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Il perdono (scritto medianico)

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Da UMBERTO DI GRAZIA

 

 

 

che terrà un seminario a Cattolica:

 

Perdono, dai Presunti Scritti di Ernesto Balducci e dal nostro sito..!
Il perdono non è amore, ma sottile orgoglio, perché esso significa che resto pur sempre
io la persona importante, sono io che sto perdonando. Non è perdonando che si ama,
ma comprendendo e motivando il comportamento di colui che ha offeso.

Se si desidera comprendere qualcuno, non lo si condanna, non lo si biasima, ma lo siosserva, lo si studia e , soprattutto, lo si ama, nutrendo per lui intenso interesse.

Per esempio, se intendo conoscere a fondo un bambino, dovrò amarlo e mai
condannarlo: dovrò giocare con lui, osservarne i movimenti, le idiosincrasie, il modo di comportarsi e così via.

Ma, se lo biasimerò per la sua condotta, non riuscirò affatto a comprenderlo e ad aiutarlo a crescere interiormente, a migliorarsi.
Se vorrò capire chicchessia, dovrò essere calmo, mettere da parte le mie suggestioni, i
miei pregiudizi e guardarlo faccia a faccia: soltanto quando la mente si sarà liberata dai propri condizionamenti, comprenderò. Non vi è amore, quando non vi è
considerazione, rispetto per l’altro, sia esso amico o nemico.


 

Edda CattaniIl perdono (scritto medianico)
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Newsletter n.23

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Newsletter n.23 del 10 luglio 2015

 

TEMPO DI VACANZE

Buone vacanze

a tutti coloro che si apprestano a godere di un meritato periodo di riposo!

 

 

 

 

Questo dovrebbe essere un periodo di pace, mentre intorno ci troviamo davanti a gravi conflitti che minano la serenità familiare e sociale.

 

GRECIA : ULTIMA FRONTIERA.
La Grecia siamo noi
Nessuno si senta offeso
Siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo
La Grecia siamo noi…

 

 

 

 

 

Questo lungo silenzio delle nostre news è stato colmato da quotidiani interventi su FB per dare conforto a persone e stimoli nuovi alla nostra e alle associazioni che ci affiancano. Dopo il Convegno di Torino sono stati seguiti i Gruppi del Meridione, mentre a Padova sono proseguiti i nostri incontri mensili con la gradita partecipazione di Luisiana Furlanetto con Nadia Renda, Barbara Gregori, Venera Siracusa, Franco Copes, Maria Mazzotti.

 

Sono stati momenti belli in cui molte persone si sono conosciute e hanno avuto risposte alle loro problematiche o alla loro sofferenza. Ringraziamo tutti coloro che, disinteressatamente si sono prodigati per questo obiettivo comune.

 

 

 

In questi anni sono mutate le modalità di condividere esperienze ed emozioni attraverso il nostro sito. C’è un’aria nuova che avvolge non solo il mondo cristiano, dovuto in parte all’avvento di Papa Francesco, ma un desiderio di rinnovamento che lascia intravedere un anelito e un ansia nel progettare una modalità di essere che desidera il nostro bene.

 

 

“La gioia del Vangelo, in questo momento storico ove spesso siamo accerchiati da notizie sconfortanti, da situazioni locali e internazionali che ci fanno sperimentare afflizione e tribolazione – in questo quadro realisticamente poco confortante – la nostra vocazione cristiana è quella di andare contro corrente: ossia di essere testimoni gioiosi del Cristo Risorto per trasmettere gioia e speranza agli altri.”

( Messaggio della 68° Conferenza episcopale Italiana)

 

Dobbiamo combattere il dolore, la sofferenza… dobbiamo pensare che la vita è un dono e che coloro che sembrano averci abbandonato … non se ne sono andati mai… mai…

 

 

 

“La notte non è mai così nera come prima dell'alba ma poi l'alba sorge sempre a cancellare il buio della notte. Così ogni nostra angoscia, per quanto profonda prima o poi trova motivo di attenuarsi e placarsi,

purché lo vogliamo. Sappiamo che c'è la luce perché c'è il buio che c'è la gioia perché c'è il dolore che c'è la pace perché c'è la guerra

e dobbiamo sapere che la vita vive di questi contrasti.”

~ da Notte infinita ~ Romano Battaglia

 

Non per nulla il nostro Convegno di Novembre 2014 ha ospitato noti esponenti nel campo della scienza e della medicina che ci hanno parlato soprattutto di benessere. Non si tratta di beni materiali ma di un arricchimento interiore, dovuto ad una crescita spirituale per la quale possiamo trovare forza nelle difficoltà che investono il nostro quotidiano.

 

 

 

Questi personaggi “speciali” saranno presenti anche a Cattolica dove ora siamo impegnati nella pubblicizzazione del nostro XXIX Convegno del Movimento della Speranza di cui trovate notizia nella stringa CONVEGNI in alto nella home del nostri sito. 

Parleremo, oltre che delle tematiche a noi care,  di “benessere” e “salute” con esperti qualificati che ci hanno ripetuto quanto sia importante la nostra qualità di vita. Vi sarà pure il conforto di persone preparate per colloqui individuali. Invitiamo pertanto a leggere le modalità di partecipazione per avere una prioritaria scelta dei contatti personali.

 

 

 

 

 

La nostra Associazione riprenderà a pieno ritmo i suoi incontri già a partire da settembre, un ritorno, finalmente nella sede adeguata di Piazzetta Gasparotto e con la promozione di vari eventi e ospiti:

 

Ringrazio le mie collaboratrici preziose, coordinate dalla instancabile Giuliana Vial.

Il mio GRAZIE e BUONE VACANZE a tutti!!!

 

 

 

 

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Edda CattaniNewsletter n.23
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I pranzi di Gesù

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Padre Alberto Maggi è con noi a Padova il 23/24 Maggio per il tema: I PRANZI DI GESU’ 

 

 

 

 

 

Fra i tanti brani commentati:

I DISCEPOLI DI EMMAUS E IL PANE SPEZZATO. 

 

 

I discepoli di Gesù sembrano essere più delusi della sua risurrezione che della sua morte. 

Gesù era morto nella maniera più infame per un ebreo, e la sua fine era la prova che non era il Messia di Dio, perché questi non avrebbe mai incontrato la morte . 

Pazienza, vorrà dire che i discepoli si erano sbagliati, che non era lui l’Atteso, colui che doveva venire, e ora c’era solo da stare in attesa di un altro . 

A quel tempo ogni tanto sorgevano individui che asserivano di essere i liberatori d’Israele. C’era stato Teuda, al quale si aggregarono circa quattrocento uomini, ma anche lui “fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono dissolti e finirono nel nulla” (At 5,36). Dopo di lui sorse Giuda il Galileo, pure lui indusse la gente a seguirlo, “ma anche lui finì male e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero” (At 5,37), come i discepoli di Gesù, che rischiano ora di disperdersi e di finire nel nulla, in attesa del prossimo Messia, quello che avrebbe finalmente restaurato il defunto regno del re Davide.

Ma se Gesù è risuscitato, significa che non c’è da aspettare un altro Messia, e allora addio sogni di gloria, addio alle profezie della supremazia di Israele sui popoli pagani. Se Gesù è risuscitato significa che bisogna abbandonare l’illusione del ritorno del regno d’Israele, il tempo in cui ci sarebbero stati “estranei a pascere le vostre greggi e figli di stranieri saranno vostri contadini e vignaioli”, quello in cui Israele si sarebbe nutrita “delle ricchezze delle nazioni” e avrebbe “succhiato le ricchezze dei re” (Is 61,5.6. 60,16). 

Direzione sbagliata

Alle prime voci della possibile risurrezione del Cristo, la sua comunità dà prova di confusione e di dispersione, e i suoi discepoli lo vanno a cercare nelle direzioni sbagliate. Le donne lo cercano nel sepolcro, e trovano la strada sbarrata da due uomini “in abito sfolgorante”, che chiedono: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24,4.5). Gesù, “il Vivente” (Ap 1,17), non si trova nel luogo della morte.

I discepoli invece si dirigono verso Èmmaus, luogo che ricordava loro i gloriosi trascorsi d’Israele, il passato al quale non rinunciano e che alimenta i loro sogni. Ma il Signore “che fa nuove tutte le cose” (Ap 21,5) non lo si può cercare nel passato. 

La comunità dei discepoli, come un gregge senza pastore, si è dispersa, ognuno va per conto suo, e sarà Gesù, il pastore, che dovrà andarli a cercare e recuperarli a uno a uno. 

Per questo si avvicina, non riconosciuto, ai di-scepoli che se ne vanno verso Èmmaus, villaggio carico di storia e di ricordi, luogo che vedono come un balsamo per la loro cocente delusione. È là, infatti, che circa due secoli prima “i pagani furono sconfitti” da Giuda Maccabeo, vittoria che avrebbe fatto capire a tutte le nazioni “che c’è chi riscatta e salva Israele”, e venne celebrata come il “giorno di gran-de liberazione per Israele” (1 Mac 4,11.25).

Gesù si affianca ai discepoli, “ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo” (Lc 24,16). Essi guardano indietro, al passato, al regno di Israele, e non possono percepire la presenza di Gesù, che li vuole aprire a orizzonti più vasti, al regno di Dio. Piangono il morto, non possono riconoscere colui che è vivo.

I discepoli sono tristi, e alla domanda di Gesù di che cosa stiano parlando, uno di loro, Clèopa , gli risponde stupito: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme? Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni? (Lc 24,18). E racconta al forestiero di quel che è accaduto a Gesù, il Nazareno, “che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo” (Lc 24,19). 

Da quel che il discepolo gli sta dicendo, Gesù si rende conto che i suoi seguaci hanno capito poco o niente di lui. Per essi è un profeta, come Giovanni (Lc 20,6), un “grande profeta”, come pensava la gente (Lc 7,16), ma nulla di più. 

Continuando a narrare allo sconosciuto i fatti di quei giorni, Clèopa gli racconta di come “i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso” (Lc 24,20). 

Già, “le nostre autorità…”. 

I discepoli non hanno rotto con un’istituzione religiosa assassina, e continuano a riconoscere i capi religiosi come le loro autorità. E Clèopa, nell’aggiornare il forestiero che, a quanto pare, è digiuno dei fatti accaduti, dà sfogo a quella che era stata la frustrazione di tutti i discepoli: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele” (Lc 24,21).

Ecco il motivo della grande frustrazione e dell’incomprensione di Gesù. I discepoli lo hanno seguito nella convinzione che lui fosse il liberatore di Israele, una sorta di novello Giuda Maccabeo che avrebbe sconfitto i pagani.

Inutilmente Gesù ha parlato loro del regno di Dio. Quel che a essi interessa è il regno di Israele. 

“Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” (At 1,6) sarà la richiesta dei discepoli dopo che il Cristo risorto, durante qua-ranta giorni, parlò loro “delle cose riguardanti il regno di Dio” (At 1,3). 

Gesù parla del regno di Dio, ma ai discepoli interessa quello di Israele.

È sconsolato Clèopa, ha perso le speranze, e sono già passati tre giorni da quando tutto questo è accaduto. È vero, ammette, che alcune delle loro donne, recatesi al sepolcro e non avendo trovato il corpo di Gesù, “sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo” (Lc 24,22-23), e qui il racconto del discepolo si fa reticente: omette di dire che le parole di quelle donne “parvero a loro come un vaneggiamento e non credevano ad esse” (Lc 24,11). La testimonianza di una donna non era credibile, figuriamoci se annuncia un fatto strabiliante come la risurrezione di un morto. Comunque alcuni dei discepoli sono andati alla tomba, “ma lui non l’hanno visto” (Lc 24,24). Non lo possono vedere. Non si può cercare chi è vivo nel luogo dei morti. 

A questo punto le informazioni raccolte dal forestiero sono sufficienti per farlo intervenire, e lo fa apostrofando i due con severità: “Stolti e lenti di cuore” (Lc 24,25). 

Per Gesù quella dei suoi discepoli è stupidità e testardaggine. 

Come non hanno potuto capire che la sua fine non era stato un fallimento, ma il compimento del disegno d’amore di Dio sull’umanità, un progetto d’amore che era stato rivelato nella Sacra scrittura, che Gesù ora ricorda ai discepoli (“E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,27). 

È Gesù la chiave di interpretazione della Scrittura. 

Questa si rivela nel suo più vero e profondo significato solo se letta nell’ottica dello Spirito, ovvero l’amore incondizionato di Dio verso l’uomo. Se non si pone come valore assoluto della propria vita il bene dell’uomo, la Scrittura non si rivela, è come se un velo fosse steso sulle parole, impedendo agli uomini di comprenderle .

Giunti verso la mèta dove i discepoli erano diretti, il forestiero “fece come se dovesse andare più lontano”(Lc 24,28). Gesù si dirige verso il nuovo, non verso il passato, ma lui è anche il pastore che non abbandona le pecore che rischiano di perdersi, e accetta di fermarsi con essi, accogliendo la loro richiesta: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto” (Lc 24,29).

È sera, il momento della cena, e il forestiero, a tavola con loro, “prese il pane, benedì, lo spezzò e lo diede loro…” (Lc 24,30). Sono gli stessi gesti compiuti da Gesù nell’ultima cena con i suoi discepoli , e finalmente “si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” (Lc 24,31). 

Torna loro la memoria . Riconoscono Gesù quando si fa pane, alimento di vita per i suoi. Ma nello stesso istante nel quale i discepoli si rendono conto della sua presenza, lui diventa invisibile . Non c’è più nulla da vedere, se non un pane spezzato da condividere.

Gesù non scompare, ma sarà sempre visibile ogni volta che il pane sarà spezzato per farne alimento di vita e di condivisione.

 

Edda CattaniI pranzi di Gesù
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Una Madre col Bambino in città

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Una Madre col Bambino in città

 

È vero: quando scende Maria, Madonna di San Luca, la città vive una strana frenesia.

La gente si muove in modo diverso, sembra quasi correre o affrettarsi a fare qualcosa di speciale. Molti credenti vivono un sussulto di speranza, come nella vigilia di un evento irripetibile: ci sarà un incontro, forse la vita cambierà, forse le parole che si ascolteranno avranno l…a lucentezza delle stelle e si porteranno via il fruscio delle ombre, e la notte sarà senza buio.

Ma nascoste tra le bancarelle e mercatini che succhiano bellezza e mistero ci sono madri spezzate, madri senza figli, figlie esse stesse di una tragica scelta, donne che cercano la Madre del Bambino per farsi capire, per farsi riamare, per comprendere che Dio non è nell’arroganza, nel possesso della verità e delle sue leggi, o nella Chiesa dei documenti, ma nel sussurro dell’accoglienza e della tenerezza, nell’infinita pazienza di ricominciare ad essere uomini e donne del vento invisibile di Dio e del vento segreto di nobili scienziati.

Potrà mai essere, quello dell’incontro con Maria col Bambino di San Luca, un incontro giubilare, di ascolto e di ricominciamento gioioso della vita e delle scelte di vita per ogni donna, per ogni madre, per ogni sposa, per ogni femminilità violentata, per ogni maternità impossibile o indesiderata, e per ogni donna defraudata del pensare e del decidere dentro la Chiesa?

Potrà mai essere il giorno di inizio di una nuova umanità più seguace delle strade che delle dottrine, di una umanità all’aria aperta che ascolta il racconto di Dio camminando nelle differenze accanto alle fragilità e sognando di essere pane?

Le strade e i banchetti non furono forse i luoghi privilegiati della buona notizia di Gesù?

Nella strada c’è la gente comune non quella selezionata dell’ufficialità; nei banchetti ci sono le gioie della convivialità e dell’amicizia, c’è il profumo del pane, c’è il sangue della vita e delle passioni, c’è quella verità di mani e di occhi che ardono di comunione, e c’è l’eucaristia di disuguaglianze che si abbracciano, mentre il Dio delle infinite sorgenti canta l’invito: “mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto”.

Quelli dei palazzi non stanno sulle strade, se non dentro la scenografia di processioni e ostentazioni, non ne conoscono l’odore, per questo le loro parole sono senza odore, i loro banchetti sono esclusivi: e vi partecipano solo i forti e i giullari, non c’è spazio per gli sconfitti, e sulle loro tavole il vento non sfoglia le pagine del Vangelo, ma scaglia pietre urlanti di condanna e pregiudizio, e di legalità spacciata per giustizia.

“Abbiamo bisogno”, confessava il cardinale Carlo Maria Martini, “di una Chiesa della misericordia, immagine della misericordia. E ancora non ci siamo”.

Che la bellezza dell’incontro con Maria e del suo Bambino faccia danzare i grembi sfioriti di questa città e allargare le braccia dell’accoglienza affinché ognuno sia chiamato per nome da Dio e dalle creature amate.

 

fra benito m. fusco

eremo di ronzano, 24 maggio 2009 

Edda CattaniUna Madre col Bambino in città
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“when i’m gone”

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Oggi lo dedico a mio padre…. che mi manca tanto….

"when i'm gone"

EMINEM

 

 

 

 

 

Hai mai amato qualcuno talmente tanto da darle un braccio?

Non solo parole,no,letteralmente darle un braccio?

quando loro sanno di essere il tuo cuore

e tu sai che eri la loro fortezza

e tu ammazzeresti chiunque osi toccarli

ma cosa succede quando la buona stella ti si rigira contro e ti morde?

e tutto quello per cui hai sempre combattuto ti si rivolta contro e ti disprezza?

cosa succede quando tu diventi la fonte principale di dolore?

 

 

 

 

"Papà guarda che cosa ho fatto",papà ha da preparare una scaletta

"Papà dov'è la mamma?Non la riesco a trovare,dov'è?"

non lo so,va' a giocare Hailie,bambina il tuo papà è occupato

papà sta scrivendo questa canzone,la canzone non si scriverà mica da sola

ti darò una spinta sull'altalena e tu dovrai farcela da sola a spingerti

poi gira intorno in sta canzone e dille che le vuoi bene

e metti le mani su sua madre,che è l'immagine sputata di lei

questo è Slim Shady yeah baby,Slim Shady è pazzo

e quando me ne sarò andato,continua a vivere,non addolorarti

risollevati ogni volta che senti il suono della mia voce

e pensa che io sto vegliando su di te sorridendo

e non ho sentito nulla,quindi bambina non soffrire

sorridimi solo

e quando sarò andato,continua a vivere,non addolorarti

risollevati ogni volta che senti il suono della mia voce

e pensa che io sto vegliando su di te sorridendo

e non ho sentito nulla,quindi bambina non soffrire

sorridimi solo

Sto continuando ad avere questo sogno,sto spingendo Hailie sull'altalena

lei continua a gridare,non vuole che io canti

"Stai facendo piangere la mamma,perchè? Perchè mamma sta piangendo?"

Piccola,papà non se ne andrà più "Papà tu stai mentendo,hai sempre detto così

mi hai sempre promesso sarebbe stata l'ultima volta che andavi a cantare"

"Ma non andartene più,papà tu sei mio"

Lei mette degli scatoloni di fronte alla porta provando a bloccarla

 

 

 

"Papà per favore,Papà non andartene,Papà- No smetti!"

prende il suo portagioie,tira fuori un ciondolo per la collana,

c'è una fotografia dentro "questa ti proteggerà papaà,portala con te"

la guardo,ci sono solo io di fronte allo specchio

questi fottutissimi muri devono avere il dono della parola perchè gente io

li posso sentire mi stanno dicendo "Hai soltanto un altra possibilità di farcela,ed è stasera"

Ora va fuori e dimostra al pubblico che li ami prima che sia troppo tardi

e come se uscissi solo dalla mia camera da letto

mi ritrovo sul palco,loro sono andate via,i riflettori sono accesi

e sto cantando

e quando me ne sarò andato,continua a vivere,non addolorarti

risollevati ogni volta che senti il suono della mia voce

e pensa che io sto vegliando su di te sorridendo

e non ho sentito nulla,quindi bambina non soffrire

sorridimi solo

e quando sarò andato,continua a vivere,non addolorarti

risollevati ogni volta che senti il suono della mia voce

e pensa che io sto vegliando su di te sorridendo

e non ho sentito nulla,quindi bambina non soffrire

sorridimi solo

60.000 persone,tutte che saltano sulle loro sedie

il sipario cala,mi stanno lanciando rose rosse ai miei piedi

faccio una pausa e ringrazio tutti per essere venuti qui stasera

stanno facendo un grande casino,guardo per l'ultima volta la folla

guardo giù e non posso credere in quello che sto vedendo

"Papà sono io,aiuta la mamma.i suoi polsi stanno sanguinando"

ma bambina siamo in Svezia,come ci sei arrivata fino in Svezia?

"Ti ho seguito papà,mi hai detto che non stavi andando via,

mi hai mentito papà, e ora hai reso la mamma disperata

ti avevo comprato questa moneta,dice "il Papà N.1"

questo era tutto quello che volevo,volevo solo darti questa moneta

"Ho capito tutto,molto bene,io e la mamma ce ne andiamo"

ma bambina aspetta "No è troppo tardi papà,hai preso una decisione

ora vattene e dimostra al pubblico che lo ami più di noi"

e' quello che loro vogliono,vogliono te Marshall,continuano a gridare il tuo nome

non mi sorprende che tu non riesca più a dormire,dai prenditi un altra pillola

yeah,scommetto che lo farai.

Ci canti sorpra,yeah,parole,rendile reali

sento gli applausi,tutte quelle volte che non mi rendevo conto

che i sipari stavano calando su di me

mi rigiro,trovo una pistola sulla strada,la prendo

me la punto alla tempia e grido "Shady crepa" a la premo

il cielo diventa scuro,la mia vita mi appare in un flash,i progretti che avevo cadono a terra,si spezzano e rompono

qui è quando mi sveglio,la sveglia sta suonando,c'è un uccellino che canta

è primavera e Hailie è fuori sull'altalena,vado direttamente da Kim e la bacio

le dico che mi è mancata tanto,Hailie sorride e ammicca alla sua sorellina

quasi come per restare

 

e quando me ne sarò andato,continua a vivere,non addolorarti

risollevati ogni volta che senti il suono della mia voce

e pensa che io sto vegliando su di te sorridendo

 

e non ho sentito nulla,quindi bambina non soffrire sorridimi solo

e quando sarò andato,continua a vivere,non addolorarti

risollevati ogni volta che senti il suono della mia voce

e pensa che io sto vegliando su di te sorridendo

e non ho sentito nulla,quindi bambina non soffrire

sorridimi solo

Edda Cattani“when i’m gone”
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Papa Francesco benedice l’ulivo

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Papa Francesco benedice palme e ulivi

Omelia a braccio per la domenica delle Palme

 

 

“Chi sono io davanti al Signore?”: una domanda semplice, posta dal capo della Chiesa romana. Papa Francesco recita la sua omelia in una domenica delle Palme di festa a piazza San Pietro e parla a braccio. Sembra quasi provato, stanco, ma chi lo conosce bene ha detto che la serietà di Bergoglio è dovuta “al momento solenne”. Il Papa ha analizzato l’atteggiamento di tanti personaggi durante la passione e la morte di Cristo.

“Dove è il mio cuore, a quale di queste persone assomiglio? Questa domanda ci accompagni per tutta la settimana”, ha detto Francesco, dopo aver citato i farisei, Giuda, le donne al sepolcro e Giuseppe di Arimatea. Impugnando il pastorale di legno d’olivo, sormontato da una croce, donato dai detenuti del carcere di Sanremo, il Papa ha benedetto le palme e gli ulivi dei tantissimi fedeli stipati in una San Pietro gremita.

Il pensiero di Bergoglio va ai giovani delle Giornate mondiale della gioventù, quando i polacchi hanno consegnato la croce ai brasiliani. Immancabile il riferimento a Papa Wojtila: “Egli chiese di portare questa croce in tutto il mondo come segno dell’amore di Cristo per l’umanità. Giovanni Paolo II è stato l’ideatore delle Giornate mondiali della gioventù e ne diventerà patrono”.

Papa Francesco ha ricordato l’imminente canonizzazione di Papa Wojtyla e di Papa Giovanni XXIII, prima di anticipare che “a Dio piacendo, 15 agosto prossimo, a Daujeon, nella Repubblica di Corea”, incontrerà “i giovani dell’Asia nel loro grande raduno continentale”.(A.B.)

 

13 aprile 2014

 

Non costringiamo il Padre nelle stanze del nostro sentire. Accogliamolo, così come si accoglie quella brezza di vento che smuove per un attimo le tendine alla finestra… P.V.

 

Edda CattaniPapa Francesco benedice l’ulivo
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L’Anno Santo della Misericordia

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L’Anno Santo della Misericordia

 

 

 

 

 

Papa Francesco il 14 mar<o 2015 ha annunciato nella Basilica di San Pietro la celebrazione di un Anno Santo straordinario. Questo Giubileo della Misericordia avrà inizio con l’apertura della Porta Santa in San Pietro nella solennità dell’Immacolata Concezione 2015 e si concluderà il 20 novembre 2016 con la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’Universo. All’inizio dell’anno il Santo Padre aveva detto: “Questo è il tempo della misericordia. È importante che i fedeli laici la vivano e la portino nei diversi ambienti sociali. Avanti!”

L’annuncio è stato fatto nel secondo anniversario dell’elezione di Papa Francesco, durante l’omelia della celebrazione penitenziale con la quale il Santo Padre ha aperto l’iniziativa 24 ore per il Signore. Questa iniziativa, proposta dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, promuove in tutto il mondo l’apertura straordinaria delle chiese per invitare a celebrare il sacramento della riconciliazione. Il tema di quest’anno è preso dalla lettera di San Paolo agli Efesini “Dio ricco di misericordia” (Ef 2,4).

L’apertura del prossimo Giubileo avverrà nel cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II, nel 1965, e acquista per questo un significato particolare spingendo la Chiesa a continuare l’opera iniziata con il Vaticano II.

Nel Giubileo le letture per le domeniche del tempo ordinario saranno prese dal Vangelo di Luca, chiamato “l’evangelista della misericordia”. Dante Alighieri lo definisce “scriba mansuetudinis Christi”, “narratore della mitezza del Cristo”. Sono molto conosciute le parabole della misericordia presenti nel Vangelo di Luca: la pecora smarrita, la dramma perduta, il padre misericordioso.

L’annuncio ufficiale e solenne dell’Anno Santo avverrà con la lettura e pubblicazione presso la Porta Santa della Bolla nella Domenica della Divina Misericordia, festa istituita da San Giovanni Paolo II che viene celebrata la domenica dopo Pasqua.

Anticamente presso gli Ebrei, il giubileo era un anno dichiarato santo che cadeva ogni 50 anni, nel quale si doveva restituire l'uguaglianza a tutti i figli d'Israele, offrendo nuove possibilità alle famiglie che avevano perso le loro proprietà e perfino la libertà personale. Ai ricchi, invece, l'anno giubilare ricordava che sarebbe venuto il tempo in cui gli schiavi israeliti, divenuti nuovamente uguali a loro, avrebbero potuto rivendicare i loro diritti. “La giustizia, secondo la legge di Israele, consisteva soprattutto nella protezione dei deboli” (S. Giovanni Paolo II in Tertio Millennio Adveniente 13).

La Chiesa cattolica ha iniziato la tradizione dell’Anno Santo con Papa Bonifacio VIII nel 1300. Bonifacio VIII aveva previsto un giubileo ogni secolo. Dal 1475 – per permettere a ogni generazione di vivere almeno un Anno Santo – il giubileo ordinario fu cadenzato con il ritmo dei 25 anni. Un giubileo straordinario, invece, viene indetto in occasione di un avvenimento di particolare importanza.

Gli Anni Santi ordinari celebrati fino ad oggi sono 26. L’ultimo è stato il Giubileo del 2000. La consuetudine di indire giubilei straordinari risale al XVI secolo. Gli ultimi Anni Santi straordinari, del secolo scorso, sono stati quelli del 1933, indetto da Pio XI per il XIX centenario della Redenzione, e quello del 1983, indetto da Giovanni Paolo II per i 1950 anni della Redenzione.

La Chiesa cattolica ha dato al giubileo ebraico un significato più spirituale. Consiste in un perdono generale, un'indulgenza aperta a tutti, e nella possibilità di rinnovare il rapporto con Dio e il prossimo. Così, l’Anno Santo è sempre un’opportunità per approfondire la fede e vivere con rinnovato impegno la testimonianza cristiana.

Con il Giubileo della Misericordia Papa Francesco pone al centro dell’attenzione il Dio misericordioso che invita tutti a tornare da Lui. L’incontro con Lui ispira la virtù della misericordia.

Il rito iniziale del giubileo è l'apertura della Porta Santa. Si tratta di una porta che viene aperta solo durante l'Anno Santo, mentre negli altri anni rimane murata. Hanno una Porta Santa le quattro basiliche maggiori di Roma: San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le mura e Santa Maria Maggiore. Il rito di aprire la Porta Santa esprime simbolicamente il concetto che, durante il Giubileo, è offerto ai fedeli un “percorso straordinario” verso la salvezza.

Le Porte Sante delle altre basiliche verranno aperte successivamente all'apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro.

La misericordia è un tema molto caro a Papa Francesco che già da vescovo aveva scelto come suo motto “miserando atque eligendo”. Si tratta di una citazione presa dalle Omelie di San Beda il Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di San Matteo, scrive: “Vidit ergo Iesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me” (Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi). Questa omelia è un omaggio alla misericordia divina. Una traduzione del motto potrebbe essere “Con occhi di misericordia”.

Nel primo Angelus dopo la sua elezione, il Santo Padre diceva: “Sentire misericordia, questa parola cambia tutto. È il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza” (Angelus 17 marzo 2013).

Nell’Angelus dell’11 gennaio 2015 ha affermato: “C’è tanto bisogno oggi di misericordia, ed è importante che i fedeli laici la vivano e la portino nei diversi ambienti sociali. Avanti! Noi stiamo vivendo il tempo della misericordia, questo è il tempo della misericordia”. Ancora, nel suo messaggio per la Quaresima 2015, il Santo Padre ha detto: “Quanto desidero che i luoghi in cui si manifesta la Chiesa, le nostre parrocchie e le nostre comunità in particolare, diventino delle isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza!”

Nel testo dell’edizione italiana dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium il termine misericordia appare ben 31 volte.

 

(da Vaticano/Documenti)

Edda CattaniL’Anno Santo della Misericordia
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Anno della Misericordia

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"Misericordias Domini"

 

Oggi 13 marzo 2015 a due anni del suo pontificato giunge questo annuncio:
 "Cari fratelli e sorelle – ha detto Bergoglio -, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua missione di essere testimone della Misericordia. È un cammino che inizia con una conversione spirituale. Per questo ho deciso di indire un Giubileo straordinario che abbia al suo centro la misericordia di Dio. Questo Anno Santo inizierà nella prossima solennità dell'Immacolata Concezione e si concluderà il 20 novembre del 2016, domenica di Nostro Signore Gesù Cristo, re dell'universo e volto vivo della misericordia del Padre. Affido l'organizzazione di questo Giubileo al Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, perché possa animarlo come una nuova tappa del cammino della Chiesa nella sua missione di portare a ogni persona il vangelo della Misericordia".




 

 

Era il 1961 ed io vivevo una delle più belle esperienze della mia vita: giovinetta con grandi ansie spirituali, mi beavo di quel conforto del cuore che mi faceva sentire completamente abbandonata nelle mani di Gesù e di Maria. Abitavo in un luogo capace di rispondere alle mie attese giacchè si trattava di un convento dove venivano accolte, per una seria riflessione, giovani desiderose di incontrarsi con Dio. La sera, dopo le intense giornate lavorative, ci si recava, in assoluto silenzio, in fila, con il cero in mano ed un velo bianco in testa, lungo l’immenso corridoio, fino a raggiungere una grande statua della Madonna, illuminata da una corona di stelle e circondata, come in un giardino, da tante piante e fiori di ogni genere. Fra quei fiori deponevo il mio cuore in adorante visione di una realtà “altra” piena di amore, di dolci profumi, di musica, di bontà e di speranza. Un canto che veniva intonato e che mi affascinava era un inno noto alla liturgia, derivante da un Salmo: “Misericordias Domini in aeternum cantabo (canterò in eterno le Misericordie del Signore). In quell’atmosfera surreale formulai le mie prime promesse, mai dimenticate ed un patto per la mia vita futura assunse la modalità dell’impegno che cercai di trasmettere sempre ai miei figli, quando diventai giovane madre.

 

 

E’ tempo di Quaresima. Questo momento di silenzio con l’invito che Dio ci rivolge è molto importante. Noi cammineremo verso la Pasqua per quaranta giorni. Quaranta giorni per trasformarci, per diventare capaci di comprendere il suo amore nell’assenza di rumore e del frastuono che ha riempito le giornate del pazzo “carnevale”.

Leggiamo il vangelo di Matteo (6,1-6.16-18) : “…quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.

Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”. 

Ecco dunque il percorso: il digiuno, come mortificazione per astenersi dalle cose futili; la preghiera, per chiedere a Dio di aiutarci a compiere il nostro dovere di ogni giorno; il silenzio per trovare nella nostra giornata un momento di riflessione e pensare alle cose che contano nella vita.

In uno dei tanti messaggi Andrea ci dice: “… fate tutto zitti, zitti…” La semplicità delle brevi frasi che ci giungono sono sempre un invito alla riservatezza, alla partecipazione del cuore, al silenzio interiore. Senza queste peculiari connotazioni non vi può essere comunicazione con i nostri Cari dell’Oltre; per questo noi dobbiamo anche dimenticarci del nostro dolore per non farne il solo scopo della nostra vita. L’evento tragico che ci ha colpito non può annullare la nostra vita al punto da ritenere che essa non meriti di essere vissuta nella pienezza e nella scoperta di cose sempre più belle che avremo modo di apprezzare.  Ricordo di avere assistito ad una conferenza di uno studioso di Padova nelle sue vestigia medioevali e di avere sentito dire: “… noi siamo abituati a passare per le strade e a guardare dove mettiamo i piedi…cosa più che mai giusta… ma se alzassimo lo sguardo ci assalirebbe una meravigliosa visione di splendidi cornicioni, di torricini, di balconi, di cupole che si stagliano nel cielo invitandoci a ringraziare l’Onnipotente per le grandezze che abbiamo saputo creare per glorificarlo.

Riscopriamo in questa quaresima la bellezza dell’amore che ci sembra di avere perduto e pensiamo che quel corpo che è scomparso sotto una pietra tombale è destinato a risorgere glorioso e più bello di prima.

I primi giorni del mio amaro peregrinare nella casa vuota dove, fino a qualche giorno prima, echeggiavano canti e risa dei miei figli,  ripensavo al corpo statuario di quel figlio, bello nella sua esuberante giovinezza e gli chiedevo fra le lacrime: “Come sei ora, figlio mio, eri tanto bello!” una voce esile, ma decisa mi rispose: “Di più, di più di prima, mamma!”

Ecco la completezza del messaggio cristiano: IO RISORGERO’  questo mio corpo vedrà il Salvatore! Certamente dovremo passare attraverso la quaresima che, anche nella sua spoglia contrizione assume il grande significato dell’attesa.  

 

 

Viviamo in un paese di oscurità

Ho attraversato la frontiera, Signore, e sono passato nel paese di oscurità!

nella regione dove mi sono stabilito sboccia il piacere di ostentare la disonestà di fronte agli altri;

 la bontà non ha posto; la menzogna è un costume e la maschera della falsità una pratica quotidiana.

si tratta di dominare e guardare dall'alto. Le parole di dolcezza non hanno corso.

Sono diffuse solo parole offensive. Qui ognuno trascorre il suo tempo a riempire soltanto la propria borsa

anche se per questo bisogna vuotare quella del vicino. qui non esiste prossimo:

non esiste che se stesso da accontentare prima di tutto. E quali mani, in questo paese,

si tendono per cogliere la limpidezza che tu, Signore, moltiplichi instancabilmente?

pietà di me, signore, sono smarrito: fammi tornare nel paese del vangelo!

 

È un richiamo alla verità, al voler essere veri, autentici dinanzi a Dio; è un richiamo molto opportuno e molto giusto. Non si vedrebbe come ci si possa convertire a Dio se non si comincia da un profondo atto di one­stà e di verità interiore. Gesù nel Vangelo pone così questo problema di verità: non cercare – ci dice – la tua dignità e la tua grandezza specchiandoti nel giudizio degli al­tri, nella loro lode, compiacendoti della loro ammirazione. Cerca la tua dignità e la tua grandezza specchiandoti nel giudizio di Dio, e lì troverai la tua verità, perché solo Dio ti giudica nel modo ve­ro, nel modo autentico e ti dà dunque la dignità della sua approvazione e della sua lode. E’ una scelta fondamentale da fare, anche perché i nostri atteggiamenti umani sono sempre sul filo del rasoio a questo proposito: cercare la nostra dignità negli altri, oppure cercare la nostra dignità profonda nell'incontro segreto e sconvolgente con Dio. Gesù rimproverò a questo proposito tutti coloro che facevano opere buone per essere lodati dagli uomini, e commentò: « Avete già ricevuto la vo­stra ricompensa ».

 

           E’ tempo di vivere

Da ora e per quaranta giorni, che vivere diventi la nostra urgenza quotidiana!

Prima di tutto andare alla sorgente del Vangelo e immergersi nella sua frescura,

rimanere in silenzio per cogliere la quiete e la calma che rendono capaci di afferrare

 le gioie tremule disposte sul nostro cammino, distribuite e condivise, perché ciò che siamo e che abbiamo ci è stato dato perché facciamo crescere la felicità dei nostri Cari.

Siamo consapevoli che il Padre ci porta sulle sue braccia,

e che comunica la sua divina potenza di trionfare sulla morte

che ha incrociato la luce dei nostri giorni.

 

"Tornate a me e vivrete, dice il Signore"

Signore, voglio tornare a Te, perché Tu solo puoi darmi gioia e conforto, perché tu sei la mia gioia e la mia vita ed io…

Misericordias Domini in aeternum cantabo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edda CattaniAnno della Misericordia
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Vivere il morire

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 VIVERE IL MORIRE

 

 

Don Sergio Messina

Sacerdote dal 1973, per più di trenta anni è stato assistente religioso ospedaliero nella diocesi di Torino. Venuto a contatto con le problematiche che riguardano la sofferenza umana, la fine della vita e l'accompagnamento dei morenti.

 

Perché temiamo ciò che non conosciamo?

Temere la morte non è che credere di essere saggi senza esserlo, di sapere ciò che non si sa. Infatti, nessuno sa che cosa sia la morte, se per l'uomo il più grande dei beni, eppure tutti la temono come se fossero sicuri che essa è il più grande dei mali. E non è forse la più riprovevole ignoranza, questa, di credere di sapere ciò che non si sa. E in questo, forse, ateniesi, io mi sento diverso dagli altri; e se dovessi credere di essere più sapiente di qualche altro sarebbe per il fatto che, non conoscendo nulla dell'aldilà, non presumo di saperlo. (1)

Perché temiamo ciò che non conosciamo? Mi faccio tante volte questa domanda girando tra i letti d'ospedale dove da diciotto anni passo la maggior parte del mio tempo. Spesso incontro persone che non hanno paura di parlare dell'aldilà perché hanno letto dei libri e si sono fatti una cultura che li aiuta ad affrontare queste realtà ultime con un certo distacco. E così sento esprimere sensazioni provate a leggere certe riviste specializzate oppure seguo le divagazioni di chi, parlando di queste cose, fa uno zibaldone di ricordi familiari legati a riti o credenze religiose, di spezzoni di film sui fantasmi o sugli zombi e di goliardici racconti di interrogazioni sui miti dell'Antico Egitto o sulla Divina Commedia.
Soprattutto però mi pare di captare quasi sempre una richiesta implicita. "Va bene – mi sembra che dicano i miei interlocutori – giochiamo pure a parlare del dopo, tanto tutte le opinioni sono 'vere', come lo è altrettanto il loro contrario. Ma per favore, non tocchiamo l'argomento morte".
Oggi siamo qui invece per toccare questo argomento che noi, come i contemporanei di Socrate, "per riprovevole ignoranza, pensiamo di sapere".
Pensiamo di conoscerlo, di tenerlo in pugno, ma in realtà lo aborriamo, non vogliamo sentirne parlare e di fatto lo etichettiamo, lo banalizziamo, lo svuotiamo del suo profondo significato. Non conoscendolo, diamo per scontato che "sia il più grande dei mali" e così togliamo alla nostra vita una delle sue esperienze fondamentali, cioè lo espropriamo alla nostra vita.
Sarebbe vita la nostra se ci espropriassero la libertà, la possibilità di autonomia, il bisogno di dare e ricevere affetto? Non sarebbero criminali coloro che ci impedissero di esercitare queste nostre "esperienze umane fondamentali", solo perché sono dolorose e difficili?
Allora perché fin da piccoli non veniamo messi nell'occasione di "conoscere questa esperienza vitale" e chi ci educa dà per scontato che è certamente meglio lasciare al silenzio e al destino l'incontro con la morte e i morenti?
Attorno a me vedo tanto interesse per ciò che va al di là della nostra comprensione e di cui possiamo solo tacere. Tanto interesse per parole vuote e alienanti. Mi pare davvero perdita di tempo approfondire questioni che sono sottratte alla nostra reale possibilità di comprendere, di possedere pienamente, essendo per loro natura inesprimibili. Mentre il tempo guadagnato è il tempo dato a guardare in faccia la realtà e soprattutto il tempo dato a fare chiarezza dentro di sé per scandagliare e interrogarsi. Per confrontare i diversi modi di agire che la antropologia ci permette di conoscere e per utilizzare le esperienze di vita di chi ci ha preceduto per affrontare con successo le situazioni difficili dell'oggi.
Non è alienazione preoccuparsi di cosa faremo nell'aldilà, mentre così poco interesse viene dato ad accompagnare chi, nell'al di qua, sta progettando un viaggio (cioè il proprio morire) senza bussola e senza "nutrimento"?

Tragicità e assurdità

Faccio una premessa doverosa e indispensabile. La realtà del morire resta e resterà sempre realtà che mette a nudo i nodi irrisolti della nostra vita. Questo, a mio parere, è la sua tragicità e la sua assurdità.
Una tragicità che nasce dal fatto che esplodono tutte insieme le contraddizioni che non si sono volute risolvere nella propria esistenza. O non si è potuto, per educazione familiare e religiosa, ad esempio. O per troppa paura, per limiti caratteriali.
Se infatti non si è stati capaci di metabolizzare correttamente i segni della vita, che sempre ci parlano di inizio e di termine, di crescita e di perdita, di nascita e di morte, diventa certamente tragico affrontare in modo affrettato e sofferto tutta una serie di problematiche che si sarebbero dovute interpretare a tempo debito, confrontandosi, ad esempio, con il pensiero e la prassi di qualche 'maestro' del morire oppure impegnandosi a individuare per tempo, quando il morire sembra ancora tanto lontano, compagni di strada che siano per noi sostegno sincero e solido e non ci lascino soli al nostro destino.
Se non siamo mai riusciti a passare serenamente del tempo accanto a un morente, se non abbiamo mai veramente accompagnato chi lascia la vita e non abbiamo mai voluto pensare all'importanza e al dovere di instaurare con lui comunicazioni fondate sulla sincerità, 'penseremo' inevitabilmente al nostro morire come a una lunga serie di mesi di tragedia, ritmati dalla sofferenza e dalla solitudine, dall'angoscia e dalla incomunicabilità.
E la paura inquinerà la nostra vita perché tenteremo sempre di rimuovere questo pensiero. E non è già una tragedia questo? Quando poi verrà il momento di vivere ciò che per tanto tempo abbiamo paventato, come farà a non esplodere l'angoscia? Perché dovremo dare risposta adeguata a domande che abbiamo accantonato, a problemi che ora dobbiamo guardare in faccia, dobbiamo gestire. E coi quali dobbiamo necessariamente imparare a convivere. Forse viviamo nella speranza o pretendiamo che alla fine arrivi un deus ex machina che ci tolga il fardello del morire. Ma ciò significa comportarsi da irresponsabili. Una irresponsabilità che coltiva tragedie e sfocia in tragedie.

Una assurdità perché il peso da portare alla fine della vita è certamente eccessivo. Pensiamo alla sofferenza che non sempre riesce a tenere sotto controllo e che soprattutto in Italia non viene combattuta dalla classe medica con tutte le risorse disponibili. Pensiamo al disfacimento di tutta una serie di realtà che fanno perdere al morente, a volte in brevissimo tempo, ruoli e identità lentamente costruite nel tempo. Pensiamo alla delega quasi sempre totale che colui che si sente morire deve dare a apparati sanitari, familiari, istituzionali, religiosi che spesso non brillano per 'scienza e coscienza'. Gli 'apparati' tendono a nascondere le problematiche legate alla fine della vita e si adeguano facilmente al ruolo di spettatori dell'evento-morte e del resto l'amore dei parenti, la competenza degli operatori, l'impegno dei volontari, la disponibilità dei religiosi di fatto risponde spesso in modo assai poco adeguato ai reali bisogni dei morenti. Forse perché non si può dare ciò che non si è o che non si è riusciti a diventare. Chi non ha fatto i conti con il proprio vivere a termine, chi ha omesso di rispondere alle domande che l'ineluttabilità della morte pone, chi ha tralasciato di dare tempo alla riflessione, al dibattito su questi argomenti non può che ritrarsi spaventato davanti al pensiero della morte e davanti al morire concreto di un uomo, perché sarà uno sperare ancora una volta di essere esonerato dal cominciare a vivere il proprio morire. E tutto questo da una parte rende assurdo il vivere che è continua apprensione per la catastrofe che può accadere travolgendoci improvvisamente e lasciandoci in balia del nostro nulla e delle nostre paure irrisolte e dall'altra renderà ai morenti ancora più assurda l'esperienza che stanno vivendo nella solitudine e nell'abbandono.


Il Paese delle Lacrime è così misterioso (Saint-Exupery)

Saint-Exupery esprime la difficoltà che il Piccolo Principe ha nell'entrare nel Paese delle Lacrime "Non sapevo bene cosa dirgli. Mi sentivo maldestro. Non sapevo come toccarlo, come raggiungerlo" (2). Sì, il Paese delle Lacrime è dolorosamente misterioso perché mette a nudo chi siamo e dove andiamo con realistica brutalità. Che infrange in mille pezzi il nostro narcisismo e la nostra presunzione. Che radica il nostro esistere nell'impotenza e nella vanità, secondo la felice espressione del Qoelet (3).
Nessuno questo lo dimentica. Il morire sarà sempre accompagnato dallo strappo degli affetti, dei progetti e delle speranze. Sarà sempre doloroso, sempre alternativo alla nostra mania di onnipotenza che non vorrebbe mai lasciare ciò su cui abbiamo costruito la nostra storia personale e relazionale, ciò che abbiamo conquistato, ciò per cui abbiamo faticato. Sarà sempre rompere tutta una serie di legami che noi abbiamo annodato con persone e con cose, con avvenimenti storici e costruzioni mentali che se da una parte ci hanno immerso e legato alla vita dall'altra ci hanno 'assicurato' contro la paura del 'nulla eterno' e hanno rimandato
al 'poi' una presa di coscienza della realtà del nostro 'limite'. Il Paese delle Lacrime è misterioso, ma misterioso non significa impenetrabile, né inaccessibile.

Una Storia vera

E' il 27 gennaio di quest'anno. C'è un signore che mi cerca in portineria. Ha letto il mio libro e ha pensato di contattarmi per narrarmi una storia, una esperienza di vita, un cammino che lo ha portato, dopo una lunga e faticosa escursione, alla cime di una montagna sacra dove ha esperimentato la gioia di toccare l'infinito. Lo ascolto con attenzione. Mi narra di un padre e di una madre morti di cancro, accompagnati nella loro malattia dall'affetto sincero dei figli.
Ricordi segnati dalla certezza di aver seguito con tenera attenzione i genitori morenti, ma anche nel dispiacere di non essere riusciti a trovare nel proprio cuore la forza di riempire di verità i giorni dolorosi e unici del distacco annunciato. Una amarezza che però si tramuta, dopo la morte dei genitori, in un impegno fecondo preso con la sorella più grande di dirsi la verità, nel caso un tumore avesse albergato in futuro nella loro vita.
Dopo quattordici anni l'ospite temuto si presenta e si insedia nell'esistenza della sorella, invitandola alla danza di coloro che ballano nella verità. E allora l'impegno preso anni prima diventa per questo uomo certezza morale di dover abbracciare con sincerità la sorella sussurrando parole non vuote, né mistificatorie. Parole che aiutano l'ammalata a dare un nome preciso a quei dolori, a quei farmaci, a quei silenzi imbarazzati. Parole dure, ma che trasformano i tre mesi della malattia. Essi diventano… giorni riempiti di tutto ciò che è autentico, è vivo, è spirituale. E ora i ricordi di quei tre mesi sono rievocati come segni, come impronte dello Spirito che riesce a scaldare la vita anche nei giorni più gelidi perché la comunicazione sincera è figlia di Dio ed è veicolo del Suo calore d'amore.
A settembre una ecografia rivela che un rene di quest'uomo è invaso dalla stessa malattia. Il tecnico che esegue l'esame se ne rende conto, ma non sa come dirglielo. Tergiversa e non trova nulla di meglio che domandargli a più riprese se ha dei parenti. Lui capisce che la domanda è una implicita richiesta da parte del tecnico di permettergli di giocare con la verità e di affidarla caso mai, solo ai consanguinei. Lui si sente condannato a morte, ma non solo dalla malattia. E decide di non fare lo spettatore. Insiste subito che il giudice gli legga la sentenza e vuole conoscere tutti i dettagli, i passi, le eventualità che lo attendono prima della sua esecuzione. Oggi vuole ascoltare il giudice con lo stesso sofferto coraggio con cui domani guarderà in faccia il carnefice.
Viene operato. L'operazione sembra tramutare la condanna a morte in una condanna all'ergastolo. Domani forse verrà la grazia, più bella perché non attesa.
Sente in questi giorni la necessità di parlare con qualcuno che capisca la sua ricerca, che incoraggi la sua sete di sincerità, che sostenga il suo passo su questo sentiero così poco battuto.
"Mi sento – dice – come un giocatore di calcio che ha visto l'arbitro estrarre il cartellino e ha subito pensato che fosse un cartellino rosso. Era invece un cartellino giallo. Ho ancora un po' da giocare, ma ho preso coscienza che basta una minima infrazione e… non sarò più della partita." Salutandolo e ringraziandolo ho pensato che quest'uomo aveva già vinto la sua partita, perché la morte per lui era diventata solo un avversario con cui giocare nel bellissimo gioco della vita.

Il principio di autonomia

Tutti i discorsi che a mio parere, vengono fatti in questo convegno hanno senso solo se noi crediamo al dovere di vivere il nostro morire. Solo se noi consideriamo il nostro morire un bene intangibile e indisponibile. Un bene cioè che cade sotto il principio fondamentale dell'etica: quello dell'autonomia. Compete essenzialmente a noi la piena e completa decisione su come gestire questa fase della vita. Qualsiasi atteggiamento noi ci proponiamo di tenere al termine dell'esistenza deve essere da noi scelto per tempo e deve essere da noi per tempo comunicato a coloro che noi pensiamo capaci di sostenerci nel nostro 'morire' e disponibili a 'comprendere', a prendere con sé il fardello di accompagnarci fino alla fine. Dobbiamo rassicurarci: non porta male. Serve solo a non essere poi trattati male da coloro che altrimenti vivranno con noi questa esperienza così dolorosa senza punti di riferimento e con poche possibilità di rompere il muro di impenetrabilità che l'angoscia di morte quasi inevitabilmente pone tra viventi e morenti. Non possiamo sperare che le cose prendano da sole una piega favorevole. Non possiamo comportarci da vili. Perché "fatti non foste per vivere come bruti, ma per seguire virtude e conoscenza" (4)
Una virtù e una conoscenza che non può esimerci dal guardare in faccia la propria morte e decidere con quali interlocutori appropriati comunicare e con quali accompagnatori qualificati percorrere questo segmento di esistenza. Qui per me sta la soluzione al nodo più angoscioso, ma anche più nostro della vita. Il primo che deve salvaguardare il principio di autonomia sono io per me. Perché se non lo faccio io, nessuno può a me sostituirsi.
Nella fase terminale basterebbe che ciascuno si impegnasse a essere se stesso e a non delegare a nessuno la propria autonomia per ridimensionare, almeno in parte, tutto un carico di incomprensioni, di sofferenze, di solitudini. Basterebbe assumersi l'impegno di non lasciare alla casualità o al destino questo 'suo pezzo' di vita così importante.
Per vivere il proprio morire però è necessario credere. Perché credere significa fare chiarezza dentro di sé in modo che ciò che deciderò di compiere diventi veramente 'mio', frutto di una riflessione in cui io ho messo in discussione valori e comportamenti. Credere vuol dire scegliere su cosa giocare il vivere e il morire non accettando interferenze esterne e neppure dando deleghe in bianco ad altri. Credere comporta dare tempo alla riflessione, allo studio, all'analisi dei condizionamenti che hanno segnato il nostro percorso formativo e poi imboccare la propria strada senza tentennamenti. Autonomamente senza rancori, senza rimpianti, senza rimorsi. Non perché si è convinti di essere sempre nel giusto tout-court, ma perché ogni scelta fatta con coscienza da me è mia e nessuno mi può espropriare questo compito gravoso ed esaltante. Nessuno potrà mai decidere per noi, a meno che noi non abbiamo delegato coscientemente questa nostra prerogativa. Ma la delega l'ha data la nostra coscienza. Il che significa che siamo stati noi a decidere, cioè abbiamo salvaguardato il principio della autonomia.

Il principio di beneficialità

Nessuno può interferire, senza il nostro permesso, in questo nostro ambito, neanche in nome di una presunta beneficialità. Se il malato stesso non prende in mano il proprio morire correrà il rischio che il suo entourage si sostituirà a lui nelle decisioni che lo riguardano. Sembra infatti che tutti sappiano ciò che è bene per il malato. Sembra che non ci sia bisogno di dibattito etico su questa terra di nessuno, perché tutti paiono aver deciso per tempo quali sono i valori, le scelte da fare, gli atteggiamenti da tenere. Si dà per scontato che il silenzio del malato è la scelta di chi non vuole fare domande, che gli scatti d'ira sono dovuti solo al male fisico e che il non volersi più nutrire è solo causato dalla stanchezza o dalla poca volontà di collaborazione. La famiglia difficilmente ripensa in un'ottica di ascolto ai piccoli segnali inviati dal malato, né si sforza di immedesimarsi nello status di un morente.
Anzi ci si vanta di tenere tutto sotto controllo e di riuscire a interpretare sempre correttamente i bisogni del malato. E' chiaro che se il morente per primo non ha mai espresso opinioni in proposito, significa implicitamente che ha delegato ad altri questo compito. Ma la delega deve essere chiara e precisa, oserei dire firmata e consacrata dalla presenza di testimoni. E non certamente in senso giuridico, ma etico. E' il malato che deve esplicitare cosa lo aiuta a vivere in pienezza, cosa lo conforta, cosa lo assilla. E non è lecito a nessuno dettare legge o peggio dare interpretazioni personali sul senso che il malato ha voluto dare alla sua vita e sul valore delle sue scelte, indirizzandole magari verso mete consacrate dall'uso culturale o religioso. Le interpretazioni personali possono essere molto gratificanti per chi ne fa uso, ma sono certamente fuori dalla verità.
E poi non scegliere molte volte può significare lasciare tante cose incompiute, arruffate, confuse. Pensiamo, per esempio, alla mancanza dei testamenti scritti che chiudono le famiglie in spirali di odio e di ripicche per intere generazioni. Oppure ai sensi di colpa che devastano l'intimo di persone che, ancora a distanza di anni, si domandano che cosa sarebbe stato meglio fare. Perché la fase terminale è momento unico e occasione
irripetibile che non tornerà più, 'talento' da far fruttare se non si vuol vivere da "servo malvagio e infingardo". (5)
Troppo spesso, mi pare, noi tendiamo a giustificare atteggiamenti presi dalle équipes mediche o dai parenti nei confronti dei morenti perché riconosciamo loro una certa buona fede o, tutt'al più, una mancanza di coraggio. La mia esperienza mi porta invece a riconoscere in questi atteggiamenti quasi sempre la paura che attanaglia malati e sani in una spirale di 'morte' che paralizza ogni moto di sincerità in nome di un presunto bene o beneficio dell'altro.
E' il suo bene, si sente dire e tutti accorrono ad abbeverarsi a questo principio, a questa oasi che lenisce la sete di chi da tempo cammina in una landa assolata e desolata. Ma forse ci si potrebbe trovare in un'altra terra, magari rigogliosa e ricca di acque. Basterebbe forse essere riusciti a coinvolgere il malato, a interpretare le sue parole e i suoi silenzi, le sue bestemmie e le sue preghiere. Lo so che non è facile. Non per nulla ho definito "landa assolata e desolata" il tempo dell'accompagnamento dei morenti. Ma forse si possono ipotizzare altri percorsi, altri sussidi, altre comunicazioni.
E ancora una volta il responsabile principale di questa fase deve essere il malato, perché compete a lui, come dovere cui non può eticamente sottrarsi, chiedere rispetto per sé, per le sue paure e le sue speranze, le sue decisioni e le sue aspettative di vita. Ha ben sintetizzato questo pensiero la Kübler-Ross:
"Se quando vai a trovarlo, il paziente ti dice: 'So di avere un cancro. Non uscirò mai più da questo ospedale', allora tu lo sentirai, lo aiuterai, perché ti rende le cose facili. E' lui a dare inizio alla comunicazione a dire pane al pane e vino al vino… I pazienti terminali che sanno parlare chiaro della loro malattia mortale sono quelli che hanno già superato la loro peggior paura, la paura della morte. In realtà sono loro che aiutano te, non il contrario. Sono loro i tuoi terapeuti, sono loro che ti fanno un regalo". (6)
Non è facile guardare in faccia la propria morte. Forse molti non ci riusciranno mai perché non è proprio facile improvvisare al termine della vita atteggiamenti e comportamenti. Ma non possiamo dare per scontato che di questa fase della vita nessuno sia veramente e assolutamente responsabile. Da sempre è stato individuato l'attore principale che può dare senso e significato al lasciare la vita: è il malato che non deve svendere, almeno alla fine, il suo essere persona. Deve decidere, appena ne prende coscienza, e impegnarsi a salvaguardare la capacità di riflettere su se stesso e sul proprio agire, di prendere decisioni autonome e libere, di inventare come essere e come agire nella fase terminale della vita senza aspettarsi dagli altri niente altro che essere ascoltato, accompagnato, supportato, per tutto ciò che è il suo benessere.
Ogni persona, per quanto condizionata da un programma biologico e culturale, infatti ha sempre la possibilità di scegliere, almeno parzialmente ed ha sempre una libertà interiore che lo porta a pronunciare sì o no, a progettare, a decidere autonomamente cosa è giusto e cosa è sbagliato. Perché è l'unica creatura che fa etica.
Fare etica, giocarsi la vita sulla salvaguardia di ciò che abbiamo di più intimo e invendibile: la nostra coscienza. Sensibilizzarsi per tempo per sapere affrontare con umiltà e determinazione la sfida centrale della nostra esistenza. Illuminarsi la strada per decidersi e sapere dove andare, equipaggiarsi per evitare sorprese e proporsi un progetto di vita che valorizzi e giustifichi, definisca i confini e gli orizzonti dei valori e dei comportamenti che identificheranno autonomamente il nostro morire.
Fare etica per non lasciarsi irretire dai falsi profeti che senza chiederci il permesso, si introducono nella nostra visione della vita e della morte per irridere la verità, preoccupati come sono solo delle loro paure. Persino con Francesco d'Assisi, alla fine della vita, per il suo bene, hanno tentato di barare.
"In questi giorni un medico di Arezzo, di nome Bongiovanni, molto amico di Francesco, venne a visitarlo nel palazzo vescovile di Assisi. Il santo lo interrogò. 'Che ti sembra Benvegnate, della mia idropsia?' Il medico rispose: 'Fratello,con l'aiuto del Signore starai meglio'. Francesco insistette: 'Dimmi la verità. Qual è il tuo parere? Non aver paura a dirmelo, poiché con la grazia di Dio non sono un pusillanime che teme la morte; per dono dello Spirito Santo sono così unito al mio Signore da essere ugualmente felice sia di vivere che di morire'.
Allora Bongiovanni parlò senza reticenze: 'Padre, secondo la nostra scienza la tua malattia è evidentemente incurabile. Penso che per la fine di settembre o ai primi di ottobre tu morirai'.
Allora Francesco, steso sul letto, levò le mani verso il Signore con grande fervore e riconoscenza e pieno di gioia d'anima e corpo esclamò: 'Sii la benvenuta, sorella mia Morte'".(7)

La morte non vuole gli stupidi (Cecov)

Un detto sufi che mi è molto caro afferma: "La cosa di cui parliamo non si potrà mai trovare cercandola, eppure, solo coloro che la cercano la trovano". Un detto che esprime la inadeguatezza di tutti i nostri strumenti per infrangere il velo dell'impenetrabile, ma nello stesso tempo lo stimolo a rendere carne e sangue, cioè vivibile, ciò che in ogni caso ci appartiene.
Sì, la morte ci appartiene, come ci appartiene il morire. La morte è vivibile come è vivibile l'accompagnamento al morire dei nostri cari. Basta, l'ho scritto sul manifesto del progetto hospice della nostra associazione, "rompere lo schema che accomuna fase terminale con incomunicabilità e con insincerità e che squalifica a priori tentativi nuovi di rendere tutti più consapevoli e coinvolti nell'accompagnamento dei morenti".
Dobbiamo guardare in faccia la morte, perché essa è parte integrante della vita come la libertà, la sessualità e la ricerca sincera e appassionata di conoscere il volto autentico di Dio. Per fare questo occorre smantellare ciò che ci ingabbia in nome del "si è sempre fatto così" o del "è impossibile" e riuscire così a esprimere le nostre più recondite aspirazioni. Dipende da noi e da quando margine di manovra riusciamo a ritagliarci per vivere appieno e per fare del nostro morire uno strumento essenziale del nostro vivere. Forse dovremmo cominciare a pensare che nei primissimi anni di vita la famiglia, la società e la religione ci passano le loro paure, le loro zone tabù, le loro opzioni che così poco si sposano con la razionalità e la ricerca della verità. E forse allora la nostra vera vita inizia quando cominciamo con coraggio a liberarci di questi fardelli che paralizzano il nostro lento aprirci alla realtà di un'esistenza che è avventura, ricerca e ritrovamento di tesori nascosti per acquistare i quali vale la spesa vendere tutto.
Sarà per questo che Cecov ha scritto che "la morte non vuole gli stupidi". Perché chi rinnega la propria morte vive stupidamente, impoverendo giorno per giorno la sua esistenza. E' stato saggio invece Socrate che di fronte alla sua ingiusta condanna a morte non esprime rancore, ma richiama tutti, anche i suoi stessi carnefici, al dovere di vivere sempre in pienezza. Cioè a guardare in faccia, con atteggiamento etico, la vita e la morte:
"Vi voglio pregare di una cosa: quando i miei figli saranno cresciuti, puniteli, cittadini, stategli dietro come facevo con voi, se vedrete che si preoccupano più delle ricchezze o degli altri beni materiali che delle virtù e se si crederanno di valere qualcosa senza valere poi nulla, rimproverateli, come io rimproveravo voi, per ciò che non curano e che, invece, dovrebbero curare, se credono di essere 'grandi uomini' e poi non sono niente. Se farete questo, io e i miei figli avremo avuto da voi ciò che è giusto. Ma è giunta, ormai, l'ora di andare, io a morire, voi a vivere. Chi di noi vada a miglior sorte, nessuno lo sa tranne dio". (8)

1) Platone, Apologia di Socrate, Garzanti Milano, 1993, pp. 23-24
2) Sain Exupery, Il piccolo principe, Bompiani
3) Qoelet 1,1
4) Dante, La Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI
5) Mt, 5, 14
6) Kübler-Ross, La morte è di vitale importanza, Armenia 1997, p.26
7) Fonti Francescane, Editrici francescane 1987, p.1437
8) Platone, op. cit., p.25

 

Edda CattaniVivere il morire
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“Schindler’s list” Il valore di una vita

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potranno mai le mie parole….

 

di Mario Farinato

 

 

 

"Chiunque salvi una vita salva il mondo intero"

 

Schindler's List  è un film del 1993 diretto da Steven Spielberg, interpretato da Liam Neeson, Ben Kingsley e Ralph Fiennes.

Ispirato al romanzo La lista di Schindler di Thomas Keneally, basato sulla vera storia di Oskar Schindler, permise a Spielberg di raggiungere la definitiva consacrazione tra i grandi registi, vincendo l'Oscar per la "miglior regia" e il "miglior film".

Il film è stato girato interamente in bianco e nero, fatta eccezione per quattro scene: la prima è la scena iniziale, in cui si vedono due candele spegnersi, così come, simbolicamente, la fiammella di altre due candele riacquista colore verso il termine della storia, la seconda e la terza, dove appare una bambina con un cappotto rosso, la prima durante il rastrellamento del ghetto e la seconda durante la riesumazione delle vittime, e l'ultima durante la scena finale. 

 

…ed ecco come Mario Farinato, papà di Lene, ispirandosi al film, da cui trae alcune immagini, vede la morte…

 


 

potranno mai le mie parole esserti d'aiuto.. di carne e ossa il mio corpo si muove in questo universo.. come potrei mai esserti d'aiuto.. stanotte pensavo alla morte.. il sudore e le tediose nuvole che attraversano questi cieli estivi non si aprono al sole di giugno anzi coprono i mie pensieri e li rendono umidi, bagnati.. lacrime o sudore sempre dolore è.. non importa da dove arrivi l'incubo se da lontano o da dietro il letto sempre di incubo si tratta.. si insinua tra le pieghe del mio cuore  e cresce come cancro… poi si ferma… ma sopito attende di rialzarsi.. entra furtivo nei mie sogni, mi spegne le candele e fa buia la stanza.. e con il suo maleodorante olezzo invade il mio sogno fino a svegliarmi.. e pensavo a quanti modi ci sono di morire… a quanta gente muore secondo dopo secondo in questo incontenibile universo, e pensavo a tutte le paure ed i dolori di madri padri e sorelle, amanti mogli e mariti, e quando arriva per mano potente e quando arriva per errore, e per fato o per sfortuna oppure per una risata o un biscotto mal deglutito, per soffocamento, per annegamento, per caduta, per incidente, per lavoro, per paura o per coraggio.. se dovessi dare un volto alla morte la dipingerei bambina… tenera, ingenua, sorridente con un vestito rosso sangue ed un giocattolo in mano.. uno di quei pupazzetti che fanno tenerezza.. ecco la dipingerei cosi.. con occhi grandi e azzurri profondi e ingenui, saltellando da una parte all'altra del mondo, tra guerre e deliri, tra profumi e odori tra piccole nevrosi e grandi manie di potere.. lei passeggia e ruba ingenuamente vite.. le porta via, e chissa dove poi.. e chi resta non capisce.. e ci si chiede come  era solo una bambina che giocava ed ora non è  piu.. e ci si chiede cos'è ora? restano i dubbi, i sensi di colpa, parole vuote nei cieli blu come chiare giornate di primavera, che da vita alla vita  ruba vita alla vita… e nei deserti saturi di gas nervino tra cadaveri e topi che succhiano sangue e uccelli che strappano carni già morte lei gioca.. la morte vola.. cammina con le sue scarpine rosse a chiedersi dove il mio prossimo gioco? dove il mio prossimo bambino da rapire.. e cosi mentre lei cammina noi piangiamo.. ci perdiamo nei nostri piccoli vuoti universi di tristezza , universi fatti di paure, di terrori… ma restano le parole.. e mi chiedo potranno mai le  mie parole capirti o farti capire?.. che fesso che sono.. qualcuno di noi muore dentro.. e come cadaveri attraversano le vie della città.. le nostre paure a volte uccidono i nostri amanti, figli, amici.. le nostre paure dettate da secoli di inquisizione spagnola.. dove il papa ci dice che è peccato gozzovigliare e ci lascia morire di stenti mentre preti e cardinali ingordi mangiano succulenti bocconi di carne fresca di cinghiale e cervo di montagna.. e noi li a bere la loro urina per dissetarci almeno.. aspettiamo che aprano le loro gonne rosse per bere gocce di avanzi… e mentre le nostre paure ci costringono a morie e malattie, lentamente loro godono dei privilegi di una vita votata all'inutilità.. cosi donne impaurite da mariti vogliosi e puzzolenti si fanno violentare nell'anima e nel cervello ogni giorno, figlie impaurite da padri senza spina dorsale si impoveriscono nell'anima e tramandano ai figli dei loro figli le loro usanze e costumi.. e lentamente violenze e ingiustizie si infiltrano come batteri nelle nostre menti per creare altra paura, altre fobie, altre insicurezze e nasce l'incertezza del vivere, ora banche e politici ci dicono che la crisi non è finita, e noi impauriti e senza bussola viaggiamo senza meta in oceani di tristezza e solitudine, altri in barche piu grosse o piccole attraversano gli stessi oceani ma noi non ci fermiamo, e loro non si fermano.. ci teniamo stretti stretti i nostri guai e rimpinziamo di frustrazioni chi ci sta accanto, perchè deve imparare.. imparare cosa poi non lo sappiamo neanche noi, e l'inutile giostra della vita continua a girare tra imperfezioni e oceani neri, tra scatole di metallo e scatole a colori, tra un reality show ed una risata senza felicità ed il nostro rapporto con il tempo ci fa dimenticare che se solo ci fermassimo per un attimo, se solo per un momento ci guardassimo allo specchio, e se stamane invece di andare a lavorare come automi prendessimo i nostri figli e andassimo al mare? Cosa succederebbe al mondo? se stamane invece di piangere tra paure e deliri prendessimo per mano le nostre madri, i nostri amori i nostri vecchi e camminassimo per andare la mare… immaginate l'autostrada piena di gente che cammina mano nella mano, per andare a giocare tra le onde, in un silenzioso e dolce passeggiare.. se solo camminassimo fino al mare, politici preti e banchieri, dittatori aguzzini e briganti, ladri puttane e assassini non avrebbero piu ragione di essere.. perchè non potrebbero rubarci l'amore…potranno mai le mie parole capirti o farti capire……


 

La bambina con il cappotto rosso (dal film di Steven Spielberg)

 

Da FB il commento di F.S. 

"perchè non potrebbero rubarci l'amore…" L'amore, quello che ci fa perdonare, quello che ci sostiene,salva, sempre e comunque, l'unica vera ricchezza che , non si quantifica, nè , come di ci tu si ruba, ma si dona e si riceve… non salvi solo la tua di anima, ma anche quella di chi ti legge… l'amore quello infinito che varca i confini della vita e della morte… L'amore quello che ci fà essere persone migliori, che ci unisce, nonostante diversità o distanze… L'amore, quello con la A maiuscola,che un caro amico del cyberspazio ;),mai conosciuto di persona ti dimostra scrivendo cose meravigliose, quello di cui spesso mi nutro leggendo le tue note, e quello che goffamente cerco di "donarti", con i miei commenti , e messaggi nei momenti per te più bui …l'amore, quello che mi unisce ai tuoi alti e ai tuoi bassi di uomo e padre… l'amore l'unico mezzo di resurrezione per chi è morto dentro… l'amore…. ti voglio bene Pigna grazie

 

Edda Cattani“Schindler’s list” Il valore di una vita
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