Edda Cattani

Gli occhiali delle lacrime

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Gli occhiali delle lacrime

 

 

 

Ci siamo trovati ancora una volta, con il Gruppo dei Genitori di Udine, condotti dalla Mamma di Vera,  a San Leopoldo a Padova, nella celletta di Padre Roberto per una giornata di meditazione, di ascolto e di preghiera. E’ diventato ormai un appuntamento atteso, anche se ritagliare qualche tempo mi riesce sempre più difficile, visti gli impegni del sabato dei miei due nipotini.

 

Ma questa volta c’era anche la coincidenza con la Festa di Pentecoste e si è potuto parlare di amore di Dio e “frutti” dello Spirito Santo…  San Paolo enumerò i nove "frutti" dell'azione dello Spirito Santo, in chi lo invoca e accoglie: « Il frutto dello Spirito è: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo. »   (Galati 5,22)

 

Questi ultimi che vanno oltre i doni già assegnati dal Paraclito, sono il gioiello che Dio ci garantisce per vivere in piena consapevolezza la nostra vita di comunione cristiana.

 

Siamo entrati nella celletta a piedi scalzi con in mano ciascuno un sasso, simbolo dell’indurimento del nostro cuore, per pregare Dio di donarci un cuore nuovo … puro e generoso…

 

 

 

Padre Roberto ha voluto farci “assaporare” e “gustare” in tutta la bellezza l’infinitudine dell’amore di Dio che vuole ancor più di qualsivoglia immagine garantire a noi la Sua bontà e il perdono di ogni nostra mancanza o ingratitudine.

 

La manifestazione più evidente dello Spirito Santo è riportata nel racconto della Pentecoste (Atti degli Apostoli 2,1-11). Gli apostoli e Maria erano riuniti, quando lo Spirito Santo, come lingue di fuoco che si dividevano, si posò su ciascuno di loro. Gli apostoli poterono quindi predicare il vangelo in lingue che non conoscevano.

 

Padre Roberto ha voluto imporre le mani sul capo di ciascuno di noi affinché potessimo, anche tangibilmente, sentire quello che, nel suo senso primario significa "soffio", "aria", "vento", "respiro".

 

 

Poi, è intervenuto a nostro conforto con le parole di Papa Francesco nel commento al Vangelo proposto dalla liturgia del Martedì dell’Ottava di Pasqua che ci parla dell’incontro di Cristo risorto con Maria di Magdala.

 

 

 

 

 

La scena è quella raccontata dal Vangelo secondo Giovanni: la Maddalena piange presso il sepolcro perché il corpo del Maestro non c’è più. Maria di Magdala – osserva il Papa – è quella “donna peccatrice” che “ha unto i piedi di Gesù e li ha asciugati con i suoi capelli”, una “donna sfruttata e anche disprezzata da quelli che si credevano giusti”. Ma è la donna “della quale Gesù ha detto che ha amato molto e per questo i suoi tanti peccati le sono stati perdonati”. Tuttavia, questa donna – ha spiegato il Pontefice – ha dovuto “affrontare il fallimento di tutte le sue speranze”. Gesù, “il suo amore non c’è più. E piange. E’ il momento del buio nella sua anima: del fallimento”. Eppure, osserva il Papa – non dice: “Ho fallito su questa strada”: “semplicemente, piange”. “A volte, nella nostra vita – ha proseguito – gli occhiali per vedere Gesù sono le lacrime”. Adesso, la Maddalena annuncia questo messaggio: “Ho visto il Signore”. L’aveva visto durante la sua vita e ora ne dà testimonianza: “un esempio per il cammino della nostra vita”, afferma il Papa che aggiunge: “Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo sentito la gioia, la tristezza, il dolore” ma “nei momenti più oscuri, abbiamo pianto? Abbiamo avuto quella bontà delle lacrime che preparano gli occhi per guardare, per vedere il Signore?”. Di fronte alla Maddalena che piange – ha detto ancora Papa Francesco – “possiamo anche noi domandare al Signore la grazia delle lacrime. E’ una bella grazia … Piangere per tutto: per il bene, per i nostri peccati, per le grazie, per la gioia, anche”. “Il pianto ci prepara a vedere Gesù". E il Signore – ha concluso il Papa – ci dia la grazia, a tutti noi, di poter dire con la nostra vita: "Ho visto il Signore", non perché mi è apparso, ma perché “l’ho visto dentro al cuore”. E questa è la testimonianza della nostra vita: “Vivo così perché ho visto il Signore”.

 

 

 

I Genitori di Udine hanno accompagnato e concluso la giornata con il canto di una “villotta” friulana dedicata alla Santa Vergine.

 

La villotta è una forma polifonica a tre o quattro voci su testo di vario metro, nata nel XV secolo e di origine friulana, c’è da fare una precisazione il friulano non si può dire che sia un dialetto perché con una legge del 1999 è diventato una delle lingue parlate in Italia, non si conosce però con precisione la sua origine.

 

Suspir da l'anime ( dialetto )

Testo di Antonio Chiaruttini

Melodia di Don Oreste Rosso

 

Suspir da l’anime dôlce Marie,

per me ligrie ca jù no jè

che vinci il gjubilo che o sin e o brami

cuant che ti clami Marute me!

Marute me, Marute me.

Marute o tenere paraule a dîle

Cusì zintile s’ingrope il cûr e di

dolcissime pâs mi s’inonde l’anime

monde d’afièt impûr.

Marute me, Marute me,

cuant che ti clami Marute me!

 

 

Traduzione

 

Sospiro dell’anima dolce Maria,

per me sei l’allegria che qua giù non c’è

e il giubilo che sento che bramo vince

quando ti chiamo Mammina mia,

Mammina mia.

Mammina mia è una parola tenera e gentile

quando si dice, che fa annodare il cuore

e una dolcissima pace m’inonda l’anima

mondandola d’impurità.

Mammina mia,

quando ti chiamo Mammina mia.

 

 

 

Grazie Padre Roberto! Grazie Maria!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                 

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Ti prego non lasciarmi!

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Ti prego non lasciarmi!

 

"La storia dell'umanità non è quella di una penosa risalita dopo una rovinosa caduta, ma un cammino provvidenziale verso un futuro pieno di promesse"

(Ireneo, Adversus haereses, lib. IV, 38).

 

Sarò a Modena in questi giorni per gestire un Seminario su un argomento importante: “Lutto traumatico: l’aiuto ai sopravissuti”. Dovrò raccontarmi e raccontare mettendomi in gioco, ancora una volta e non sarà semplice il trovarmi davanti a tante persone colpite da gravi perdite che attendono una chiave di lettura, una via d’uscita per superare la terribile impasse dell’abbandono e dell’allontanamento.

 

 

Le mamme di FB mi hanno scritto ringraziandomi, aggiungendo che sono una fonte inesauribile … ma non sanno cosa possa esservi dietro a tanta disponibilità … E’ vero … possiedo una formazione culturale  che mi aiuta, e, da tempo ogni giorno elaboro contenuti finalizzati ad un mio processo di crescita … Non si può dare agli altri senza aver fatto un lavoro su se stessi.

 

Cosa vorranno da me i presenti … soprattutto sanno cosa li aspetta? Non credo, perché nemmeno io so cosa sarò in grado di proporre … Le situazioni debbono maturare nel contesto di cui dovrò prendere atto, assaporando gli stati emotivi e soprattutto le condizioni dell’abbandono che li hanno creati.

 

 

Quando si perde una persona cara, si vive una delle esperienze più dolorose che la vita ci può offrire. Riuscire ad affrontare questo difficile evento essendo capaci di mantenere un buon equilibrio interiore non è semplice. Nel vivere il lutto ci si scontra con la caducità della vita e col senso d’impotenza che si prova quando ci si rende conto che non si può far niente per mantenere in vita la persona a cui siamo legati.

 

La  sofferenza,   che  trova  nella  morte  la  sua  più alta espressione, fa parte dell'esistenza umana storica, in quanto non è solo  morale,  ma è anche fisica  o è l'uno e l'altro insieme; perciò il senso della sofferenza non è altro che  il senso stesso della vita.

                                                                                 

Ma è sofferenza anche la condizione che ne deriva e porta all'isolamento  e, a volte all’allontanamento delle persone vicine,  quando appare evidente che molti non ti comprendono o ti deludono,  perciò non ti senti più apprezzato …  né apprezzato né capito … quando gli altri ti  dicono di "fare come tutti" perché non c’è nulla da fare e ti ritrovi solo con il tuo bagaglio di lacerazioni che  nessuno può o vuole condividere.

 

Le  reazioni  esteriori sono  identiche in tutte le situazioni, in tutti i contesti, in tutte le varianti culturali: tutte legate  al dolore e al lamento che sono le espressioni dello  sconforto provato di  fronte all'assurda  ed inspiegabile presenza, nella nostra esistenza, del dolore e del male.

   

Questa riflessione deduce, come atto conclusivo, che l'uomo non si abitua alla sofferenza ed è contro la sua stessa natura il pensare che lo possa fare.

 

Allora si dice che il dolore è un evento “temprante” e di crescita. In realtà non è la perdita di qualcosa o qualcuno, né la sofferenza a far bene, anzi, fanno male. Quello che può costituire un momento di crescita è il percorso di elaborazione, la creazione di una nuova forza che sia strumento di gestione e tolleranza alla sofferenza che la vita spesso comporta.

 

La  capacità di venirne fuori è quella che può proiettarci nel futuro. Solo allora la cicatrice si trasformerà e sarà un segno incancellabile dell’affetto che ci lega a quella situazione.

 

Dal lutto traumatico un progetto di VITA.Dal lutto traumatico un progetto di VITA.Dal lutto traumatico un progetto di VITA.

 

 

Resta la malinconia  di  chi rimane  e  riguarda questo perenne dualismo:  morte e  vita,  principio e fine, che sembrano essere  antitetici,  ma che,  in verità appaiono inscindibili e procedere uniformi,  salvo che il concetto di morte porta  con sé qualcosa di più sacro e solenne.

 

E anche quando cerchi di reagire, cambia  comunque  il  modo  di  essere,   di  pensare,   di  vivere la quotidianità dell'esistenza  che mentre trascorre  e si perpetua, in tutte le sue forme e si rinnova,  viene a connotarsi  anche in quella parte di me che cerca, arrabattandosi in vario modo … di sopravvivere.

 

Allora volgi lo sguardo attorno a te e se qualcuno si propone per darti una mano e sembra comprenderti ti abbarbichi a questa nuova forma di vita e chiedi: “Ti prego… non lasciarmi!” Ma le creature si stancano di te e del tuo leit-motiv sul dolore vissuto e prima o poi ti lasciano…

 

Questa  dimensione  esistenziale  profonda, quando ti rendi conto che non hai più nulla in mano in quanto anche l'ultimo degli ultimi non è niente e non colma il tuo vuoto, rappresenta la più radicale e tremenda crisi dell'amore. Con l’abbandono di tutto e di tutti se  ne  vanno  gli interessi, le  illusioni, i desideri, le pianificazioni, i progetti della vita.

 

La  caduta  dell'amore è terribile comunque: senza amare non si ama nemmeno se stessi. Tutto l'universo appare circonfuso da  una nebbia  che non ci  attrae;  viviamo  nel suo interno barcollando, senza riuscire a venirne fuori.

 

 

 

Ma oggi è il sabato che precede la lettura del Vangelo della VI° Domenica di Pasqua e fin da questa mattina Fra Benito ha scritto sulla sua bacheca di FB:

 

“.. nei Vangeli, tutti e quattro, non c'è scritta la parola speranza, mai .. gli apostoli non hanno bisogno di sperare: Gesù è lì con loro .. la speranza inizia con il corpo assente di Gesù .. la carne della speranza allora è rendere conto dei suoi sogni .. che sono i sogni della nostra carne .. un pane cotto con le nostre mani è la speranza .. che chiede in segreto la grazia di esistere … verrà l'alba .. verrà a risvegliarci col profumo di pane …”

 

Mi sono rallegrata e gli ho risposto:

 

“… la speranza e' nostra … nel profumo di questo pane fresco… Mi sono svegliata così … come quando la mamma faceva il pane della domenica nel forno di casa … Grazie fra Benito!”

 

E lui, il “servita comunista”  ha poi continuato esaltando ancor più la mia ricerca d’amore oltre ogni esistenza:

 

“.. padre Alberto (altro sacerdote contro-corrente) ci aiuta sempre a trovare luce .. è bellissimo il Dio di Gesù che con lo Spirito sacralizza l'uomo .. e cancella ogni ambito sacro al di fuori dell'uomo .. il Dio di Gesù non chiede devoti salmeggianti, ma uomini temerari, inseparabili dal messaggio d'amore del Vangelo .. se si ama l'Amore e la Parola, Dio è nell'uomo e l'uomo è in Dio …”

 

 

Ecco allora che penso di avere trovato la forza che mi farà parlare ai presenti a Modena … perché non sono una fonte arida … ma ho ricevuto dall’abbandono la forza per procedere senza nulla aspettarmi perché:

 

"Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui" (Gv 14,23).

 

“Questa di Gesù non è una promessa per l'al di là, ma la risposta del Padre a un comportamento tenuto in… questa vita (osservare la parola).

 

L'uomo aveva sacralizzato Dio. Mediante la comunicazione dello Spirito, Dio ora sacralizza l'uomo.

Non esistono ambiti sacri al di fuori dell'uomo. La sacralizzazione dell'uomo desacralizza tutto quel che veniva prima concepito come sacro. Dio non è più una realtà esterna all'uomo, e lontana da lui, ma interiore e ha un nome: Padre.”(P.Alberto Maggi)

 

L’adesione a Gesù è inseparabile dal suo messaggio d’amore all’uomo… e tutto il resto … anche la mia ricerca … e la mia caduta di senso … sono senza senso!

 

 

 

 

Dio, misteriosa presenza nascosta in ogni creatura,

ragione ultima del nostro cercare e sperare,

Padre di Gesù Cristo, il nostro fratello più caro,

il Giusto, nel quale hai rivelato la via della vita,

donaci di saper accogliere la tua parola

e di fare di tutta la nostra esistenza un canto;

e di camminare senza soste lungo la strada

che conduce al tuo volto e al tuo abbraccio.

Amen.

 

Edda CattaniTi prego non lasciarmi!
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Auguri Presidente!

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Auguri Presidente!

 

Caro Signor Presidente,

 

l’ho guardata oggi pomeriggio, mentre rivolgeva il Suo saluto ai parlamentari e mi sono anch’io commossa a fronte di tanta disponibilità e impegno nel voler continuare il mandato a servizio del Paese.

 

Ci ha ricordato di Lei giovane deputato ed ho pensato al mio ragazzo ventunenne, quando partì per l’Accademia dove avrebbe conseguito il grado di ufficiale.

Guardavo Lei e, nel contempo, provavo l’emozione di un cuore giovanile che crede in un ideale a cui non potrà mai rinunciare e a cui rimarrà fedele tutta la vita.

 

Chi vive di forti valori commisura la sua vita in forza di essi e assume comportamenti che lo portano ad impegnarsi in iniziative esemplari.

Lei è una dimostrazione di onestà, correttezza, di rettitudine non facili a ritrovarsi in questa società depravata e corrotta …

 

Anche il mio tenente era coerente, altruista, generoso e soprattutto amava l’Italia.

Il suo percorso non era stato facile … Un tempo, fare il militare, significava guadagnarsele le “stellette” e le condizioni in cui fu costretto a vivere inizialmente non furono leggére.

 

Ricordo una mattina quando mi telefonò dopo una nottata vissuta in esercitazioni all’addiaccio che nemmeno riusciva a parlarmi … e quando gli chiesi: “Ma Andrea, cosa succede?” mi rispose a bassa voce, deglutendo: “ … non è facile … mamma!” … e non aggiunse altro.

 

Ma quando lo mandarono di guardia al Quirinale, per meriti acquisiti, mi inviò la sua fotografia, orgoglioso di poter mostrare finalmente con la sua persona, la sua forza, la sua fierezza il servizio prestato alle istituzioni del suo paese.

 

 

Ecco, Signor Presidente, volevo dirle questo vedendola porgere il saluto all’altare della Patria, davanti ad un “milite ignoto”, figlio di mamma anch’esso, rappresentante di tutti i soldati d’Italia, passati, presenti e futuri … Ho visto lì anche il mio tenente, con la sua preghiera in mano … quel foglietto che teneva sempre nella giacca e recitava ogni giorno.

 

Questi sono i ragazzi italiani … non quelli che contestano, tirano sassi, inveiscono contro le autorità … Sono ragazzi semplici, mancati in servizio … ragazzi che, ancora oggi, ci parlano di ideali dimenticati da tanti, ma che lei, caro Presidente sa simboleggiare da vero “cittadino italiano”.

 

 

Le lascio questa preghiera che leggo con lei, in nome di tutti i soldati mancati in servizio … Possa incoraggiarLa nel non sentirsi solo ed a compiere il Suo onesto, leale, onorevole dovere a servizio della Patria.

 

Auguri Presidente!

 

Signore Dio degli Eserciti,

che hai costituito di molti popoli l' umana famiglia,

da Te creata e redenta,

guarda benigno noi,

che abbiamo lasciato le nostre case per servire l' Italia.

Aiutaci, Signore,

affinché, con la forza della Tua fede,

siamo capaci di affrontare fatiche e pericoli

in generosa fraternità d' intenti,

offrendo alla Patria la nostra pronta obbedienza,

la nostra serena dedizione.

Fa che sentiamo ogni giorno,

nella voce del dovere che ci guida,

l' eco della Tua voce;

fa che siamo d'esempio a tutti i cittadini

nella fedeltà ai Tuoi comandamenti,

alla Tua Chiesa e nell' osservanza delle leggi dello stato.

Dona, o Signore, il riposo eterno

ai nostri morti ed ai caduti di tutte le guerre.

Concedi ai popoli la pace nella giustizia e nella libertà

e che l' Italia nostra,

stimata ed amata nel mondo,

meriti la protezione Tua

e la materna custodia di Maria

anche in virtù della concordia operosa dei suoi figli.

 

Edda CattaniAuguri Presidente!
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Tempo per ricominciare

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Ricominciare il meglio di te

 

Se sei stanco e la strada ti sembra lunga,
se ti accorgi che hai sbagliato strada,
Non lasciarti portare dai giorni e dai tempi, Ricomincia.

Se la vita ti sembra troppo assurda,
Se sei deluso da troppe cose e da troppe persone
Non cercare di capire il perché, Ricomincia.

Se hai provato ad amare ed essere utile,
Se hai conosciuto la povertà dei tuoi limiti,
Non lasciar là un impegno assolto a metà, Ricomincia.

Se gli altri ti guardano con rimprovero,
Se sono delusi di te, irritati,
Non ribellarti, non domandar loro nulla, Ricomincia.

Perché l'albero germoglia di nuovo dimenticando l'inverno,
Il ramo fiorisce senza domandare perché,
E l'uccello fa il suo nido senza pensare all'autunno,
Perché la vita è speranza e sempre ricomincia… (Anonimo)

Oggi apprendo che è mancato Massimo, un caro amico di Andrea, giovane papà. Dedico e pubblico questa  lirica per Ida, sua moglie, dolce ricordo, con le mie figlie, dei miei freschi affetti. Eppure è primavera e sono sbocciate le peonie nel mio giardino … Per me la Primavera è l'inizio della vita nuova. I colori, i profumi, il pallido sole che affiora, diventano un momento magico, da assaporare lentamente. E' il tempo della rinascita in assoluto, del trionfo della vita sulla morte, del senso profondo che ognuno di noi prova di fronte al risveglio della natura che torna a portare i suoi frutti dopo il lungo inverno.

 

In fondo il ritmo delle stagioni è una metafora della vita: per me la Primavera è il tempo dell'infanzia e della scoperta di un mondo ancora innocente animato da mille segreti tutti da scoprire … Ma oggi per me non c’è il sole, non c’è tepore, non c’è compagnia …  ma si deve ricominciare, ogni giorno si deve ricominciare… è sempre tempo per ricominciare. Ho fatto una lunga passeggiata dopo essere andata in cimitero a portare primule ai miei Cari… ed ho pensato al mio tanto viaggiare, al prendere in mano i cocci della mia vita…

 

Allora lo dedico a chi, come me, deve sempre ricominciare… anche quando non riesco a trovare la forza per gioire … In questi giorni di ricordi e di tanto dolore … del sentirmi inutile … con le mie reti sempre vuote. Una vita di stenti e senza raccolto. Le mie lacrime nelle notti scure… e il silenzio assoluto… Lacrime e silenzio per non far vedere… per non far sentire … “perché sei forte… tu sei forte…” I problemi li hanno gli altri… non io… Io non posso permettermi nemmeno questi …  Del resto ho vissuto tanto tempo… ed ho ancora tempo… tempo per soffrire e per amare e  … Ho tutto il tempo! Anche nelle bacheche di FB… dolori delle madri, ma anche dei papà che piangono una vita spezzata …  Giovani creature che soffrono, che possono permettersi di soffrire…

 

Mi chiedo in quale tempo vivo Signore? Non comprendo i tuoi disegni, ma solo vedo i miei limiti… non so che fare… Ho ancora l'ardire di camminare, di andare avanti nonostante tutto, abbandonandomi senza riserve al Tuo Amore.

 

Per te Massimo, per te Ida, per Antonio … non mi resta che pregare e andare avanti così come ci insegna l'abate M.Quoist:

  

Signore, ho il tempo

Sono uscito, Signore,

fuori la gente usciva.

Camminavano e correvano tutti.

Correvano per non perdere tempo,

correvano dietro al tempo,

per riprendere il tempo,

per guadagnare tempo!…

 

"Arrivederci, signore, scusi,

non ho il tempo.

Ripasserò, non posso attendere,

non ho il tempo.

Termino questa lettera perché

non ho il tempo.

Avrei voluto aiutarla,

ma non ho il tempo.

Non posso accettare,

per mancanza di tempo.

Non posso riflettere, leggere,

sono sovraccarico,

non ho il tempo".

 

Vorrei pregare, ma non ho il tempo.

Tu comprendi, Signore,

non ho il tempo.

Lo studente, ha il suo studio

e tanto lavoro,

non ha tempo… più tardi…

Il giovane fa dello sport,

non ha tempo… più tardi…

Lo sposo novello

deve arredare la casa,

non ha tempo… più tardi…

I genitori hanno i bambini,

non hanno tempo… più tardi…

I nonni hanno i nipotini,

non hanno tempo… più tardi…

Sono malati! Hanno le loro cure,

non hanno tempo… più tardi…

Sono moribondi, non hanno…

troppo tardi!…

non hanno più tempo!…

 

Così gli uomini corrono tutti

dietro al tempo, o Signore,

passano sulla terra correndo,

frettolosi, precipitosi,

sovraccarichi, impetuosi, avventati…

e non arrivano mai a tutto,

manca loro il tempo,

nonostante ogni sforzo,

manca loro il tempo,

anzi manca loro molto tempo.

 

Signore, Tu hai dovuto fare

un errore di calcolo.

V'è un errore generale:

le ore sono troppo brevi,

i giorni sono troppo brevi,

le vite sono troppo brevi!

 

Tu, che sei fuori del tempo,

sorridi, o Signore,

nel vederci lottare con esso,

e Tu sai quello che fai!

Tu non Ti sbagli quando distribuisci

il tempo agli uomini:

doni a ciascuno il tempo di fare

quello che Tu vuoi che egli faccia.

Ma non bisogna perdere tempo,

sprecare tempo,

ammazzare il tempo.

Perché il tempo

è un regalo che Tu ci fai,

ma un regalo deteriorabile,

un regalo che non si conserva.

 

Signore, ho tempo,

ho tutto il tempo mio,

tutto il tempo che Tu mi dai:

gli anni della mia vita,

le giornate dei miei anni,

le ore delle mie giornate,

sono tutti miei.

A me spetta riempirli,

serenamente, con calma,

ma riempirli tutti, fino all'orlo,

per offrirteli, in modo che

della loro acqua insipida

Tu faccia un vino generoso,

come facesti un tempo a Cana

per le nozze umane.

 

Non Ti chiedo, oggi, o Signore,

il tempo di fare questo

e poi ancora quello;

Ti chiedo la grazia

di fare coscienziosamente

nel tempo che Tu mi dai,

quello che Tu vuoi che io faccia.

 

Edda CattaniTempo per ricominciare
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Preghiera a Dio

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Preghiera a Dio

(te la dedico Mentore … otto mesi oggi)

 

 

Voltaire dal “Trattato sulla tolleranza”

 

Il Trattato sulla tolleranza è una delle più famose opere di Voltaire. Pubblicata in Francia nel 1763 costituisce un testo fondamentale della riflessione sulla libertà di credo, sul rispetto delle opinioni e di molte di quelle caratteristiche con cui oggi identifichiamo una società come civile.

 

 

Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:

se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato,

a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.

Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.

Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;

fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi,

tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole,

tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,

tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te,

insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.

Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole;

che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;

che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.

Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo,

e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”,

e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.

Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!

Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime,

come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!

Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,

ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,

dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.

 

Edda CattaniPreghiera a Dio
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Una “fede affamata”

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 Una “fede affamata”

 

 

Dall’arrivo di Papa Francesco sembra che la chiesa e quindi la comunità dei fedeli abbiano dato una svolta alla storia. E' "l'effetto Papa Francesco", analizzato in una ricerca del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), con un campione distribuito fra le comunità ecclesiastiche che ha affermato di avere riscontrato un aumento delle persone che si riavvicinano al culto o si confessano, aggiungendo che costoro citano esplicitamente gli appelli di Papa Francesco come ragione del loro riavvicinamento agli ambienti religiosi.

 

Il richiamo infatti alla tenerezza, al perdono del Padre, al non lasciarci rubare la speranza avvicinano l’uomo alla pratica osservante, intesa anche come voler amare Dio non solo perché ce l’hanno insegnato: e questo va bene. Quasi sempre nondimeno quando iniziamo a pregare, dalla condivisione, pian piano scopriamo il vangelo (la buona novella): allora iniziamo a pregare e amare Dio non solo per senso del dovere (o di colpa) ma perché ci sentiamo, ci riconosciamo amati e la risposta di amarlo ci nasce dal cuore.

 

Credo però sia necessario fare un richiamo: occhio che dico “riconoscersi” amati più che “sentirsi” amati. La fede non è solo emozioni, né solo ragionamenti ma un credere libero. Serve poco una pratica religiosa mossa solo dall’ansia di essere perfetti, di scalare la montagna di Dio dicendo uno o più formule … non posso pensare che dire dieci rosari voglia portarmi ad essere amato da Dio; meglio fare un bel respiro e riconoscere che già Lui mi sta amando.

 

 

 

Una preghiera più bella e utile è piuttosto quella che sale dal cuore come una risposta al Suo amore. Allora rispondo anche con la pratica religiosa. Sintesi: sì alla pratica religiosa, ma come risposta al Suo amore, non solo come sforzo o fatto emotivo. Le relazioni di dipendenza emotiva possono apparire innocue o addirittura sane in un primo momento, ma possono condurre alla distruzione e a vincoli più grandi di quanto la maggior parte delle persone possa immaginare … e questo può accadere anche nell’atteggiamento del credere o del pregare.

 

Appartiene alla mia storia l’orazione in cappella, il mio atteggiamento estatico, il desiderio di sentirmi come Santa Teresa o San Giovanni della Croce … un aspetto tremendamente consequenziale nell’abbandono: la disgregazione di se stessi, del proprio involucro umano per esplodere nella Luce della Gloria.. ma quanto poteva esserci di mio in quei momenti … quanto c’era di Dio?

 

Sono appena tornata da un convegno dove si sono trattate, sotto vari aspetti, tutte le scienze umane ed ho approfondito, ancora una volta come sia pericoloso il rapporto di “dipendenza” non solo da altri, o da Dio, ma da me stessa.

 

 

 

 

 Sono io che spesso posso travisare la pratica più innocua ed associarla ad una buona implorazione … serve poco se questa è mossa solo dal volere a tutti i costi raggiungere la perfezione dei santi di Dio formulando devozioni, tempi di preghiera estatica per cercare di essere amato da Dio. Dio chiede e vuole ben altro da noi … Non c’è un "tempo da dedicare a Dio" … in quanto Dio è nel mio tempo, in tutto il mio tempo.

 

Anche la formula della preghiera può rappresentare un ostacolo alla fede … Il chiamare Dio “padre” non indica arrivare a Lui con atteggiamento di sdolcinata mollezza e anche il definirlo un “papà” non vuol dire accovacciarmi ai suoi piedi perché poi tutto mi sia concesso. Il Padre è anche Colui che viene proposto nelle scritture come “Dio degli eserciti” e la Sua forza è pari alla Sua amabilità.

L’essenziale non è la fede che sviluppa una condizione di beatitudine.

Il mio Dio mi sprona, non mi fa rimanere inerte e abbandonato, ma mi fa drizzar la schiena, mi fa andare avanti, nonostante tutto, dà soluzione alla mia “fede affamata”. 

 

 

 

 

 

La pagina del Vangelo di oggi sembra manifestare tutto questo.

 

Vediamone qualche spunto insieme:

 

 “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà.”

 

Gesù 'il giorno prima' ha operato il miracolo della moltiplicazione dei pani mosso a compassione dalla numerosa folla che da tanti giorni lo seguiva… Egli ha voluto, infatti, operare questo miracolo non per saziare le folle ma per condurle pian piano a sentire 'fame' di Lui, Vero Pane: d'ora in poi, il Vangelo di Giovanni ci rivelerà progressivamente Gesù Pane di Vita, Gesù Pane per la Vita.

 

«… voi mi cercate non perché avete visto dei segni ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati …»

 

Quante volte, quanti di noi, soprattutto fra coloro che sono reduci come me da gravi lutti, noi del Movimento della Speranza, abbiamo chiesto segni da quello che viene definito “aldilà”… senza rispondere del nostro “al di qua” che è sempre Vita, è tutta Vita! Se credo non ho bisogno di chiedere ai miei Cari di essermi di aiuto … come una miriade di Spiriti e pensieri che ci seguono.

Stiamo tutti compiendo un percorso, noi e loro … Dio è Eterno Movimento e non ama l’apatia!

 

 

 

Ritorniamo al Vangelo:

Gesù non è salito con i discepoli sulla barca e la gente lo segue e lo cerca probabilmente alcuni per bisogno, altri per curiosità, altri per conoscerlo… Ma Gesù che, da una parte, è sempre attento e disponibile a tutti gli uomini e, dall'altra, non accetta il compromesso di una fede 'di bisogno' e 'del momento' o come spesso si dice ai nostri giorni "di quando mi sento…o non mi sento"…

 

La fede non è STATO D'ANIMO ma è ADESIONE-AMORE alla persona di Gesù e non è saltuaria, 'ogni tanto' ma per sempre, perché 'tocca' la vita!

 

Sono tornata da Bellaria pensando concretamente che Gesù mi stia dicendo che bisogna cambiare atteggiamento interiore: non bisogna cercarlo solo per ‘pane’ materiale che ci ha momentaneamente saziati, per gli affetti avuti, per i problemi risolti, ma bisogna cercarlo come 'il Pane della Vita' che ci sfama e nutre per sempre; non possiamo vivere del solo pane materiale che nutre il nostro corpo ma dobbiamo vivere di Lui che "si fa Pane di Vita" per nutrire il nostro spirito, per nutrirci totalmente; non bisogna cercarlo solo 'nel bisogno' e per 'ricevere grazie' ma bisogna cercarlo sempre col desiderio prima di tutto di incontrare Lui.

 

IL MESSAGGIO DEL VANGELO È CHIARO: problema è la SAZIETÀ:

– se ci saziamo delle cose che passano, delle persone che ci abbandonano, delle belle cose che ci accompagnano e che ci lasciano … è una fede superficiale che ci lascerà sempre affamati, insoddisfatti, vuoti …

– se ci saziamo di Lui, la nostra vita sarà totalmente 'sfamata'

 

Non solo: più ci saziamo di Lui e più la nostra fame di Lui cresce.

 

E la tenerezza non sarà solo la forma del perdono, come bisogno, ma dono.

 

Dobbiamo cercare Gesù senza stancarci e con una 'FEDE AFFAMATA'

 

 

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniUna “fede affamata”
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Umiltà nel servizio

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Umiltà nel servizio 

Giorni di preparazione alla grande Festa della Resurrezione di Cristo trascorsi con segni di semplicità e tenerezza rivolti a noi da Papa Francesco.

 

 

Già nell’omelia del Giovedì Santo Papa Bergoglio ha rivisitato quali siano le vere attribuzioni di colori che esercitano il mandato sacerdotale … mansioni anche valide per tutti coloro che svolgono apostolato laico.

 

“Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” – questo io vi chiedo: siate pastori con l’”odore delle pecore”, che si senta quello, siate pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini. È vero che la cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma ad una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti. È bene che la realtà stessa ci porti ad andare là dove ciò che siamo per grazia appare chiaramente come pura grazia, in questo mare del mondo attuale dove vale solo l’unzione – e non la funzione -, e risultano feconde le reti gettate unicamente nel nome di Colui del quale noi ci siamo fidati: Gesù”.

 





Già da tempo, dall’ esigenza di un rinnovamento della Chiesa ci venivano pensieri quali:

 

II Dio a servizio degli uomini, che considera figli suoi, rende inutile il culto inteso quale offerta o servizio reso a un Dio che ormai non chiede né ha bisogno di qualcosa. Su questo culto si fondava la religione.

 

L'alternativa proposta di Gesù è la fede, intesa quale risposta dell'uomo al dono d'amore che Dio fa di se stesso. Mentre nella religione il culto diminuiva l'uomo che si privava di qualcosa per donarlo a Dio, nella fede il nuovo culto, inteso come prolungamento agli uomini dell'amore comunicato da Dio (Gv 4,21-24; Rm 12,1), potenzia l'uomo, e lo arricchisce della stessa vita divina.

 

Mentre la religione prescrive il sacrificio nei confronti di Dio, Gesù insegna l'amore nei confronti degli altri, riallacciandosi a quanto espresso da Osea: Misericordia io voglio e non sacrificio (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7).

 

L’unico culto che il Padre richiede e cerca è quello in spirito e verità (Gv 4,24) mediante l'accoglienza del suo amore e il prolungamento all'umanità. Dare culto al Padre significa collaborare nella sua attività creatrice, stando sempre a favore degli uomini, nella costante pratica di un amore fedele.

 

 

 

Ora Papa Francesco inaugura una modalità semplice di rivolgersi al Signore: quella dell’umiltà e della misericordia che diviene addirittura tenerezza…  

 

Seguendo la cronaca del Venerdì Santo è tutto un richiamo a questa linearità non priva di una precisa chiarezza e determinazione:

 

PAPA Francesco arriva poco dopo le 21 nell’area dei Fori imperiali. La serata romana è fresca, ma spira aria di primavera. Attorno al Colosseo sono assiepati già migliaia di persone, fedeli, turisti, giovani. È la prima Via Crucis al Colosseo di Jorge Mario Bergoglio. Evento trasmesso in mondovisione. Il Papa argentino il pomeriggio era nella Basilica di San Pietro per il rito dell’Adorazione della Croce: il pontefice si è tolto la mitra e si è steso sul pavimento.

 

 

 

Al Colosseo papa Francesco è arrivato con il suo stile ormai consueto. Scende dall’auto blu del Vaticano con un sorriso largo e cordiale, saluta i fedeli da lontano, stringe mani, chiacchiera con il sindaco di Roma Gianni Alemanno e con il suo vicario per la diocesi della città eterna, il fedelissimo cardinale Agostino Vallini, che ha portato la croce per la prima e l’ultima Stazione. Poi, avvolto in un cappotto bianco, il Papa si siede su una poltrona rossa sotto il gazebo installato sul colle Palatino antistante l’anfiteatro Flavio.

 

 

E cala in uno stato meditabondo, serio, silenziosissimo. Nel 2005, Giovanni Paolo II, che si avvicinava alla morte, aveva affidato le meditazioni al suo erede naturale, quel cardinale Joseph Ratzinger che proprio al Colosseo denunciò la ‘sporcizia’ presente nella Chiesa, quasi un programma di governo degli otto anni successivi, marcati da scandali come la pedofilia e i veleni del un Vaticano. Ora Papa Francesco ne ha raccolto il testimone e molti dei cardinali che lo hanno eletto in Conclave sperano che sappia purificare la Santa Sede e fare uscire la Chiesa cattolica da una crisi che riecheggia la passione di Gesù.

 

 

Aiutaci Signore a nutrire sentimenti di Fede autentica, ponendoci al tuo cospetto con atteggiamenti di abbandono, in quanto  “…l’anima appesantita non è derubata della libertà… perché Dio ci giudica amandoci!”

 

 

 

 

Edda CattaniUmiltà nel servizio
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Comunicazione e comunione

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 Pubblico in risposta al GRUPPO METAFONISTE DI FACEBOOK

Questo prezioso documento ha vent'anni e mi è stato consegnato in copia (che ho ribattuto) da Agnese Moneta, la Mamma di Frangi, nel mio primo Convegno del Movimento della Speranza, quando vi partecipai ancora fresca della dipartita del nostro Andrea. Anche se trovo che sia, in alcuni passi, abbastanza rigido, fu per me una guida sicura e con queste direttive intrapresi una ricerca nel rispetto della comunicazione con i nostri Cari.

 

BAVENO 8/5/93

 

COMUNICAZIONE E COMUNIONE CON I NOSTRI CARI

 

 

La comunicazione con i nostri cari trapassati all'altra dimensione dovrebbe avere lo scopo di condurci gradualmente all'intuizione dello stato in cui essi sono stati inseriti, stato molto diverso da quello che conoscevano, molto diverso dal nostro,in cui dobbiamo continuare a vivere, e pertanto, alla fine, dovrebbe generare in noi una totale comunione con loro,comunione di sentimenti e di valutazione dei valori.

Io penso, appunto, che lo scopo primario per cui questi contatti coll'altra dimensione sono permessi, sia quello di far intravedere un po’ di Cielo alla nostra umanità moderna, corrotta negli ideali e nei propositi,stupidamente protesa ad una corsa disperata ed inutile per la conquista di beni terreni e transitori, come la ricchezza, la notorietà, la fama, il successo, la bellezza esteriore, la buona salute, il benessere sociale. Ai nostri figli noi abbiamo insegnato questi valori,perché avessero successo nella vita, ma abbiamo insegnato valori falsi,che in seguito siamo stati costretti a rivedere. Valori apparenti, che abbiamo elevato ad idoli del nostro vivere sociale e di cui abbiamo reso schiavo il nostro intelletto, mentre, per raggiungerli,abbiamo sperperato senza nemmeno accorgercene le forze migliori che albergano in noi stessi.

L'impostazione della moderna società oggi lo esige. Ma appenda però, accade nella nostra famiglia un fatto negativo, irreparabile, che ci tocca e non rientra nella norma cui egoisticamente ci siamo abituati, ecco che nel nostro cervello si scatena un vero e proprio finimondo e i più non riescono a capacitarsi che proprio a loro il destino abbia riservato un'ingiustizia così pesante,un’ingiustizia così ingiusta,….. il destino o Dio? Meglio prendersela con Dio, perché ricordiamo vagamente che un tempo ci hanno insegnato che Dio è buono e misericordioso e giusto. Quindi, perenne?

Una saggia massima proferisce: "La misura in cui credi nella disgrazia e nell'ingiustizia è la misura della tua ignoranza".

Ora fra noi ci sono molti genitori che hanno superato questa prima fase con grande intelligenza e cuore aperto, si sono resi conto della realtà vera che esiste dietro la cortina di fumo di errate mentalità e si sono incamminati con fermezza, serenità e gioia interiore sulla strada che i nostri figli trapassati hanno indicato ed indicano a note sempre più evidenti e chiare.

Ci siamo resi conto, noi del Movimento della Certezza, che coloro che noi abbiamo pianto, immobili e cerei, ma bellissimi,nel sonno eterno dentro la bara,si sono trasformati in esseri trasparenti e luminosi, che si aggirano attorno a noi, invisibili, sulla terra, e viaggiano rapidissimi nell'immensità del cosmo,che sono dotati di poteri superumani e nutrono sentimenti sublimi perché alimentati direttamente dal Divino Amore, che nella loro dimensione, o possibile assaporare e godere molto più facilmente ed efficacemente di quanto sia concesso a noi, qui sulla terra.

 

Quante comunicazioni,giunte nei modi più svariati e complessi,convergono tutte alla conferma di questo concetto. Lo affermo con sicurezza, coll'esperienza di diciassette anni di comunicazioni dirette e di confronto colle esperienze di altri genitori,centinaia, forse anche migliaia, che me le hanno raccontate.

Il quadro è unico, e stupefacente nella sua compattezza e nella corrispondenza: I nostri ragazzi della luce ci hanno dipinto, fornendocene anche le prove, una esistenza nell'altra dimensione che è tutta da assaporare e da godere, tanto bella, grande, gioiosa ed utile, che nessuna delle persone interpellate, se per caso volessero tornare indietro, ha risposto di sì. Unanimemente tutti gli spiriti di Luce, o coloro che si stavano incamminando verso la luce, hanno fornito una risposta identica, nessuno vorrebbe tornare, essi hanno trovato una condizione ottimale, infinitamente migliore di quella che hanno lasciato, e intuiscono, se già non sanno, che quella condizione è passibile di ulteriore miglioramento. Frangi, per primo, disse:"Qui non mi manca nulla abbiamo molto di più di quello che avevamo in terra. Allora avevamo il vostro amore, ma possiamo averlo anche qui, se voi seguitate a mandarcelo, sta a voi amarci, ancora, meglio e più di prima". Una volta constatato, attraverso comunicazioni incrociate, segni e prove di ogni tipo, che essi affermano la verità e sono davvero felici là, dove il disegno di Dio Padre li ha chiamati, il nostro cuore dovrebbe calmarsi e trovare pace, non gridare più parole disperate e di ribellione, incanalarsi ubbidiente nella via della fiducia e della comprensione della volontà della Divina Provvidenza. E1 un mutamento che avviene nella nostra coscienza,quando, alla fine di una penosa ricerca, qualcosa all'improvviso ci convince, arrecando l'elemento definitivo, il pezzetto che mancava ancora al mosaico. All'improvviso ci viene fatto di saltare il fosso dell'incomprensione e della diffidenza. A volte il salto è provocato semplicemente dall' ascolto di una conferenza o soltanto di una voce amica che ci convince perché tocca quella piccola corda nascosta nel profondo del nostro essere che, magari, ignoravamo anche di possedere. A volte è la ragione stessa che ci impone di rivedere le nostre posizioni perché si è verificato un fatto che razionalmente, umanamente, non si è in grado di spiegare e bisogna ricorrere alle conoscenze paranormali; a volte ci si arriva collegando mentalmente tanti fatti che ci sono accaduti, fatti apparentemente insignificanti, ma che presi nel loro complesso messi insieme, costituiscono una montagna di indizi che convergono tutti alla stessa conclusione.

 

Tale processo si è verificato per me in diciassette anni di strada battuta con interesse sempre vivo, attenzione, fede e volontà di capire, e posso affermare,sulla base della mia esperienza personale,che si tratta della forma più completa e consistente per arrivare alla certezza, perché è come la costruzione graduale di una torre, pietra su pietra,attaccate l'una alle altre con cemento indissolubile, per cui tutta la costruzione è solida,compatta, non presenta né incrinature, né tare. Per questo motivo ho sempre consigliato i miei amici di non aver fretta, lasciare tempo al tempo, dopo aver gettante le radici e lasciarsi guidare da "loro" che possiedono attitudini,forza e saggezza per attuare quanto è stato stabilito, nel modo e nel momento più opportuno. I figli di luce guidano il nostro cammino terreno e lo fanno per condurci al Cammino Celeste.

 

Impercettibilmente, sulle prime,ci sospingono nella direzione da essi voluta, mediante incontri, letture, discorsi che ci colpiscono e ci fanno mutare orientamenti, desideri e speranze. Si valgono di avvenimenti per noi casuali, ma da essi predisposti, sicché non si può più attribuirli al "caso", conoscenze nuove, conversazioni, letture,anche spettacoli televisivi. Dalla telefonata alla persona giusta può scaturire l'inizio di un radicale cambiamento di vita. Poi, man mano si avanza , le concatenazioni diventano più evidenti,ci accorgiamo di essere presi nel giro, di divenire parte di un disegno importante,che è bello lasciarsi condurre dagli invisibili, offrendo ogni ora della nostra vita di attesa,ed allora pace e financo allegria compenetrano il nostro essere e diveniamo veramente partecipi di un Progetto del Cielo, assecondando la volontà di chi ci parla attraverso canali inconsueti, ma molto più efficaci di quelli terreni.         Ormai il desiderio iniziale, la necessità di essere rassicurati sullo stato dei nostri figli, il sapere "se stanno bene", questa richiesta, proferita tra i singhiozzi di chi chiede per la prima volta un aiuto una volta che questa necessità è stata soddisfatta perché la risposta è arrivata, chiara e convincente, allora nel nostro intimo subentra un'altra richiesta, un'altra necessità, quella di imparare, per poterli seguire nella loro nuova vita,nella loro evoluzione ultraterrena.

E qui, inizia la comunione con loro,attraverso il nostro intimo accostarci e compenetrarci con l'essere che amiamo, che non è più come prima, perché ha subito una trasformazione, abbandonando la veste di carne e di ossa, per divenire spirito puro,antenna vibrante, pensiero disincarnato,Entità di Luce.

La trasformazione che ci procura l'abbandono del corpo fisico è immane, un cambiamento di stato totale, a cui le creature umane il più delle volte non sono preparate, specie quelle più giovani che trapassano all'improvviso.  Frequentemente, nei nostri contatti, ci viene descritto lo stupore di cui si è preda nei primi momenti dopo il passaggio. Questa meraviglia che ci compenetra nel constatare che i nostri sensi abituali non ci servono più è stata anche grossolanamente, ma efficacemente descritta in alcune sequenze cinematografiche,tipo GOST e ALWAISS. L'essere che si è appena staccato dal corpo, mettiamo per incidente,lo vede lì, giacere a terra o su una barella, insanguinato, rotto, distorto, e non prova dolore. Vede la gente che lo circonda piangere o darsi da fare per soccorrerlo, e non è in grado di intervenire, di dire la sua parola e non è udito, tocca i volti e le mani dei presenti e non riesce ad attirare la loro attenzione, e perciò è disorientato, in una situazione che non capisce, della quale nessuno si è mai preso la cura di parlargli.

Ebbi un'esperienza con un giovane milanese che era caduto in un burrone e vi morì dopo una lunga agonia. Lo cercavano in tanti, ma non fu trovato che dopo mesi. Ebbene, questo giovane ci raccontò tramite medium, naturalmente, di essere rimasto a lungo, dopo morto,accanto al suo corpo col proposito di risalire dallo sprofondo, e poi di essersi trovato di nuovo sul ciglio del burrone da cui era caduto,immerso nella solitudine e nel silenzio della montagna, e di avere iniziato ad aggirarsi senza trovare nessuno. Nei giorni successivi tornava accanto al suo corpo, senza capire, finché si accorse che esso iniziava a decomporsi, allora si rese conto di essere morto, e provò molto spavento.

 

Coloro che trapassano, invece, per vecchiaia o per malattia, arrivano più preparati, perché hanno avuto modo o tempo di riflettere ed assaporare contatti con persone della loro famiglia o con amici già trapassati che trovano il modo di farsi vedere dai moribondi, o con le Entità di Luce che intervengono a predisporre il passaggio. Nelle ultime ore della sua agonia Frangi parlò di visioni bellissime che vedeva, di scene e di personaggi che entravano e uscivano dal suo campo intellettivo, secondo le fasi del torpore e della coscienza che si alternavano. Frangi non era in preda ai farmaci,lo hanno lasciato senza somministrazioni di sedativi particolari,era attaccato soltanto ad una bombola di ossigeno, perché non aveva più praticamente i polmoni, e non credo che l'ossigeno, in quelle condizioni, possa procurare allucinazioni. Frangi ha detto che vedeva e che sentiva la Realtà meravigliosa in cui stava entrando, ed io gli credo. Del resto, successivamente ,quando poté servirsi di un mezzo per comunicare, riprese il discorso, rivolgendosi al fratello, per completare e chiarire ciò che non aveva potuto spiegargli dal suo letto di dolore. Le persone il cui corpo è stato distrutto dalla malattia entrano subito nel sonno riparatore, che non sappiamo quanto duri, perché'varia da soggetto a soggetto. Per tutti, però, c'è poi il provvidenziale intervento delle Guide, esseri Celesti il cui compito consiste nell'accogliere, rassicurare, guidare i nuovi arrivati. Tutti possono ricevere un aiuto, basta desiderarlo, chiederlo, e le Entità di luce iniziano  a svolgere il loro compito. L'anima affronta allora una serie di processi consecutivi che la portano a spogliarsi progressivamente di ogni residuo materiale, e sceglie, da sola,sulla base di quanto percepisce attorno a sé e in sé il tipo di cammino che vuole seguire, la compagnia a cui aggregarsi, cioè la scuola,  per così dire, nella quale vuole essere inserito per conseguire la propria evoluzione. Tutto ciò richiede del tempo, perché la maturazione è graduale ma la scelta è definitiva, ed è perciò raccomandabile non intervenire da qui intempestivamente, con pratiche e richieste inopportune e anche dannose, dal momento che nessuno di noi vorrebbe recar danno a chi ama. A questo punto entriamo dunque in scena noi, che possiamo dalla terra agire o no in maniera appropriata, influenzarli positivamente o negativamente. E’sempre stato detto che il nostro pianto ostinato disturba i trapassati ed è tutt’altro che gradito, e ciò si spiega col fatto che chi è arrivato di là percepisce in maniera più forte e più completa le vibrazioni provenienti da noi, perché essi sono privi di corpo fisico, il quale costituisce come una solida corazza che sulla terra ci protegge,colla sua fisicità, da tutto ciò che di mentale, psichico ci viene scaricato addosso, sia nel bene che nel male. Quando questa protezione di materia viene a mancare, ecco che lo spirito disincarnato recepisce violentemente i nostri stati d'animo, e ne resta condizionato. Io consiglio sempre di inviare pensieri e sentimenti amorosi e pacifici, di rassegnazione e di incitamento a chiedere l'aiuto degli Angeli, o di parenti già trapassati e di mettersi nelle mani di Gesù e di Maria.  Il pianto irrefrenabile che sgorga inevitabilmente dai nostri occhi e dai nostri cuori straziati, deve essere dolce, amoroso,provvido di esortazioni incoraggianti,affinché i nostri cari non soltanto non si sentano soli, abbandonati ad un destino ignoto, ma avvertano la nostra sollecitudine, la nostra solidarietà e comprensione, attingano da noi la forza necessaria per superare quei primi stadi in cui tutto risulta nuovo e si ha veramente bisogno di aiuto. Cerchiamo di non gravare ulteriormente su una situazione, di per se stessa critica. Ricordiamoci il titolo del più importante libro di Ernesto Bozano: "La crisi della morte".

 

Se riusciamo a convincerci della verità e logicità di tutto quanto sto esponendo, perché mi risulta da più e più esperienze, allora saremo capaci di fornire realmente l'aiuto valido e concreto, il più opportuno alle persone che amiamo, invece di gravare su di loro, come purtroppo spesso avviene, colla nostra angoscia cieca che va ad aggiungersi al peso già notevole dei problemi e delle sofferenze che inevitabilmente accompagnano lo stadio del passaggio e del primo inserimento nella nuova dimensione.

  Secondo la nostra religione le anime che transitano dal Purgatorio attendono da noi viventi le preghiere ed i suffragi che solo noi possiamo inviare, in quanto loro, i trapassati, possono usufruire, nella loro dimensione, dei propri meriti requisiti per le buone azioni compiute nel corso della loro vita, e della umile accettazione della penitenza necessaria a lavare i propri peccati, però la preghiera che formuliamo noi,come le Messe, le indulgenze che possiamo liberare ed applicare alle loro anime, provengono esclusivamente da noi, incarnati in terra, quindi risulta chiarissima la responsabilità di ciascuno di noi verso i nostri defunti, ai quali possiamo giovare in modo estremamente utile e gratificante, o negare quell'appoggio che solo noi possiamo fornire, per nostra ignoranza o incompetenza o disinteresse. E’ questa prima responsabilità morale alla quale non si è abituati a riflettere. Si piange, si esternano dolore e rabbia, e non si tiene invece conto delle reali necessità del trapassato.

A causa della mentalità superficiale adottata oggi per vivere, mi sento riferire spesso questa frase, pronunciata in famiglia,per esortare magari un congiunto a dimenticare la tragedia:"Lascia in pace i morti". Dietro a queste parole c'è un abisso di egoismo che si nasconde nella falsità di un principio morale che è puro frutto di ignoranza e di pigrizia. Ma come si fa a pensare che un figlio, anche dopo morto, non si avvicini più a chi gli ha dato la vita, lo ha amato e cresciuto e per anni gli ha espresso affetto, tenerezza, comprensione, fin dalla culla? Come si può affermare, esortare a dimenticare, lasciarli "in pace", in definitiva, cancellandoli dal cuore, dalla mente, come non fossero mai esistiti? Eppure c’è chi lo fa, chi sostituisce il figlio scomparso con un altro, giungendo persino a imporre lo stesso nome del fratello al nuovo arrivato. Ho sentito l’angoscia nelle comunicazioni di bimbi, di fanciulli che si erano sentiti messi da parte, accantonati, nel cuore di un Papà o di una Mamma, che avevano trasferito tutto il loro amore su un'altra creatura, sforzandosi di cancellare i ricordi che avrebbero fatto soffrire.

 

Lasciare in pace i morti significa esattamente questo: Non porsi problemi, voler vivere alla giornata, eguale = Egoismo. L'essenza che è vissuta, che è, continua a vivere per l'eternità, la ritroveremo intatta, con tutte le sue caratteristiche, e  potremo ancora amarla, vivere in comunione con lei, in Paradiso.

E allora cominciamo a costruire questa   comunione fin da ora, da subito, rendendoci conto immediatamente della lealtà e comportandoci in modo responsabile e coerente con gli insegnamenti che ci vengono impartiti da chi è più informato e saggio di noi. In definitiva, tutto ciò che vogliamo è procurare loro del bene, perciò dobbiamo agire esclusivamente in conformità dei loro  interessi. E’ inutile ripetere che la nostra vita è stroncata, che non abbiamo più voglia,che non ci va di vivere. Questo è ovvio, non vale la pena di ripeterlo fra noi, è un'ostentazione di sensibilità inutile, a mio parere. Si dimostra molto più efficacemente la nostra voglia di loro adeguandoci a quanto loro ci richiedono. Entrare in comunione con loro vuol dire comprendere ed accettare le regole del loro nuovo mondo, agevolare e favorire al massimo il loro inserimento in una vita diversa da quella che noi stessi conosciamo, ma molto più bella e ricca di amore e di possibilità. Non abbiamo insegnato nulla o quasi di questa vita, che tutti ci attende, ai nostri figli quando erano qui con noi,non se ne parla, nella nostra società che quando la morte colpisce qualcun altro,come un'eventualità incompatibile colla nostra sicurezza, non se ne parla per scaramanzia, forse, per paura, ma soprattutto per ignoranza. Osservate invece come reagiscono spontaneamente i bambinelli nelle famiglie dove è entrata la morte: essi l'accettano con semplicità,come una realtà si sintonizzano spontaneamente con il Cielo, immediatamente e senza problemi. Molte volte affermano di aver stabilito un contatto con ciò che per noi adulti è invisibile, che loro, invece, affermano ingenuamente di vedere.

 

I nostri sforzi per entrare in comunione perfetta con la condizione radiosa saranno sicuramente benedetti ed agevolati dal Cielo. Quando il contatto con coloro coi quali vogliamo dividere l'eternità sarà stato raggiunto,attraverso la Comunione intensa e profonda fra i nostri due livelli, noi, nel frattempo, avremo imparato a vivere in modo diverso la nostra giornata terrena, considerando accadimenti necessari alla nostra evoluzione le avversità legate al nostro procedere, e con distacco e vero spirito di sopportazione guarderemo più dal¬l'alto le incongruenze, le distorsioni, le malignità di cui è infarcita la nostra vita, in cui siamo quotidianamente immersi, conferendo loro sempre minore importanza, e non consentendo più che ci procurino fastidio o che ci addolorino. Il distacco, non solo dai beni terreni, ma anche dai mali è la conseguenza di una maturazione anteriore che solo il contatto genuino e completo colla dimensione ultraterrena è in grado di assicurare. E' la saggezza dell'uomo consapevole. La luce in cui vivono i nostri cari irradierà pian piano anche la nostra realtà, facendoci edotti e consapevoli dell'altra Realtà che stiamo andando a conquistare, quindi, il bene che abbiamo voluto per loro, cominciando,col rinunciare al nostro egoismo, ci verrà non solo corrisposto, ma amplificato enormemente, generando con loro una specie di osmosi amorosa e rasserenante,che ci accompagnerà per il resto della nostra vita terrena e per sempre, perché le conquiste spirituali sono l'unica dote che nessuno potrà mai toglierci. Operiamo dunque secondo le richieste dei nostri figli, lasciandoli liberi di avanzare nella conoscenza senza tenerli legati alla nostra quotidianità, ma elevandosi al loro livello di generosità e altruismo. Essi sono cresciuti,anche i più piccini crescono, in potenza e in grazia, possono e debbono esserci maestri,e questo, riconosciamolo,è un compito nostro. Imparare! Frangi una volta mi disse:"La manina che affidavo a te, bambino, ora è divenuta ampia e forte, e si tende verso di te, per sostenerti". L'umiltà si dimostra anche accettando di farsi guidare da chi  abbiamo guidato, e l'intelligenza ci chiarisce che è cosa saggia sottostare alla guida di colui che è arrivato più in alto perché chiamato da Chi voleva servirsi di lui e sapeva che sarebbe stato all'altezza dei compiti che intendeva affidargli.

 

Ho conosciuto genitori che, senza rendersi conto del male che procurano, insistono in pratiche che non consentono ai loro figli di staccarsi e conseguentemente di elevarsi, gravandoli col peso delle loro egoistiche angosce, desiderando ardentemente il loro ritorno fisico in casa, crogiolandosi nella rievocazione dei momenti cruciali del loro trapasso, su cui, invece, generalmente i comunicanti sono propensi a sorvolare,affermando che si tratta di un semplice passaggio, e crogiolandosi altresì  nell'ostentazione della loro disperazione e della loro  impossibilità di andare avanti nella vita.

C'è anche chi, dopo aver raggiunto qualche risultato col registratore, pretende l'intervento del proprio caro tutti i giorni, a orario fisso c'è chi instaura un contatto mentale malato, in cui pretende di essere assistito e guidato anche nelle faccende più umili di vita quotidiana.

L'amore possessivo il più delle volte è ottuso e non si cura del vero bene dell'amato, che tale atteggiamento sia un errato retaggio di una mentalità vecchia e sorpassata è proprio ciò che dobbiamo capire, superare e vincere.

Elevare noi al loro livello, e non tentare, invece, di abbassare loro a noi, e trattenerli.

Quando arriveremo anche noi dall'altra parte del ponte, dobbiamo trovarci in grado di camminare assieme, sullo stesso livello, e perciò utilizziamo questo tempo che ci resta, e che assai probabilmente ci è concesso proprio a questo scopo,per prepararci, sintonizzandoci in Comunione con loro, con il cuore, l'anima, la mente.

 

 

 

 

   

Edda CattaniComunicazione e comunione
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La “comunicazione” con i nostri Cari

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… e di seguito ripropongo per le amiche dei "MESSAGGI ISPIRATI….! di FB…

…..e udirono parole…

 «La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede». Queste sono le parole dette da Benedetto XVI che suonano come la denuncia di una situazione drammatica. Questo Papa che ha lamentato «l' eclissi di Dio» e ha paragonato il nostro tempo a quello del «crollo dell' impero romano dichiara che il  problema è la «questione su Dio». E ribadisce: «Ripetutamente, nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi».  Ritorna poi su alcuni suoi punti fermi : «Noi siamo Chiesa!», ma la questione essenziale è un' altra: la Chiesa è in crisi di identità. E’ perciò opportuno che noi, Mamme della Speranza, popolo di Dio, mentre un integralismo conservatore, sembra volerci escludere dalla Comunità ecclesiale e attribuirci un’etichetta “spiritistica” che non ci appartiene, ribadiamo i cardini che supportano la nostra dichiarata fermezza, già promulgata da un Santo Sacerdote che ormai ha raggiunto la Gerusalemme Celeste.

 

LA GERUSALEMME CELESTE E LA COMUNIONE DEI SANTI

di Padre Zaccaria Bertoldo

 

Lo Spirito vivificante non è tale solo nella realtà attuale della Chiesa, cioè attraverso la comunicazione della grazia nei sacramenti o in altri modi (Parola di Dio, preghiera, etc.), ma è presente e dà la sua vita e il suo soffio vitale “ruah” anche al di là, nella nuova dimensione della sopravvivenza. Per cui la domanda:

”Rimangono il legame, l’unione, nel ricordo e nell’amore, il colloqui tra noi che siamo ancora sulla terra (i viandanti) e “loro”, che sono già dall’altra parte?”. E’ una domanda davvero interessante che è stata posta anche in un recente convegno a Torino, dal tema: “L’al di là ritrovato”, al quale assistevano anche insigni teologi.

La posizione della Chiesa qui è affermativa e si concretizza nei concetti – dogmi – di “Comunione dei Santi” e di “Chiesa” come totalità nei 3 stadi di: Chiesa itinerante sulla Terra, Chiesa purgante dei defunti e di Chiesa trionfante di quelli che si trovano già nella pienezza della gloria di Dio.

Tutto ciò è confermato nel “Catechismo della Chiesa Cattolica” che, al numero 1024 dice:”Questa Comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, con gli angeli e tutti i beati è chiamata il cielo”. E nel numero 1025 si dice, ancor più chiaramente:”Vivere in cielo è essere con Cristo. Gli eletti vivono “in Lui”, ma, conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome”.

Specialmente se si realizza l’unione del corpo sottile o spirituale con l’anima (vedi Prieur e Marta Toniolo). Importanti sono soprattutto i numeri 1029:”Nella gloria del cielo i beati continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli altri uomini e all’intera creazione”. E nel numero 1027 si dice:”Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso”.

La parapsicologia sopravviventistica che studia la fenomenologia di questa continuazione di rapporto e di colloquio non appare quindi su posizioni conflittuali nè inconciliabili col magistero ecclesiale. Però sarebbe inesatto e riduttivo definire queste esperienze “paranormali”. In realtà siamo di fronte ad esperienze certamente spirituali. Sarebbe ingiusto negare l’evidenza di certi fenomeni che abbondano nella vita dei santi (Padre Pio, Lourdes, Medjiugorie, Paravati), così come i messaggi dei due giovani francesi Pierre Monnier e Roland De Jouvenel, e di latri giovani alle loro mamme. Sopra tutti vorrei segnalare Giampiero Campana, “Di là qualcuno ci scrive”, a cura di Guido Sommavilla, S.J. Purtroppo molti della Chiesa ufficiale ignorano questo problema o si manifestano ostili. Forse perché non hanno ancora letto bene gli articoli 2116 e 2117 del “Catechismo della Chiesa Cattolica”, laddove si proibiscono la divinazione e la magia: la fenomenologia di questi rapporti e colloqui – infatti – non appare su posizioni conflittuali né inconciliabili col magistero ecclesiale, perché in essi non si tratta di magia o di divinazione. Lo stesso prof. Collo (teologo dell’arcivescovo di Torino) nel convegno di Torino ha ammesso che il colloquio o il conversare con i propri cari in Cristo non è escluso dalla Chiesa e può aver luogo con il consenso di Dio. La stessa affermazione è stata fatta da una cattedra più importante, e cioè in una nota dell’Osservatore Romano dal teologo P. Igino Concetti o.f.m. colonnista della terza pagina dello stesso giornale vaticano.

Pertanto queste fenomenologie e questi colloqui (di cui abbiamo molte testimonianze) ci offrono alcuni concetti generali sul modo di essere di questa sopravvivenza e del mondo in cui si svolge. Si parla infatti generalmente in essi di un mondo di luce, di gioia, di missione per aiutare gli altri, spinti certamente dal soffio dello Spirito Santo. Cosa questa che supera certamente il paranormale ed entra nella sfera del soprannaturale. Da ciò la denominazione da noi data specialmente ai giovani rapiti alle loro mamme, di RAGAZZI DI LUCE, o meglio ancora di NUOVI ANGELI. Essi sino come dice stupendamente il prof. Gomerro “nel dinamismo di Dio”. Ciò vuol dire che essi cooperano e partecipano, o meglio, Dio li chiama a partecipare alla sua missione salvifica. Ora cos’è tutto questo (compreso il conforto che danno alle mamme desolate) se non quella missione di aiuto a comprendere e salire verso Dio di cui si è già detto e di cui ci parlano i nostri amici di lassù? Il cardinal Tonini, in una trasmissione TV ha accolto questa idea. Non si possono pertanto condannare – come avviene da parte di qualcuno – coloro

che fanno simili esperienze, perché essi vivono l’insegnamento della Chiesa nella realtà della Comunione dei Santi, in cui sono inseriti i nostri cari giovani, i nostri nuovi angeli di luce e di conforto.

Concludendo: le prescrizioni del Catechismo che riguardano la magia e la divinazione non toccano le nostre esperienze: infatti i nostri cari ragazzi di luce quando si manifestano lo fanno non per svelare futuri contingenti o cose occulte ma in un dialogo d’amore, in una tensione che finisce per essere altamente spirituale e religiosa sotto il soffio dello Spirito.

Come io stesso ho avuto la ventura di fare esperienza (vedi il mio scritto di testimonianza nel libro “Nella scia della luce” di Emma Capanna) le anime che si manifestano (in quel caso Alessandra) affermano di farlo col permesso di Dio, se no addirittura per sua volontà. E’ mai possibile che ci ingannino o ci inganniamo noi stessi fino a questo punto? O non è forse un inganno o una non ammissione di chi non vuol credere che lo “Spirito soffia dove, come e quando vuole?”.

Per tutte queste ragioni penso anche io, col P.Ferrarotti, “che dobbiamo andare avanti serenamente con fiducia, nella saggezza della Chiesa”. Vorrei però aggiungere che sono d’accordo con il teologo prof. Gozzellino quando dice che ci vuole “discernimento, discernimento e ancora discernimento. In questi contatti occorre discernimento e prudenza”.

Io direi a chi ha il dono della comunicabilità: hai ricevuto gratuitamente questo dono? Generosamente donalo agli altri, con la più grande onestà e lealtà. Concludo dichiarandomi pienamente d’accordo col P.Ferrarotti, che vede nel fenomeno dei ragazzi di luce un particolare momento di grazia, una vera carezza di Dio. In questi tempi di incredulità, quasi “una nuova Pentecoste”, destinata a prolungarsi nel tempo e a rinnovarsi di continuo. Io vedo l’affacciarsi del 2000, soprattutto per voi care mamme, illuminato dallo Spirito – “ruah” – di Dio, che agisce con lo stesso impeto e la stessa forza dei primi tempi della Chiesa.

 

Edda CattaniLa “comunicazione” con i nostri Cari
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Sopra l’arcobaleno

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Giunge molto gradita questa riflessione inviata dalla Mamma di Vera

Da qualche parte….sopra l’arcobaleno

Condivisione della sofferenza

 

Da qualche tempo,   il titolo che ho dato a questa riflessione,  mi accompagnava nei momenti  di silenzio e di  abbandono. Ed è proprio guardando l’arcobaleno dopo qualche piovasco, che ho dato spazio alla mia fantasia…

Non posso  fare a meno di immaginare un posto, un luogo, una dimensione oltre la nostra, dove chi ci ha preceduto  dimora,  nella pace e nella felicità più assoluta. Mi affascina pensare al prosieguo della vita, a quello che noi saremo, a quando nuovamente ci incontreremo,  con coloro che abbiamo  amato.  

Sull’onda di questi pensieri, ha preso forza il desiderio di continuare a raccontarmi. Voglio  parlare del cambiamento interiore, della trasformazione avvenuta in me e nei miei famigliari. Quel cambiamento che  produce spesso  la dipartita  del bene più prezioso che ha un genitore, che è il proprio figlio.

Vera, nostra figlia,  da alcuni anni non è più fra noi e abbiamo imparato a misurare il tempo  in riferimento al prima e al dopo la sua dipartita. Uno spartiacque importante che ha determinato un mutamento radicale delle nostre vite. Tanto dolore,  ma anche tanto arricchimento,… poi. Oggi, a distanza di anni, lo posso affermare…Difficile da comprendere per chi non ci è passato. Difficile da spiegare ai più.  

Faccio un salto nel passato e mi rivedo, quando una mattina, qualche tempo dopo il  trapasso di Vera, incontrai una mamma al camposanto, provata dal mio stesso dolore. Era visibilmente  sofferente, ripiegata su se stessa; portava male la sua età anagrafica. Tanti anni erano già passati dalla dipartita di suo figlio, ma l’impressione che dava,  era di una perdita recente. Durante il colloquio ricordo che mi disse che la sofferenza  l’aveva fatta chiudere in se stessa (è una tentazione nascosta nelle pieghe del dolore) e che,   per un minimo di elaborazione del lutto ci sarebbero voluti  almeno dieci anni!  Li per li , mi impressionai! Dieci anni,… terribile, pensai! Anche se ero abbastanza consapevole che,  sarebbe stata una di quelle ferite che,   anche se un giorno si fosse un po’ rimarginata, avrebbe comunque lasciato la cicatrice.

Fu in quel momento che promisi a me stessa, nel ricordo di mia figlia,  che ce l’avrei messa tutta per tentare di farcela! Allora non immaginavo il percorso che avrei fatto, le certezze e le consapevolezze che avrei raggiunto. Ma in cuor mio mi ripromettevo che ci sarei riuscita. Ebbi compassione di quella mamma addolorata. Rappresentava tutto ciò che non avrei voluto diventare  io. Una via d’uscita ci dovrà pur essere, pensai!  Se il dolore esiste, ci dovrà  essere  anche il suo rimedio. Non si può continuare a vivere senza un barlume di speranza, rischiando di spegnersi giorno dopo giorno. A volte,  tendiamo ad esorcizzare il dolore nei modi che producono solo rimedi apparenti e superficiali, poiché nel profondo tutto resta uguale, senza un vero percorso che tenda a rafforzare e rivitalizzare la propria vita. Gesù stesso ha condiviso la nostra esperienza  di dolore,  arrivando a sentire il peso della nostra sofferenza sulle sue spalle innocenti e l’ha condivisa portandola  sino alla morte, ma  innestando nel nostro lutto il germe della redenzione e la speranza della vita eterna.

Ancora oggi,  quando  penso  a questa mamma, mi dico che sono stata tanto fortunata nel mio percorso, nella mia ricerca, anche se sono consapevole che ci ho messo tanto di  mio in quello che è stato un continuo  peregrinare, che  ha portato me e la mia famiglia, a raggiungere piccoli , ma importanti obbiettivi e traguardi.

Ho già raccontato di  Vera, della nostra famiglia, del nostro percorso, della ricerca continua di colei che ora vive quella dimensione che è vita nuova.  E’ l’altra faccia di quel continuum, dove niente muore, ma tutto si trasforma.  Perché come afferma Rilke: “ La morte è l’altra faccia della vita, solo diversa,  rispetto quella che è rivolta verso di noi.” Ho raccontato di  quanto conforto e sostegno abbiamo ricevuto,  con il dono di bellissimi messaggi  e segni, da parte di nostra figlia e non solo,  che ci hanno fatto comprendere che comunicare si può, quando la forza trainante è l’Amore. La ricerca viene fatta affidandoci a Dio,… e la ricerca ci porta a cercare con più forza , Dio stesso.

Quello che ne deriva è uno stato di grazie e di pace. Stati d’animo che si raggiungono e si vivono,  dopo che, un tumulto di sensazioni e di pensieri,  non sempre positivi,  lasciano il posto a sentimenti più pacati e rasserenanti. E’ un cammino lungo e tortuoso l’elaborazione del lutto!  Bisogna tanto  lottare, tanto chiedere, tanto affidarsi, tanto fidarsi. Ci si trasforma pian piano, è una continua evoluzione. Poi  ci si riscopre  cambiati.  Pensieri e atteggiamenti  sono diversi da quelli di un tempo. Ci si sente altre  persone,…spesso  migliori.

 E ti  rendi conto che la tua non è più rassegnazione. Non è più solo accettazione. Ma  può diventare  molto di più:  condivisione.  Anzi, l’accettare è condividere!  Ecco, devo ammettere che ,  in questo momento della nostra vita, la condivisione  è  una  cosa  importante. Cos’è la condivisione se non percorrere  un tratto del tuo cammino,  con i tuoi “simili”? Se non procedere verso  obbiettivi che ci accumunano con  quelli di altre persone , che  hanno le nostre stesse  difficoltà, desideri  e affinità? La condivisione consente un  procedere meno faticoso, nell’impegno delle  proprie risorse. Si mettono a disposizione degli altri,  fatiche, obbiettivi, progetti.  Quando ti sembra di arrancare ecco che qualcuno ti aiuta, ti tende la mano e non ti permette di affondare. A volte è una mano tesa quando stai per affogare. E quando hai ricevuto aiuto, devi solo attendere. Arriva il tuo momento di dare. Qualcuno ha detto che ci si sente poveri e in difficoltà non quando si riceve, ma quando non si ha il coraggio di dare.

Condivisione, quindi. ..Ho capito che la condivisione è importante sotto tutti gli aspetti. Certo è più facile condividere nella gioia, nel benessere, quando le cose vanno a gonfie vele. Spesso le persone che frequentavamo prima non ci vanno più bene, perché non ci possono capire.  La partecipazione al lutto da parte di amici e congiunti, a volte si  verifica in modo meno intenso ed attivo.  Succede che,  le persone che hanno subito la perdita,  si trovano frequentemente a dover vivere  in solitudine  questa esperienza. Ma dopo un lutto non ci si può chiudere a tutto…,  bisogna saper trovare , da questa esperienza di dolore, nuova linfa per rimettersi in gioco. Ed è proprio  nel   partecipare alla sofferenza degli altri, nel condividere, che  si trova lo scopo per continuare,  facendo in modo che il dolore diventi  un veicolo purificatore per vivere la vita con nuovo  coraggio. Dobbiamo essere testimoni  per aiutare e le nuove conoscenze acquisite devono diventare doni da poter elargire…

La cosa migliore per  attraversare  positivamente  il processo del lutto  è entrare in  rapporto con un gruppo di riferimento. Quando questo non avviene , arriva spesso la malinconia e la depressione.

Un noto psicoterapeuta raccontava che,  quando il lutto non viene elaborato correttamente permane una condizione di “lutto strisciante”. In quanto  i processi del lutto non sono conclusi, ma sospesi. Il ritrovamento di un gruppo può essere il primo passo per affrontare un lutto sospeso e la condizione malinconica che ne è conseguita.

 Continua questo psicoterapeuta : Non tutti sanno  “soffrire” il dolore. Alcune persone subiscono il dolore ma non sono in grado di soffrirlo. Un’altra via seguita da chi non sa come “soffrire” il dolore,  è quella di essere costantemente angosciati. Quando una persona impara a distinguere il dolore dall’angoscia, compie un passo estremamente significativo, perché presto si rende conto che il dolore è parte della vita, mentre l’angoscia è soprattutto manifestazione di conflitto e nevrosi. Per condividere il dolore è essenziale esprimerlo in modo vivo e contemporaneamente dargli una forma precisa. Esprimere il dolore non significa gridare. Gridare può aiutare a fronteggiare, alleviare e gestire temporaneamente il dolore e soprattutto l’ansia. Per stabilire una condivisione, però, questo non basta; il dolore deve  essere espresso in modo adeguato. L’espressione adeguata del dolore, sostituisce l’ espressione immediata, con un’altra che contiene un potenziale elevato di comunicazione  e di relazione. Il dolore allora acquista un “calore segreto” che lo rende più condivisibile.”

 Quindi, condividere significa “ mettere insieme i cocci”. La condivisione del dolore è un modo per alleviarlo, attraverso la consapevolezza di non essere soli. E’ difficile fare i conti con il vuoto che la morte lascia dietro di se…ma insieme si può.

La condivisione di una sofferenza, in particolare di un lutto  è condivisione vera, sentita , partecipata. Ci si confronta. Anche il soggetto più debole, più in difficoltà si sente rinfrancato dal suo simile che dimostra più forza. Vale sempre il detto:  “Se ce la fa lui, ce la posso fare anch’io.”  Il lutto rimane morte e disperazione  se non è illuminato da una parola più grande dell’uomo: la certezza della  risurrezione.  I nostri figli in particolare, diventano i nostri maestri spirituali e ci accompagnano, mentre noi nella preghiera , ci rivolgiamo a loro che sono vivi in Dio: è un dialogo ininterrotto in Lui, un dialogo fondato sull’amore che va oltre la morte.

La condivisione dopo un dolore è stimolante. Mette in discussione le tue capacità, va a toccare anche la tua autostima, la tua forza interiore. Condividere fa aumentare  la propria  consapevolezza. E la consapevolezza nella vita di una persona, diventa essenziale per vivere meglio.

Nella  vera condivisione poi,  l’egoismo viene messo da parte . Si scopre una nuova forma di genitorialità . Si diventa generosi di nuovo amore  e si va verso chi ha bisogno , con  amore rinnovato. La condivisione porta alla pace di se stessi, con gli altri e con Dio. Porta a sperare,  a sognare nuovamente  con il pensiero sempre rivolto a Dio. Un frate ha detto: “Solo in Dio sono sicuri i nostri sogni! E con Dio non ci si sente più foglie secche, ma foglie rivitalizzate con nuova linfa. Nel cammino non ci si ferma solo alla ricerca della consolazione, che pure è fondamentale per andare avanti, ma con la grazia dello Spirito ci si addentra nel mistero di Dio. Si impara a conoscere Dio e il suo Regno dove ora vivono i nostri cari scomparsi.”

Come si può condividere? Lo si può fare in diversi modi. Per intraprendere un viaggio all’insegna della speranza,  ritengo che  il modo più importante è la condivisione della spiritualità, dando spazio alla preghiera,  che è la “benzina “ dell’anima. Altro motivo di condivisione è l’anelito di ogni persona: dare nuovo senso alla vita. Diceva Dietrich Bonhoeffer  che le cose penultime acquistano significato delle cose ultime: è l’eternità che da senso al tempo. L’aspettativa del “dopo” è l’interrogativo  di tutti. Ha detto un sacerdote durante un’omelia: “  La morte di Gesù diventa il lasciapassare verso la dimora definitiva. Nella morte non scompariamo in un luogo ignoto e buio, bensì andiamo in un luogo famigliare, dove Egli stesso ha detto : “ Io vado a prepararvi un posto.”  Gesu’ ha fatto il viaggio di andata e ritorno; in questo viaggio nella casa del Padre ha preparato la nostra definitiva dimora.

 E’ stato fatto notare che l’interpretazione che  Gesù dà della propria morte , vale in un certo senso anche per la morte delle persone alle quali siamo legate da amicizia e amore.  Quando le persone a noi care ci lasciano, portano nella dimora eterna una parte di noi. Tutto ciò che abbiamo condiviso con loro, gioia e dolori, amore e sofferenza, tutti i discorsi fatti, le intimità vissute: morendo portano tutto nella casa che preparano per noi, per condividere, domani, tutto il vissuto positivo per l’eternità.”

C’è  una bella immagine del monaco benedettino Anselm  Grun, il quale fantastica paragonando il suo cammino a un sentiero che attraversa un prato e deve poi guadare un fiume. In merito scrive: “Arrivo a un ruscello e per poterlo saltare meglio, getto  prima dall’altra parte il mio zaino. I morti con i quali ho condiviso la mia vita, hanno già portato con se il mio zaino oltre la soglia della morte. Perciò posso confidare che mi sarà più facile, morendo, saltare di là del ruscello e arrivare là dove troverò il mio zaino, le cose importanti del mio cammino esistenziale. I morti decorano la dimora eterna con ciò che di mio hanno già portato oltre la soglia.”

 E un altro saggio ha scritto:” La vicenda umana è un’avventura chiusa tra due giardini: quello dell’Eden, all’origine, e il Paradiso celeste, quello dell’altra riva. La vita è un’avventura tra due giardini posti sotto il segno della bellezza e della gratuità.”  Riporto anche  ciò che ha scritto un teologo: “L’incontro  con Dio non è un riposo eterno, bensì una vita straordinaria e mozzafiato, una tempesta di felicità che ci trascina, ma non in qualche luogo, bensì  sempre più a fondo nell’amore della beatitudine di Dio.”

Ecco quindi, a mio avviso, la base spirituale su cui  far partire e far  fiorire altre forme di condivisione. E quando   c’è una buona  base spirituale,  ogni progetto può iniziare  e svilupparsi. Per esperienza, posso dire di aver conosciuto varie realtà, ma dove manca la base spirituale, spesso la condivisione ha vita breve, in quanto non viene sostenuta da qualcosa di forte, paragonabile alle fondamenta di una  casa.

Oggi, posso affermare  con  piena soddisfazione,  di appartenere ad un gruppo denominato di “primo soccorso” che,  una volta al mese accoglie  nel suo ambito  persone provate dal dolore. La parola di Dio è sempre presente, così’ anche l’attenzione ed il conforto verso i nuovi arrivati. Portiamo la nostra esperienza, diamo testimonianza del nostro vissuto,  delle nostre reazioni,  delle nostre emozioni, del nostro cammino di speranza.  Nel momento del dolore, un gesto di vicinanza affettiva è recepito come dotato di un particolare carattere d’autenticità. La persona sofferente avverte che chi lo compie le sta diventando molto caro. Il sentimento, spesso, trova corrispondenza e può divenire  molto ingente e profondo.

Quando nei nostri incontri,  non ci sono persone nuove da sostenere,  ci raccontiamo, facciamo nuovi progetti. Organizziamo  anche  un  paio di  convegni  l’anno,  con relatori che arricchiscono le nostre conoscenze su temi che riguardano la crescita interiore e affrontano il tema della vita oltre la vita. Alcuni di noi hanno la possibilità di partecipare ai convegni a livello nazionale, dove il tema dell’esistenza umana,  il suo traguardo e la ricerca dell’uomo,  sono materia di approfondimento.

Da poco,  il nostro gruppo sta  percorrendo una nuova strada. Abbiamo felicemente aderito, ( e qui le vie del Signore sono veramente infinite , poiché nuove persone si stanno di volta in volta aggiungendo) ad incontri spirituali,  presso un convento, sotto la guida di un frate  carismatico , che ci delizia con la celebrazione della S. Messa,  dell’Adorazione Eucaristica , delle profonde catechesi e  delle meditazioni guidate. Per concludere poi con un momento di convivialità, che ci vede fraternamente partecipi.

 Stiamo da poco aderendo anche ad un progetto missionario.  Dove ci porterà tutto questo? Noi ci affidiamo al Signore, dandogli la nostra disponibilità.  L’importante è non rimanere fermi,  non rimanere chiusi e apatici, non lasciarsi indurire dal dolore…ma aprire le porte del cuore. Facciamo in modo che la sofferenza ci metta le ali…, affinchè le ferite  del dolore diventino luce per gli altri. Poiché  a  volte  ci troviamo proprio  a sperare  con quelli che disperano…

La condivisione ci porta a ricordare più che mai , coloro che non vediamo con gli occhi fisici, ma che sentiamo presenti più di prima… più di sempre. E che continuano il percorso a fianco a noi, con nuove spoglie, non più dolorose.

Coloro  che un giorno incontreremo nuovamente  lassù,  da qualche parte…sopra l’arcobaleno.

Edda CattaniSopra l’arcobaleno
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