ci ingabbia in nome del “si è sempre fatto così” o del “è impossibile” e riuscire così a esprimere le nostre più recondite aspirazioni. Dipende da noi e da quando margine di manovra riusciamo a ritagliarci per vivere appieno e per fare del nostro morire uno strumento essenziale del nostro vivere. Forse dovremmo cominciare a pensare che nei primissimi anni di vita la famiglia, la società e la religione ci passano le loro paure, le loro zone tabù, le loro opzioni che così poco si sposano con la razionalità e la ricerca della verità. E forse allora la nostra vera vita inizia quando cominciamo con coraggio a liberarci di questi fardelli che paralizzano il nostro lento aprirci alla realtà di un’esistenza che è avventura, ricerca e ritrovamento di tesori nascosti per acquistare i quali vale la spesa vendere tutto.
Sarà per questo che Cecov ha scritto che “la morte non vuole gli stupidi”. Perché chi rinnega la propria morte vive stupidamente, impoverendo giorno per giorno la sua esistenza. E’ stato saggio invece Socrate che di fronte alla sua ingiusta condanna a morte non esprime rancore, ma richiama tutti, anche i suoi stessi carnefici, al dovere di vivere sempre in pienezza. Cioè a guardare in faccia, con atteggiamento etico, la vita e la morte:
“Vi voglio pregare di una cosa: quando i miei figli saranno cresciuti, puniteli, cittadini, stategli dietro come facevo con voi, se vedrete che si preoccupano più delle ricchezze o degli altri beni materiali che delle virtù e se si crederanno di valere qualcosa senza valere poi nulla, rimproverateli, come io rimproveravo voi, per ciò che non curano e che, invece, dovrebbero curare, se credono di essere ‘grandi uomini’ e poi non sono niente. Se farete questo, io e i miei figli avremo avuto da voi ciò che è giusto. Ma è giunta, ormai, l’ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa tranne dio”. (8)

1) Platone, Apologia di Socrate, Garzanti Milano, 1993, pp. 23-24
2) Sain Exupery, Il piccolo principe, Bompiani
3) Qoelet 1,1
4) Dante, La Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI
5) Mt, 5, 14
6) Kübler-Ross, La morte è di vitale importanza, Armenia 1997, p.26
7) Fonti Francescane, Editrici francescane 1987, p.1437
8) Platone, op. cit., p.25

 

Edda CattaniEsiste la morte?
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La Vergine di Guadalupe

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Il Papa in Messico alla Vergine di Guadalupe

Ricordando la visita del 2016

 

Con gli oltre venti milioni di pellegrini che lo visitano ogni anno, il santuario di Nostra Signora di Guadalupe, in Messico, è il più frequentato e amato di tutto il Centro e Sud America. Sono pellegrini di ogni razza e d’ogni condizione – uomini, donne, bambini, giovani e anziani – che vi giungono dalle zone limitrofe alla capitale o dai centri più lontani, a piedi o in bicicletta, dopo ore o, più spesso, giorni di cammino e di preghiera.
L’apparizione, nel XVI° secolo, della “Virgen Morena” all’indio Juan Diego e’ un evento che ha lasciato un solco profondo nella religiosità e nella cultura messicana. La basilica ove attualmente si conserva l’immagine miracolosa e’ stata inaugurata nel 1976. Tre anni dopo e’ stata visitata dal papa Giovanni Paolo II, che dal balcone della facciata su cui sono scritte in caratteri d’oro le parole della Madonna a Juan Diego: “No estoy yo aqui que soy tu Madre?”, ha salutato le molte migliaia di messicani confluiti al Tepeyac; nello stesso luogo, nel 1990, ha proclamato beato il veggente Juan Diego, che è stato infine dichiarato santo nel 2002.
Che cosa era accaduto in quel lontano secolo XVI° in Messico? Con lo sbarco degli spagnoli nelle terre del continente latino-americano aveva avuto inizio la lunga agonia di un popolo che aveva raggiunto un altissimo grado di progresso sociale e religioso. Il 13 agosto 1521 aveva segnato il tramonto di questa civiltà, quando Tenochtitlan, la superba capitale del mondo atzeco, fu saccheggiata e distrutta. L’immane tragedia che ha accompagnato la conquista del Messico da parte degli spagnoli, sancisce per un verso la completa caduta del regno degli aztechi e per l’altro l’affacciarsi di una nuova cultura e civiltà originata dalla mescolanza tra vincitori e vinti. E’ in questo contesto che, dieci anni dopo, va collocata l’apparizione della Madonna a un povero indio di nome Juan Diego, nei pressi di Città del Messico. La mattina del 9 dicembre 1531, mentre sta attraversando la collina del Tepeyac per raggiungere la città, l’indio e’ attratto da un canto armonioso di uccelli e dalla visione dolcissima di una Donna che lo chiama per nome con tenerezza. La Signora gli dice di essere “la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico Dio” e gli ordina di recarsi dal vescovo a riferirgli che desidera le si eriga un tempio ai piedi del colle. Juan Diego corre subito dal vescovo, ma non viene creduto.
Tornando a casa la sera, incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. La Vergine gli ordina di tornare il giorno seguente dal vescovo, che, dopo avergli rivolto molte domande sul luogo e sulle circostanze dell’apparizione, gli chiede un segno. La Vergine promette di darglielo l’indomani. Ma il giorno seguente Juan Diego non può tornare: un suo zio, Juan Bernardino, è gravemente ammalato e lui viene inviato di buon mattino a Tlatelolco a cercare un sacerdote che confessi il moribondo; giunto in vista del Tepeyac decide perciò di cambiare strada per evitare l’incontro con la Signora. Ma la Signora è là, davanti a lui, e gli domanda il perchè di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e le chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo, a causa della malattia mortale dello zio. La Signora lo rassicura, suo zio è già guarito, e lo invita a salire sulla sommità del colle per cogliervi i fiori. Juan Diego sale e con grande meraviglia trova sulla cima del colle dei bellissimi “fiori di Castiglia”: è il 12 dicembre, il solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano allora vigente, e né la stagione né il luogo, una desolata pietraia, sono adatti alla crescita di fiori del genere. Juan Diego ne raccoglie un mazzo che porta alla Vergine, la quale però gli ordina di presentarli al vescovo come prova della verità delle apparizioni. Juan Diego ubbidisce e giunto al cospetto del presule, apre il suo mantello e all’istante sulla tilma si imprime e rende manifesta alla vista di tutti l’immagine della S. Vergine. Di fronte a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti. La mattina dopo Juan Diego accompagna il presule al Tepeyac per indicargli il luogo in cui la Madonna ha chiesto le sia innalzato un tempio. Nel frattempo l’immagine, collocata nella cattedrale, diventa presto oggetto di una devozione popolare che si è conservata ininterrotta fino ai nostri giorni. La Dolce Signora che si manifestò sul Tepeyac non vi apparve come una straniera. Ella infatti si presenta come una meticcia o morenita, indossa una tunica con dei fiocchi neri all’altezza del ventre, che nella cultura india denotavano le donne incinte. E’ una Madonna dal volto nobile, di colore bruno, mani giunte, vestito roseo, bordato di fiori. Un manto azzurro mare, trapuntato di stelle dorate, copre il suo capo e le scende fino ai piedi, che poggiano sulla luna. Alle sue spalle il sole risplende sul fondo con i suoi cento raggi. L’attenzione si concentra tutta sulla straordinaria e bellissima icona guadalupana, rimasta inspiegabilmente intatta nonostante il trascorrere dei secoli: questa immagine, che non è una pittura, né un disegno, né è fatta da mani umane, suscita la devozione dei fedeli di ogni parte del mondo e pone non pochi interrogativi alla scienza, un po’ come succede ormai da anni col mistero della Sacra Sindone.
La scoperta più sconvolgente al riguardo è quella fatta, con l’ausilio di sofisticate apparecchiature elettroniche, da una commissione di scienziati, che ha evidenziato la presenza di un gruppo di 13 persone riflesse nelle pupille della S. Vergine: sarebbero lo stesso Juan Diego, con il vescovo e altri ignoti personaggi, presenti quel giorno al prodigioso evento in casa del presule. Un vero rompicapo per gli studiosi, un fenomeno scientificamente inspiegabile, che rivela l’origine miracolosa dell’immagine e comunica al mondo intero un grande messaggio di speranza. Nostra Signora di Guadalupe, che appare a Juan Diego in piedi, vestita di sole, non solo gli annuncia che è nostra madre spirituale, ma lo invita – come invita ciascuno di noi – ad aprire il proprio cuore all’opera di Cristo che ci ama e ci salva. Meditare oggi sull’evento guadalupano, un caso di “inculturazione” miracolosa, significa porsi alla scuola di Maria, maestra di umanità e di fede, annunciatrice e serva della Parola, che deve risplendere in tutto il suo fulgore, come l’immagine misteriosa sulla tilma del veggente messicano, che la Chiesa ha recentemente proclamato santo.

Autore: Maria Di Lorenzo

 

Edda CattaniLa Vergine di Guadalupe
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Il silenzio e la misericordia

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Il “silenzio” e la “misericordia”

  

Mi sono trovata, anche in questi giorni, a vivere momenti di sconforto, di solitudine e l’ho comunicato a P.Alberto Maggi, il teologo servita che seguo da tempo… Ne ho ricevuto questa risposta: 

 

“Carissima Edda, nei vangeli Gesù non è presentato come una vittima sacrificale, ma come il campione dell’amore! La croce nelle sue mani da patibolo si trasforma in trofeo, lui è sempre vincitore, sempre, perché ama! Per questo poco prima di essere arrestato e assassinato dirà: Coraggio, Io ho vinto il mondo Non è una promessa per il futuro (vincerò), ma una constatazione: chi ama vince sulla morte, la verità sulla menzogna, e la luce sulle tenebre… e questo ci incoraggia! Buona domenica!”

 

 

 

Ho pensato allora, proprio in questi giorni, di ritornare sulle mie valutazioni, di rivedere cammini intrapresi, messaggi condivisi… intorno a questa riflessione intorno al dolore, alla sofferenza, alla  morte e sul  “trionfo” di Dio.

 

…Quante volte, come oggi, guardandoci intorno ci sentiamo Cristi crocifissi. Nella vita di ognuno di noi il dolore è presente. Ogni uomo ne è travolto, quotidianamente. Se è poi “una brava persona”, si dice… tocca ai più fragili, ai più buoni, ai più bravi…di più.

 

Difficile parlarne perché il dolore, sempre evitato, nascosto, perso nell’oblio delle vite private, apre tutti i telegiornali, diventa dibattito pubblico, opinione politica, guerra di parole.

 

Difficile perché il dolore, sempre osceno, sempre impudico, sempre guardato da lontano, con timore e ansia, ci viene sbattuto in faccia per obbligare a schierarci.

 

La morte improvvisa di uno sposo, la malattia di un bambino, il lutto che decima una famiglia, sono esperienze che, quando bussano alla porta, sminuzzano la fede con una lametta, facendola sanguinare e, spesso, spegnendola.

 

Certo, soffriamo, come gli alberi che perdono le foglie, come gli stambecchi che sentono la morte avvicinarsi, come il ciclo delle stagioni; siamo animali, perché dovremmo essere esenti dall’universale legge del cambiamento che regola l’Universo?

 

Eppure l’uomo è l’unico essere vivente che si pone domande sulla sua vita, sul suo camminare a vuoto (e sulla sua morte) anche se certe risposte ci lasciano, poi, ancora più perplessi.

 

I ragionamenti  che maldestramente tentiamo di opporre al non-senso del dolore rischiano di essere esercizi vuoti di retorica e di pietismo, e io non sono l’avvocato difensore di Dio, non so dare risposte, diffido di chi me le vuole rifilare, di chi usa la verità assoluta come si inzuppa il biscotto nel caffè-latte…

 

Non abbiamo bisogno di risposte, se Dio venisse e facesse una conferenza stampa in cui spiegasse la ragione della sofferenza, non avrei, comunque, nessuna soddisfazione.

 

Le parole diventano vuote, il volto di Dio offuscato, le gestualità prive di significato e di forza consolatrice.

 

Si può riflettere: “E tu Dio dov’eri? Che Dio sei Tu? Come posso credere in un Dio buono…come posso pregarlo?”

E’inutile che tergiversiamo, senza cercare una soluzione. I nostri percorsi divengono gli  interrogativi di tutti; questi sono problemi che riguardano gli uomini tutti; problemi  su cui è necessario riflettere per prendere in esame quello che è il “nostro” particolare problema. Non serve fare come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere e per non sentire più nulla e nessuno, se vogliamo venirne fuori, se vogliamo sopravvivere.

 

 Il fatto è, nella nostra condizione, nel nostro turbamento, in prossimità della lacerazione di un rapporto, di un evento luttuoso, di una grave perdita, vorremmo capire e non capiamo più niente. Noi vorremmo capire da che parte stare, vorremmo capire dove sia la causa di tutto ciò, di chi è la ragione e di chi il torto. Se per tutto si riconosce una causa, se si va alla ricerca di un colpevole nelle situazioni della vita e sono ricercati i responsabili del bene e del male perché essere diversi?

 

Di una cosa, comunque, siamo certi e per questo basta guardarci intorno: non c’è limite alla miseria e alla sofferenza umana. Quando si pensa di non poterne più e di avere pagato il pedaggio, si ricomincia da capo.

 

Non è necessario pensare alla storia degli uomini e agli stermini, alle guerre, alle pestilenze e ancora ai bambini innocenti stuprati, dilaniati dalle bombe e alle madri senza latte da dare ai piccoli e alla  miseria dei ghetti delle grandi città industrializzate.

 

E’ notizia di tutti i giorni e alcune storie rischiano di scorrerci davanti senza che ce ne accorgiamo. Ma nell’era dell’esplosione mediatica e dello tsunami delle informazioni, cose come distrazione, ignoranza o indifferenza diventano scelte pregne di responsabilità. Perché oggi nessuno può più dire “io non c’entro, non sapevo” e illudersi di essere innocente.

 

Le espulsioni dei migranti dalla Libia verso il deserto del Tenerè in Niger, le morti in mare dei migranti (giovani spose, bambini, vecchi alla ricerca di un pezzo di pane in una terra libera non ci possono lasciare indifferenti e mi chiedo: “A sud di Lampedusa cosa è cambiato nella vita di tante genti?”

 

Morte, distruzione, violenza sugli innocenti… assassinii impetosi… alcuni non rilevabili all’occhio umano, come quelli dell’anima soffocata, oppressa…

 

Se voglio trovare una risposta al mio desiderio di chiarezza, debbo continuare il mio monologo con Dio ed andare alla ricerca delle parole che Egli ha impresso, a lettere di fuoco, nella Rivelazione. La Sua Parola rispecchia il cammino dell’umanità e, la storia dei profeti, non è certo esente da tutta una serie di  imprecazioni sul senso della sofferenza e sull’impassibilità di Dio. Ricordiamo Geremia, Tobia, Giobbe… e perché no?  …. anche il ritorno dopo gli errori, come Davide, il salmista di Dio.

 

E la risposta di Dio è sempre sconcertante. Alle domande di ogni uomo c’è un richiamo rivolto a chi, anziché rinnovare la speranza, sceglie la via del tribunale al quale l’abbiamo invitato a presentarsi. E’ una risposta anche a noi, quando poniamo il problema della giustizia, intendendolo alla maniera umana; quella che non perdona, che si basa su una corrispondenza fra colpa e castigo, che usa la forza e la violenza, che non si lascia commuovere.

 

 Ma il Dio che io non posso bestemmiare è un Padre che si incarna in Gesù Cristo; è  “il nostro Padre celeste che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti”(Mt 5,45) La Sua giustizia è diversa dalla nostra ed il suo desiderio è che il mondo cambi strada e che la vita rappresenti per noi un dono di amore e non una maledizione dalla quale sfuggire.

Un Padre… ma Dio ci è Padre davvero? O questo termine è un fatto linguistico di sapore mieloso e lacrimevole? Perché allora io non ci sto più. E’ finito il tempo del collo torto, dei fioretti, delle pie, ripetitive devozioni, delle litanie mnemoniche.  Io sono cambiata… sono una donna adulta finalmente… Con fatica ho conquistato la mia autonomia da tutto e da tutti. Non posso essere schiava di pagliacciate impietose che mi lasciano l’amaro in bocca.

 

E’ indispensabile allora ridimensionare il discorso cristiano su Dio. Perché non mi salva più  quel costume di interpretazione della sofferenza che ha reso il cristianesimo insopportabile a molti.

 

Una simile interpretazione che spesso si è rifatta ai canti del servo sofferente nel libro di Isaia non corrisponde all’immagine che Gesù ci ha proposto attraverso la Sua grande disponibilità, il Suo grande amore verso il Padre, l’offerta di sé che costituiscono la salvezza degli uomini. Dio Padre, per puro amore ha progettato da sempre l’incarnazione del Figlio per assumere fino in fondo l’umana finitudine e trascenderla nella sua vita divina.

 

Dopo Gesù Cristo, il grande mistero non è più “perché il dolore”; l’immenso, meraviglioso mistero, da contemplare in commossa adorazione è come Dio abbia potuto amarci tanto da farsi uno di noi, da soffrire con noi, da morire con noi e per noi, per farci sentire Suoi figli.

 

Edda CattaniIl silenzio e la misericordia
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I figli: un dono!

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… e grazie a voi… grandi e piccoli… perché siete ancora vicino a me!

Questi regali valgono per sempre!

Dateci amore:

concepiteci per amore, chiamateci alla vita per il desiderio di esprimere la vita. Solo l’amore consente, infatti, di crescere provando l’amore per la vita, per gli altri, per gli animali, per il sapere, per le regole e il rispetto.

 

Dateci attenzione:

il vostro tempo e non le vostre ricchezze sono i beni più preziosi. La vostra presenza, la vostra cura: nessun regalo, per quanto prezioso, nessuna baby-sitter può sostituire il bene prezioso e unico della vostra presenza.

 

Rispettate i nostri tempi:

consentiteci di crescere rispettando i”nostri tempi”, senza forzarci, senza obbligarci a fare dei passaggi che non rispettano il nostro sviluppo psicofisico, la nostra competenza emotiva, il nostro cuore.

 

Rimanete al nostro fianco:

fateci sentire la vostra compagnia, il vostro sostegno, la vostra presenza nei passaggi della vita. Non negateci il vostro affetto e, anzi,fateci sentire che è incondizionato. Abbiamo bisogno di esplorare la vita e, inizialmente, dovete essere, qui, al nostro fianco.

 

Consentiteci di sbagliare:

senza giudicarci, senza dare voti, senza emettere sentenze, perché sbagliare fa parte dell’esperienza della vita.

 

Dateci la vostra guida:

se voi ci guidate lungo la strada della vita, vi seguiremo, faremo come voi, impareremo ad andare, ad affrontare le salite, le scalate, a evitare i burroni , a esplorare le grotte, a trovare i luoghi giusti dove riposare. Se voi ci guidate, impareremo a marciare e, nel tempo, diventeremo anche noi delle guide.

 

Dateci regole chiare:

e limiti ben precisi. Poche e chiare regole comprensibili alla mente e al cuore. Regole che aiutino a trovare la strada dei comportamenti sereni. Regole che voi stessi rispettate.

 

Siate affidabili:

non tradite mai le promesse che ci fate.

 

Mostrateci l’amore che provate:

mostrateci anche l’amore che provate per noi. Abbiamo bisogno di coccole. Perché come dice Arthur  Janov “le coccole fanno maturare il cervello”.

 

Date spazio alla gioia:

aprite il vostro cuore alla gioia, ricercatela e donatela a noi poiché è la gioia a illuminare la vita, a creare quelle preziose, psicologiche condizioni che consentono di affrontare le esperienze con la serena consapevolezza e la speranza di essere amati e di poter ricambiare il dono.

 

Sai da dove vieni?

… vicino all’acqua d’inverno

io e lei sollevammo un rosso fuoco

consumandoci le labbra

baciandoci l’anima,

gettando al fuoco tutto,

bruciandoci la vita.

Così venisti al mondo.

Ma lei per vedermi

e per vederti un giorno

attraversò i mari

ed io per abbracciare

il suo fianco sottile

tutta la terra percorsi,

con guerre e montagne,

con arene e spine.

Così venisti al mondo.

Da tanti luoghi vieni,

dall’acqua e dalla terra,

dal fuoco e dalla neve,

da così lungi cammini

verso noi due,

dall’amore che ci ha incatenati,

che vogliamo sapere

come sei, che ci dici,

perché tu sai di più

del mondo che ti demmo.

Come una gran tempesta

noi scuotemmo

l’albero della vita

fino alle più occulte

fibre delle radici

ed ora appari

cantando nel fogliame,

sul più alto ramo

che con te raggiungemmo.

 

Pablo Neruda

da “I versi del Capitano” di Pablo Nerud

Edda CattaniI figli: un dono!
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In grembo all’Immacolata

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8 dicembre – L’IMMACOLATA – Giorno speciale per me!

 

E’ passato tempo da quando ho postato questa pagina.

Oggi più che mai che Mentore ha raggiunto la Gerusalemme Celeste,

questa data rappresenta una tappa importante della mia vita.

Una cara amica ha voluto essermi vicina così:

 

 Un pensierino nel ricordo bello del tuo Mentore:

 

Ti amai…

Ti amai – anche se forse

…ancora non è spento

del tutto l’amore.

Ma se per te non è più tormento

voglio che nulla ti addolori.

Senza speranza, geloso,

ti ho amata nel silenzio e soffrivo,

teneramente ti ho amata

come – Dio voglia – un altro possa amarti.

(Aleksandr Puskin )

 

E ancora mi giunge “…prima di leggere la poesia che ti è pervenuta da un’amica, ti stavo per spedire questo “messaggio” sbocciato nel pomeriggio … non posso non leggere una consolante coincidenza nell’arrivo dei tuoi cari a te, in questa data così particolare…Ed è questo “mistero” che mi ha dato via libera a spedirtelo…” (Peter Versac)

 

Quanto e quale Amore, madre, mi viene da ogni dove!

Prendo i tuoi pensieri con le mie mani

e con gli occhi li conduco tra tempeste e smarrimento,

fino al porto del nostro abbraccio.

Tu non sei mai sola, ed io

continuo in questo andare che mi svela in pienezza

alla Vita che mi hai donato.

Tutto è bene mammina.

Ritrovo papà, ancor più attento di prima.

Ed è pace pensarti perché da te viene a noi la tua pace.

Sereno è il nostro stare, dove ogni confine non ha più cittadinanza.

E il limite fa solo parte del nostro sentire che vorrebbe abbracciare,

ora, l’Alfa e l’Omega.

Sentito, hai potuto perché tu diverso.

Il vostro Amore è qui, si chiama Andrea.

 

8 dicembre – Immacolata Concezione

 

 

 

 In grembo all’’Immacolata

Immagine di una santità di vita

 

 

 

Sono appena tornata dalla Messa ed è ancora l’Immacolata a segnare la mia vita. Ho pensato di riproporre questa pagina per testimoniare quanto sia stata importante questa ricorrenza per me, per la mia famiglia e per Andrea … tanto da posarne la statua vicino al suo ritratto nella cappella dove sono poste le sue spoglie terrene.

 

  

 

Era il 1961 ed io vivevo una delle più belle esperienze della mia vita: giovinetta con grandi ansie spirituali, mi beavo di quel conforto del cuore che mi faceva sentire completamente abbandonata nelle mani di Gesù e di Maria. Abitavo in un luogo capace di rispondere alle mie attese giacché si trattava di un convento dove venivano accolte, per una seria riflessione, giovani desiderose di incontrarsi con Dio. La sera, dopo le intense giornate lavorative, ci si recava, in assoluto silenzio, in fila, con il cero in mano ed un velo bianco in testa, lungo l’immenso corridoio, fino a raggiungere una grande statua della Madonna, illuminata da una corona di stelle e circondata, come in un giardino, da tante piante e fiori di ogni genere. Fra quei fiori deponevo il mio cuore in adorante visione di una realtà “altra” piena di amore, di dolci profumi, di musica, di bontà e di speranza. Un canto che veniva intonato e che mi affascinava era un inno noto alla liturgia, derivante da un Salmo: “Misericordias Domini in aeternum cantabo (canterò in eterno le Misericordie del Signore). Si terminava con il canto alla Madonna:

Immacolata, vergine bella

Di nostra vita, tu sei la stella;

tra le tempeste tu guidi il cuore

di chi  t’invoca, Madre d’amore…

    

 In quell’atmosfera surreale formulai le mie prime promesse, mai dimenticate ed un patto per la mia vita futura assunse la modalità dell’impegno che cercai di trasmettere sempre ai miei figli, quando diventai giovane madre. L’amore per la Vergine Immacolata assunse una dimensione magnifica ai miei occhi   “la purezza, la bellezza, il silenzio, la sacralità di una fanciulla…”

L’8 dicembre significò una data importante quando incontrai colui che, divenne mio marito, tanto che la ricordammo ogni anno come anniversario con Maria.

L’entusiasmo per la vita, vissuta come un dono fu poi veramente lo spirito con cui tutta l’esistenza del mio Andrea si dipanò: amore per i suoi simili, per la giustizia, per la bellezza in genere, per la musica, per le persone in difficoltà e per la preghiera. Era giovane soldato che mi diceva “Mamma non ti preoccupare, le dico ogni sera le mie preghierine” e quando venne a mancare, nel suo portafogli trovammo l’immaginetta consunta per l’uso, con la scritta “Signore Dio degli eserciti, guarda benigno a noi che abbiamo lasciato le nostre famiglie per servire l’Italia!”.

Un’immagine gualcita dell’Immacolata lo accompagnò nel suo passaggio… quando l’8 dicembre lo seguimmo nell’ultimo viaggio terreno.

 

 

 

La mia vita, dunque, è stata dedita all’ascolto, al lavoro, alla speranza in un Dio di Misericordia e all’amore per la Vergine Santissima, anche dopo l’evento che ha colpito la nostra famiglia. Poi l’incontro con il Movimento della Speranza e il desiderio di veder sorgere tante associazioni, compresa la nostra A.C.S.S.S. in grado di accogliere tanti disperati ed aiutarli a riconoscere nei disegni imperscrutabili del Signore un cammino da percorrere, non dimenticando che la vita è gioia, è un inno a quel Dio d’Amore e un abbandono alle braccia della Madre di tutte le Madri.

 

Questo lo spirito con il quale siamo nati… Nel grembo di Maria ci lasciamo andare con fiducia e a lei affidiamo i nostri Figli… Quale Madre più dolce, più tenera, ideale per conservarli e impegnarli fino al giorno in cui tutti saremo riuniti nel grande giardino della Gerusalemme Celeste!

 

  

 

 

 

  Un po’ di storia…

Il pronunciamento ufficiale sul dogma dell’Immacolata concezione arrivò l’8 dicembre 1854, con la costituzione apostolica «Ineffabilis Deus» di Pio IX, ma la festa era entrata nella Chiesa da tempo (nel 1661 Alessandro VII aveva inserito la festa nel calendario). Il legame tra i Pontefici e l’Immacolata nel tempo è andato via via rinforzandosi, anche grazie al tradizionale gesto di omaggio che ogni anno l’8 dicembre vede il Papa ai piedi della statua della Vergine in piazza di Spagna a Roma. L’effigie fu inaugurata e benedetta l’8 dicembre 1857 dallo stesso Pio IX; Pio XII avviò la tradizione di inviare dei fiori alla statua e Giovanni XXIII, invece, introdusse la consuetudine di recarsi di persona in piazza di Spagna. Il gesto verrà ripetuto oggi da Benedetto XVI alle 16.
Quella odierna, infine, è una festa particolare anche per Lourdes: l’11 febbraio 1858, infatti, alla sua prima apparizione la Vergine si presentò come l’«Immacolata Concezione», dando così particolare vigore alla diffusione del dogma proclamato quattro anni prima e della relativa festa.
 Matteo Liut

Edda CattaniIn grembo all’Immacolata
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I “messaggi” mariani

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I “messaggi” mariani

 

Quante volte ci siamo addentrati in questo delicato argomento… Eppure il nostro intervento non ha fermato il propagarsi di un certo fanatismo religioso che, al contrario di quanto viene riportato nei Vangeli, che descrivono Maria, come donna riservata, tenace e di capace di poche espressioni significative… la ritiene dispensatrice di lunghi messaggi, dettati ad improvvisati veggenti.

 

E’ con piacere che pubblichiamo per intero questa recensione fatta da “Asia News” su quanto Papa Francesco, dalla Città del VATICANO, ha dichiarato in merito!

Papa: la Madonna “non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni”.
Francesco durante la messa a Casa santa Marta parla dello spirito di curiosità “quando noi vogliamo impadronirci dei progetti di Dio, del futuro, delle cose; conoscere tutto, prendere in mano tutto…”. E’ uno spirito che genera confusione e ci allontana dallo Spirito della sapienza “che ci aiuta a giudicare, a prendere decisioni secondo il cuore di Dio. E questo spirito ci dà pace, sempre!”.

La Madonna è madre e ama tutti, “ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni”. Papa Francesco commenta  così lo “spirito di curiosità”, il volersi “impadronire dei progetti di Dio” invece di “camminare” nella sapienza dello Spirito Santo e che ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: “Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna”.

Dello spirito di curiosità che genera confusione e ci allontana dallo Spirito della sapienza il Papa ha parlato questa mattina commentando durante la messa celebrata a Casa santa Marta il passo del Libro della Sapienza, dove si descrive “lo stato d’animo dell’uomo e della donna spirituale”, del vero cristiano e della vera cristiana che vivono “nella sapienza dello Spirito Santo. E questa sapienza li porta avanti con questo spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile”. Come riferisce la Radio Vaticana, Francesco ha detto che “questo è camminare nella vita con questo spirito: lo spirito di Dio, che ci aiuta a giudicare, a prendere decisioni secondo il cuore di Dio. E questo spirito ci dà pace, sempre! E’ lo spirito di pace, lo spirito d’amore, lo spirito di fraternità. E la santità è proprio questo. Quello che Dio chiede ad Abramo – ‘Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile’ – è questo: questa pace. Andare sotto la mozione dello Spirito di Dio e di questa saggezza. E quell’uomo e quella donna che camminano così, si può dire che sono un uomo e una donna saggia. Un uomo saggio e una donna saggia, perché si muovono sotto la mozione della pazienza di Dio”.

Ma nel Vangelo “ci troviamo davanti ad un altro spirito, contrario a questo della sapienza di Dio: lo spirito di curiosità”. “E’ quando noi vogliamo impadronirci dei progetti di Dio, del futuro, delle cose; conoscere tutto, prendere in mano tutto… I farisei domandarono a Gesù: ‘Quando verrà il Regno di Dio?’. Curiosi! Volevano conoscere la data, il giorno… Lo spirito di curiosità ci allontana dallo Spirito della sapienza, perché soltanto interessano i dettagli, le notizie, le piccole notizie di ogni giorno. O come si farà questo? E’ il come: è lo spirito del come! E lo spirito di curiosità non è un buono spirito: è lo spirito di dispersione, di allontanarsi da Dio, lo spirito di parlare troppo. E Gesù anche va a dirci una cosa interessante: questo spirito di curiosità, che è mondano, ci porta alla confusione”.

La curiosità ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: “Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna”. E il Papa commenta: “Ma, guardi, la Madonna è Madre, eh! E ci ama a tutti noi. Ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni”. “Queste novità allontanano dal Vangelo, allontanano dallo Spirito Santo, allontanano dalla pace e dalla sapienza, dalla gloria di Dio, dalla bellezza di Dio”. Perché “Gesù dice che il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione: viene nella saggezza”. “Il Regno di Dio è in mezzo a voi!”, dice Gesù: è “questa azione dello Spirito Santo, che ci dà la saggezza, che ci dà la pace. Il Regno di Dio non viene nella confusione, come Dio non parlò al profeta Elia nel vento, nella tormenta” ma “parlò nella soave brezza, la brezza della sapienza”:

“Così Santa Teresina – Santa Teresa di Gesù Bambino – diceva che lei doveva fermarsi sempre davanti allo spirito di curiosità. Quando parlava con un’altra suora e questa suora raccontava una storia, qualcosa della famiglia, della gente, alcune volte passava ad un altro argomento e lei aveva voglia di conoscere la fine di questa storia. Ma sentiva che quello non era lo spirito di Dio, perché era uno spirito di dispersione, di curiosità. Il Regno di Dio è in mezzo a noi: non cercare cose strane, non cercare novità con questa curiosità mondana. Lasciamo che lo Spirito ci porti avanti, con quella saggezza che è una soave brezza. Questo è lo Spirito del Regno di Dio, di cui parla Gesù. Così sia”.

Ad ognuno trarre le proprie conclusioni!

 

 

Edda CattaniI “messaggi” mariani
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